Algeriade 2 – Pompeo De Angelis

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Un colpo di Napoleone Bonaparte (1)

All’inizio dell’Algeriade, il 18 aprile 1808, l’imperatore di Francia scrisse una lettera all’ammiraglio Denis Decrés ministro della Marina e delle Colonie: “M. Decrés, meditate una spedizione in Algeria, sia dal mare sia da terra. Un piede in Africa darà da pensare agli inglesi. Vi è su quella costa un porto o uno scalo al riparo di una forza superiore? Quali sono i porti in cui una armata, una volta sbarcata, potrebbe essere rifornita? Dopo aver studiato la spedizione di Algeri, studiate quella di Tunisi. Scrivetene confidenzialmente a Gantheaume, prima di venire a Parigi. Può darvi delle indicazioni. Vi chiedo una risposta entro un mese. Nel frattempo, raccogliete materiali tali che non provochino “ma”, “se” e perché”. Mandate uno dei vostri ingegneri, sufficientemente discreto, che possa parlarne con il signor de Thanville, ma necessita che sia un uomo di tatto e di talento. Sarà necessario che questo ingegnere scruti dentro le mura e che ritorni scrivendo le sue osservazioni in modo che non riferisca dei sogni. Potete intendervi con Sanson per trovare un uomo capace e dovrete cercare notizie negli archivi delle Relazioni dall’Armata e della Guerra” (Nota 1).

Il Mediterraneo era sotto il controllo della Royal Navy inglese, attestata nelle isole (Corsica, Elba, Malta, Minorca, Sicilia). L’ammiraglio Decrés, tra i tanti ammiragli, era l’unico vero marinaio rimasto a disposizione del Bonaparte e soffriva per l’inferiorità navale francese e si augurava che l’imperatore fortificasse la Francia nel mare interno, contrastando i successori di Nelson. Credeva nell’operazione Nord Africa.

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Decrés, ascoltato Gantheaume, il primo ammiraglio con cui Napoleone aveva acquistato dimestichezza con il mare fuggendo dall’Egitto e a cui il cerchio magico doveva una particolare deferenza, scelse il capitano del genio Vincent-Yves Boutin, un bretone nato nel 1772, come sicofante dell’Algeria: non più uno spione subdolo, intrufolato tra le tende di campo avverso, ma ben più di un soldato, una mente, un esploratore audace di terre ignote, un geografo, un disegnatore di fortificazioni, un archivista e un asceta per i sacrifici a cui doveva sottoporre il suo corpo una volta indossata la maschera. L’Inghilterra e la Russia copieranno questo modello avventuroso nelle montagne asiatiche della Via della Seta, in quello che verrà definito, più tardi, il Grande Gioco dagli inglesi e il Torneo delle Ombre dai russi (Nota 2).

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Con Boutin siamo alla prima partita del Gran Gioco del colonialismo. Lo spione francese iniziò il 9 maggio 1808 la missione, imbarcandosi a Tolone sul Requin. Simulava di essere un agente commerciale di coralli e di cera, che avvicinava suo cugino Dubois-Thanville, console generale della Francia in Algeri, per averne l’appoggio negli affari con l’Italia. Un primo scalo a Tunisi dal 14 al 18 maggio e il 19 sbarcò nel porto della capitale della reggenza turca, abbracciò il suo parente di comodo e, per 52 giorni, percorse la costa da Sidi Ferruch a Cap Matifou, da cui godette di una gran vista sulla baia di Algeri. Ogni notte, si ritirava e annotava le sue osservazioni, disegnava le mappe, riempiva i fogli di un quaderno di avvertimenti militari. Indicò, senza “se” e senza “ma”, Sidi Ferruch come punto d’approdo per una invasione: riva accessibile, fondo sabbioso, scarsa fortificazione e una strada sulle pendici delle colline che conduceva sopra ad Algeri. Il 17 luglio riprese il mare per fare la sua bella figura. Invece, la fregata inglese Volage arrembò la nave francese nel mare di Liguria. Boutin buttò in acqua la valigia con tutte le carte della sua inchiesta, ma aveva nascosto nelle pieghe dell’abito il libricino delle note più importanti e le visioni dei paesaggi gli erano rimaste incollate nel cervello. Fini prigioniero a Malta, da dove fuggì, il 31agosto, travestito da marinaio, salì su un battello di Ragusa, che lo sbarcò a Smirne il 19 settembre e a Costantinopoli, il 2 ottobre. Rientrò in Francia il 29 ottobre. Si mise al lavoro e compilò “Il primo studio competente delle condizioni di una spedizione militare contro Algeri”, che depositò nell’Archivio del Genio e raggiunse il campo di battaglia di Wagram dove rimase ferito a una gamba, il 5 luglio del 1809. Napoleone stava fronteggiando la Quinta Coalizione, le sue ambizioni si erano rivolte di nuovo all’Egitto e alla Siria e aveva dimenticato Algeri. Il 30 giugno 1810, ordinò allo spione di recarsi al Cairo, in Alessandria, a Damietta, ad Acri, ad Aleppo, a Damasco, ovunque, a studiare la situazione militare di quel puzzle di città ottomane. Boutin comparve a fine maggio del 1811 in Egitto, simulando di essere archeologo. Transitò per due anni nel delta e nella valle del Nilo, poi mosse verso Oriente dato che il Khedivè d’Egitto stava inviando le sue truppe nell’Hediaz, la regione delle due città sante musulmane. Doveva spiare in Siria (che comprendeva il Libano, la Giordania e la Palestina) ma, a Saida (l’antica Sidone), il 28 marzo 1814, incontrò lady Hester Stanhope, che già gli era stata presentata al Cairo. In quel 1814, lui aveva 42 anni e lei 38. Non erano nel fiore dell’età.

