La civetta di Hegel e la Luce che mi raggiunge, confortandomi, nell’ora crepuscolare

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All’alba di oggi, un lettore attento e sensibile (RAF) scopre, certamente senza averne piena consapevolezza, perché, un giorno lontanissimo, chiamai una struttura che doveva anticipare (e così fece) e garantire (questo non avvenne come sarebbe stato necessario) l’elaborazione di quella che oggi viene teorizzata “Intelligence Culturale”, Ipazia Preveggenza Tecnologica.

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“Ipazia”, lo sapete tutti chi fosse. “Tecnologica”, ritengo che non abbia bisogno di nessuna ulteriore spiegazione alla luce di quanto, tra gli altri, il pensatore complesso Luciano Floridi scrive dell’Infosfera, della Quarta Rivoluzione Industriale e del comune amore per Alan Mathison Turing.  Rimane da spiegare “Preveggenza”.

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Le gentili parole che il lettore Raf mi scrive mi stanano e mi spingono ad ammettere che alla Nottola di Minerva mi sono ispirato in quella lontana occasione. Hegel infatti fece ricorso alla metafora della Civetta volendo riferirsi alla capacità “preveggente” della filosofia e di chi è filosofo. Ed io a lui rubai l’espressione. Civetta quale uccello abile a muoversi nello spazio/tempo crepuscolare, momento quotidiano dove emerge il profondo del nostro (intendo prioritariamente italiano) modo di saper fare poesia ed elaborare pensiero e teorie complesse, inoltrandoci in ciò che non è definito ma che dobbiamo saper attraversare, senza eccessive paure, se vogliamo non smarrirci.

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Mi fermo, sinceramente commosso che il web, luogo usato anche per i più turpi ed osceni pensieri, mi abbia portato conforto in ore buie come mai avrei pensato di dover vivere solo colpevole (non provo reale soddisfazione dalla punizione degli errori dei troppi Bigotti, Amara, Bisignani) di non voler tradire un giuramento. Grazie al lettore Raf e a chi, nel nome di Inanna l’alchemica, Athena glucopide portatrice dello sguardo non solo azzurro ma intuitivo, Minerva o della Filosofia, Ipazia maestra di vita, matematica, scienziata preveggente non mi sta lasciando solo.

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Oreste Grani/Leo Rugens