Precipita aereo russo con 71 persone a bordo e Putin annulla l’incontro con Abu Mazen

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Il 2 e il 3 novembre 2015 scrivemmo, per primi, che la scomparsa repentina dai radar dell’aereo russo era dovuto ad un attentato e che era stato possibile effettuare il sabotaggio esclusivamente ipotizzando la complicità di personale a terra, reclutato nello scalo, su base religiosa. (SE È ESPLOSO UN ORDIGNO A BORDO DELL’A 321, I FABBRICANTI DI MORTE HANNO VOLUTO COMINCIARE LA TERZA GUERRA MONDIALE – CONFERMIAMO: È COMINCIATA LA TERZA GUERRA MONDIALE) Non ci sbagliammo ed avemmo un record di accessi. Ora siamo più prudenti ma non escluderemmo, al cento per cento, che l’odio per l’imperialismo russo  (o altro movente geopolitico) sia alla base di questo drammatico episodio. In più – oggi – lo Zar Putin, avrebbe dovuto incontrare Abu Mazen, il leader dei palestinesi. E non certo per una visita di cortesia o di routine. Il movente quindi, per un segnale forte e un relativo stop, c’è tutto e per voler pensare male e prenderci. Dico “avrebbe” perché l’incontro (sia pur importantissimo) è stato annullato.

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L’Antonov 148 aveva a bordo 65 passeggeri e 6 membri di equipaggio. L’aereo, se ho capito, è precipitato dopo pochi minuti dal decollo per un guasto tecnico. Ricordiamoci, secondo quanto malignamente ho prefigurato, che un guasto tecnico, in decollo e in ascensione altimetrica può essere artificiosamente determinato con significativo anticipo.  Atto proditorio quindi ma non il solo in queste ore sempre più difficili.

Ad ognuno il suo aereo caduto e mi riferisco, in questo secondo caso, ad Israele vittima che deve riflettere sulla propria vulnerabilità.

Da decenni non veniva abbattuto un velivolo con la Stella di Davide.

La cosa è stata talmente scioccante che dopo che l’aereo era stato colpito si è riunito il massimo organismo della Difesa israeliano. Questo dovrebbe darvi la dimensione della condizione psicologica in cui lo Stato di Israele opera: non è dato che si possa essere colpiti!

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Questa visione magica della propria invulnerabilità è sinonimo di un infantilismo che non ci si aspetterebbe dalle parti di Tev Aviv o di Gerusalemme, come da qualche settimana è opportuno chiamare la capitale. Ritenersi inattaccabili non depone a favore della qualità delle difese di Israele nel momento in cui la complessità nel Vicino Oriente (il Medio è un po’ più in la) sembra entrare in una fase che non mette al sicuro nessuno.  Questo pensiamo quando auspichiamo che ci si adoperi intelligentemente perché scoppi la Pace tra Israeliani e Palestinesi, unica soluzione intelligente per il futuro delle popolazioni che abbiamo entrambe a cuore. Certamente non sarà l’orgoglio accecante dei gruppi dirigenti, di uno e dell’altro popolo, a garantire il futuro dei loro figli.

Basterebbe rileggere con attenzione quanto si legge nei diari di quel mascalzone cinico, arricchitosi sulla sofferenza della sua gente, di Yasser Arafat,  ricordare che l’uomo considerava Shimon Peres poco più di un soprammobile. Questo dettaglio, paradossalmente, basterebbe a descrivere il valore dello statista israeliano e la qualità delle sue posizioni e chi, viceversa, fosse, in realtà, anche umanamente, il Capo dell’OLP.

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Arafat ha potuto prosperare e arricchire in un clima in cui la rivalità tra i due poli ideologici dell’universo postbellico sancito a Yalta – Washington e Mosca  – non ha cessato per decenni di dominare il mondo e di farla da padrone in ogni crisi emersa in questo lasso di tempo: tra Grecia e Turchia, in Corea, a Berlino, Suez, Vietnam, Cuba, Balcani e il solito Medio Oriente. Ogni volta, per decenni, le posizioni dei contendenti sono state falsate dal timore che la crisi locale potesse portare ad una nuova conflagrazione mondiale. Abbiamo avuto una pseudo pace con migliaia e migliaia di morti basata sul terrore. Si è andati avanti così, sempre sull’orlo del precipizio (il mondo in bilico delle canzonette?), senza che nessuno che lo volesse fosse messo nelle condizioni di poter elaborare un progetto di pace che prevedesse di intraprendere un piano mondiale di sviluppo e la realizzazione del sogno visionario e valoriale basato sulla finalità di un Pianeta in cui nessuno venisse lasciato indietro. La massoneria sanguinaria imperante ha fatto la guerra a se stessa, ai propri valori fondanti, a quei suoi figli che volevano coltivare l’utopia di un mondo colto, democratico, pacifico e così l’Umanità è stata tenuta in ostaggio.