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La dama era la nipote del primo ministro inglese William Pitt il Giovane. Quando aveva vent’anni lo zio Pitt la aveva eletta sua segretaria e l’aveva educata al potere. Hester, a 24 anni, sapeva tutto della politica: i tradimenti, le infedeltà, l’ingratitudine, le conversioni, i patti segreti, la manipolazione dei dati e la falsificazione dei documenti. Appariva selvaggia per troppa civiltà e per troppa indipendenza. Misantropa disprezzava soprattutto le donne: “Quando vedo queste donne pallide, così deboli, così ghiotte, che rifiutano i dolcetti e che non possono fare un passo senza appoggiarsi al braccio di un uomo, ne ho pietà”. Alle sue spalle, i cortigiani di re Giorgio III ne parlava male e lei replicava: “I cortigiani sono dei moscerini sulla coda di un cavallo d’artiglieria. Esplode il cannone, boom, e gli insetti volano via”. Di lei Giorgio III, che l’ammirava, diceva al premier Pitt: “Non c’è un uomo in Inghilterra che la superi, né donna che faccia più onore al suo sesso”. Il 23 gennaio 1806, lo zio morì nella battaglia di Austerlitz e scomparve per lei l’unico uomo che stimava, Napoleone a parte. L’aristocratica in crisi di sogni si ritirò nel Galles covando l’odio per l’Inghilterra e per l’Europa, alla Byron. Nel 1810, inseguendo la moda del Gran Tour, quello lungo, prese la via dell’Oriente, cioè verso l’altro da sé, porto per porto del Mediterraneo, finché toccò il Libano, dove fu affascinata dai turchi crudeli, dagli arabi impietosi e dai drusi in rivolta. L’uomo da ammirare diventò il terribile emiro Bechir, capo dei drusi. Lei si vestì da uomo e cavalcò da uomo un purosangue arabo. Con la pistola alla cintola, a fianco di Bechir, nel 1813, raggiunse Palmira con una masnada di guerriglieri e una carovana di ventidue cammelli al seguito che trasportavano i di lei bagagli personali, perché Hester Stanhope era dandy quanto lord Brummel. I beduini la incoronarono regina di Tadmor, ovvero regina della sabbia. Boutin non incontrò in Libano una lady inglese, ma un essere onnipotente, che credeva di aver conquistato l’indipendenza assoluta. L’Oriente sommergeva le menti europee nella pazzia. La storia del sicofante cambiò direzione e il francese finì nelle spire di una pitonessa. La donna lasciò il vecchio convento greco di Mar El-Elias, che l’emiro le aveva concesso come asilo e costruì il suo palazzo a Djihoun, non lontano da Saida, su un ciglio del Monte Libano.

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La dimora era un ammasso di piccole case collegate da gallerie e da corridoi tortuosi con trappole e nascondigli. Lo spione perse nel labirinto il senso della missione, vagò nelle montagne dei cedri e si inselvatichì. Nell’aprile del 1815, Esther seppe che il suo amico francese era stato massacrato dalla tribù degli Assassini (Haschashin) presso il villaggio di El-Batta. Armò i suoi brutti ceffi e vendicò il compagno trucidando 300 uomini della tribù assassina e bruciando 52 loro villaggi. Come epitaffio scrisse una lettera a Joseph Boutin, fratello di Vincent, che arrivò a Nantes nel 1813: “Testimonio l’amicizia che ho sempre avuto per la vostra Nazione e l’ammirazione che mi ha ispirato un uomo che aveva tutte le virtù e la fermezza di un Romano e l’onore di un Francese”.

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La regina del deserto colpiva e si ritirava. Nessuno osava inseguirla a Djihoun, dove esercitava il potere notturno di una maga, da dove, circondata da astrologhi, guardava le stelle e aspettava che una cometa annunziasse il Messia, accanto al quale sarebbe salita a Gerusalemme su una bianca giumenta per sposarlo. Divenuta strega, l’emiro Bachir non aveva più potere su di lei. Lei rideva dell’emiro perché la difendevano i montanari e i contadini terrorizzati dalla superstizione che aveva inculcato nei loro cuori. Era ormai una politica perfetta: il machiavellismo che aveva appresso da suo zio lo adoperava tra i potentati degli indigeni. Mahhamet Alì , il padrone dell’Egitto, le scriveva implorando la sua neutralità , tutte le volte che lei favoriva il suo nemico, Abdallah il tiranno di Acri. Al portone del suo casamento c’erano due pali aguzzi per l’impalamento: un avvertimento per far sapere che non scherzava. Gli anni corsero, la visitavano i poeti come Lamartine, passarono i nemici, gli anni divennero declivi e sparivano come i soldi che gettava in elemosine, come il vento del mare che curvava i cipressi, come la neve e gli uragani che scardinavano i tetti del palazzo. La sua vecchiaia, la sua malattia e il suo dolore urlarono sulla montagna. Morì nel 1839. Nessuno l’aveva amata e nessuno la pianse. Aveva però creato un altro personaggio del Gran Gioco. Fu una donna Lawrence d’Arabia cento anni prima di Lawrence d’Arabia.

Pompeo De Angelis

Note

1. Napoleon Bonaparte: “Correspondance de Napoleon” I° Tome VIII Paris , 2011.
2. Il Grande Gioco cominciò all’inizio degli anni Trenta dell’Ottocento, in preparazione della guerra anglo-afgana del 1838. Kipling fece un uso romanzesco di questo slogan.

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