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I fautori di una scelta culturale indirizzata e indirizzante verso quella elevazione latomistica che solo la pace e lo sviluppo per tutti possono favorire, sono stati contrastati con ogni mezzo, assassinio compreso: sono 50 anni che Martin Luther King e Robert Kennedy  (per fare due nomi tra i tanti) sono stati uccisi perché nessuno potesse più aspirare ad un mondo equo e, in quanto tale, sicuro. Niente sviluppo – come sarebbe stato possibile – in quanto i risparmi mondiali (parlo della ricchezza che comunque miliardi di umani hanno prodotto e producono) sono stati assorbiti dalle spese militari. I popoli (e quasi tutte le classi dirigenti) sono rimasti ostaggio dei fabbricanti di armi che hanno saputo tessere le loro ragnatele esiziali e comprarsi tutte le complicità possibili e necessarie ad alimentare il loro mercato. L’astuzia degli oligarchi sanguinari è stata quella di un ribaltamento dei valori culturali per cui loro, gli assassini della loro stessa gente, sono diventati i “patrioti” e, viceversa, i fautori della pace dovevano essere considerati dei paurosi, ingenui, dei soprammobili se non, in  alcuni casi, dei traditori. Il business della paura e della guerra è, oltre a quello del consumo dei proiettili che si usano quando si spingono i propri compatrioti a versare il sangue, quello alimentato dai conflitti che covano, si inaspriscono, si aggravano, sembrano placarsi e, viceversa, ri-scoppiano. Tutto il mondo, con questo gioco a macchia di leopardo, è sotto scacco permanente. Come si può credere che qualcuno in questo clima artatamente costruito per consumare armi possa/voglia/riesca a giungere alla Pace? Ora su questa caduta di veicolo (parlo ovviamente dell’aereo israeliano) fatto di pezzi di ferro e tecnologie (salvatisi i piloti) ci ricameranno per rilanciare il business e chiedere/indirizzare altri soldi al solo fine di generare altre paure di altri abbattimenti. Ma sapete quanta acqua si può desalinizzare con il costo di una sola di queste macchine di morte? Milioni di metri cubi e per anni. Quante stronzate viceversa dobbiamo essere costretti ad ascoltare prima di trovare una soluzione a questi conflitti e decisioni mortifere che ci vengono imposte ? L’acqua, viceversa, è vita.

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Vorrei cominciare ad ascoltare, anche da chi si candida alla guida del nostro Paese, qualcosa di intelligente relativamente al problema di come si possa far scoppiare la Pace, almeno nel Vicino Oriente.

Vorrei sentire parlare, invece che di razzismo e xenofobia, di desalinizzatori per potabilizzare acqua e rendere equa (e quindi sicura) la convivenza tra i popoli del Mediterraneo.

E, TANTO PER FARE UN ESEMPIO CHE NON VUOLE ESSERE SOLO SUGGESTIVO, COMINCIARE A DEFINIRE QUESTA POLITICA ESTERA ITALIANA COME QUELLA CHE VERREBBE RICORDATA, NEI SECOLI, COME “L’OFFENSIVA H2O”.  COME SIAMO STATI, PROVIAMO A RICORDARLO,  ANCHE LA GENTE DEGLI ACQUEDOTTI!

Almeno questo programmino lo vogliamo provare a delineare attinente alla posizione e ruolo dell’Italia nel Mediterraneo?

Direi di cominciare a pronunciare “due parole in croce” anche da parte di Manlio Di Stefano che è quello che, dal Caso Shalabayeva  in poi, sembra aver ereditato, nel M5S, l’area delicatissima della politica estera.

Che è come dire, secondo la visione geopolitica di questo blog, tutto.  Il resto è noia e piccole ambizioni.

Oreste Grani/Leo Rugens