È l’Iran la maggiore minaccia per il mondo libero o l’assenza di visione?

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Netanyahu, sotto pressione per le gravissime accuse che gli vengono rivolte non da neonazisti, negazionisti, ignoranti fascisti ma da esponenti di rilievo della polizia israeliana composta tutta rigorosamente da ebrei fedeli alla Patria, comincia, a imitazione di un Trump qualsiasi, a straparlare dei persiani come i nuovi satanassi pronti a conquistare il mondo. L’Iran, se qualcuno non lo sapesse, sta “a pezzi” e uso una espressione che si addice a quando qualcuno non ha soldi, non si cura da tempo per il suddetto motivo, è affranto per dei recenti lutti o perché un amore è finito. Solo chi ha osservato da vicino quel paese recentemente sa che non mi sbaglio e che, viceversa, Netanyahu sta prendendo una cantonata che assomiglia a quelle che l’asse USA-Israele ha altre volte preso, spinto da inadeguatezza informativa o per volontà di deliberatamente disinformare il resto dell’Umanità. La verità è che l’Iran cerca ancora soluzioni ai danni di una guerra (milioni di morti in sette anni) che è stata costretta a fare contro l’Iraq di Saddam Hussein che solo dopo è divenuto, per Israele e per gli USA, a sua volta, il Nemico N° 1 del mondo libero.

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Forse non dobbiamo fidarci di questi signori della guerra (Trump e Netanyahu ed altri sanguinari prima) e liberarci di questi stereotipi (il tale vuole dominare il Mondo) che vogliono sistematicamente imporci. Se mi dici che la Cina ha una sua strategia planetaria ci posso anche credere ma che a Teheran si stiano montando la testa, ci credo poco. Per il resto fate voi. La questione, come è stata posta questa mattina a Monaco, ha del comico veramente (il pezzo di un drone platealmente agitato) e ha avuto la teatralità di un intervento di pessima qualità degno di nessuna considerazione se non che è chiaramente indizio di una situazione  al limite. Potremmo essere vicino ad una “messa in mezzo” che verserebbe altra benzina sul fuoco. Da parte iraniana dare del vignettista da circo all’altro da se, non promette, altrettanto, nulla di buono. E invece l’Iran avrebbe bisogno d’acqua e pertanto di tecnologie che Israele possiede e sa usare. Lavorare in accordo su questo tema dell’acqua, ad esempio, insedierebbe un tavolo serio, ricco di positività per tutti (anche affari) e abbasserebbe subito i gradi di infiammabilità. Non a caso, invece di benzina, nella mia marginalità e ininfluenza, propongo di versare acqua desalinizzata e potabilizzata sul fuoco degli odi e del disprezzo. Per poter progredire in questa saggia direzione, bisogna che gli israeliani risolvano il problema di un dirigente che non solo è guerrafondaio ma, a quanto dice la polizia di Tel Aviv, ha anche il vizio di rubare soldi allo Stato.

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La situazione è complessa e per affrontarla ci vogliono doti fuori dall’ordinario che il nostro non sembra proprio avere.

I problemi che un dirigente israeliano veramente all’altezza della geopolitica di quella parte della parte di mondo dovrebbe essere capace di affrontare ,sono affrontabili solo con una diplomazia evoluta e insediando tavoli integrati da ministri dell’agricoltura piuttosto che da militari. Gente che si dovrebbe riunire per ragionare (e trovare soluzioni) di come si può domare l’aridità della terra, coordinare sistemi di irrigazione, trovare nuove naturali fonti di energia, lottare contro l’inquinamento delle acque, applicare nuove tecniche di coltivazione. Queste sfide vanno coniugate con la demografia che vede ormai la Turchia, l’Egitto e l’Iran avviati verso il traguardo di 100 milioni di abitanti a paese. Il resto sono  chiacchiere e farneticazioni di persone senza idee, fantasia, creatività. Ogni paese che circonda Israele vedrà raddoppiare la propria popolazione nei prossimi venticinque anni ed è per questo che alcuni, inadeguati ad affrontare quesiti complessi ma che, viceversa, si ritengono all’altezza di tali sfide, pensano che la soluzione sia di fare tabula rasa degli altri da se.

Spero che sappiano che non si possono allevare ed educare bambini con fucili, droni e missili ma che gli stessi piccoletti hanno bisogno di cibo, abiti, case, scuole, ospedali.

Gli esseri umani hanno bisogno di affetto oltre che di paura. Diceva a tal proposito Shimon Peres essere necessario, urgente, indispensabile un progetto d’insieme che organizzi il grande lago comune, il Mediterraneo. Come dargli torno e come trovare un nome più bello e visionario, prefiguratore del possibile: Lago Mediterraneo. Basta con il termine obsoleto di mare.

Non esiste una risposta esclusivamente politica/militare per risolvere il problema dei popoli che lo circondano ma posso esistere risposte tecniche: a condizione che le cerchiamo insieme, invece di continuare a fare una guerra dopo l’altra o addirittura ipotizzando l’olocausto degli altri da se.

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Miliardi di dollari e di euro sono stati inghiottiti in decenni per armarsi, usare le armi, scannarsi. Lotte di fratelli rivieraschi. Il risultato è l’accrescimento dell’odio e pensieri tanto riduttivi da far ritenere che la vince chi si attribuisce Gerusalemme, quasi fosse uno stendardo e non un luogo mentale frutto di millenni di storia comune e, in quanto comune, meravigliosa. Una parte minore di quegli investimenti in armi se fosse viceversa indirizzata subito e in modo coordinato  per portare l’intero “lago” alla prosperità, sarebbe sufficiente.

Le classi dirigenti devono misurarsi nella stesura di un accordo contro il Gigante Mostruoso, un’Idra dalle cento teste, quali la desertificazione, le conseguenze della demografia, l’ignoranza, i pregiudizi.  Solo la conoscenza reciproca sconfiggerà il nuovo Olocausto che si intravede o l’Armaghedon che in troppi vogliono ignorare. Non vi è alcun dubbio: si deve andare al grande compromesso, ai cento passi indietro, a riporre ogni orgogliosa e cieca pretesa di essere i privilegiati. Solo l’equità salverà il nostro Lago. E a questo fine  utopistico (e in quanto tale realistico in quanto il resto sono opzioni folli e senza possibilità di percorribilità), deve essere ispirata la futura politica estera italiana di cui non sento mai parlare da nessuno dei nanetti che pensano di saper fare qualcosa di credibile e realizzabile in questo campo. Se dobbiamo partire da qualche lembo di costa di questo lago, proviamo anche dal conflitto tra israeliani e palestinesi, anche se sembra il più difficile da risolvere. Invece basterebbe che si ideasse uno stato federale dove Giordania, Israele e Palestina si ritenessero una sola entità. Ogni stato membro – Israele, Palestina, Giordania – sarebbe paritario rispetto agli altri. Ognuno con il suo Parlamento (si vota con libere elezioni) il suo governo, la sua identità nazionale. Ma ognuno al tempo sarebbe parte integrante di un grande insieme che assicurerebbe, collettivamente, la sicurezza strategica. Partirei da un forte esercito, da una fortissima e colta intelligence, da una cassa ben alimentata dai fondi europei, mondiali, intergalattici. Passatemi lo scherzo ma prenderei soldi da tutti. Con i soldi, un forte esercito di sentinella, le frontiere diverrebbero sicure e parte dei capitali residui potrebbero virtuosamente, come ho già detto, essere investiti verso la ricerca scientifica e l’istruzione.

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Se fossi giovane amerei andare a vivere in un Paese (GISPA) come quello che delineo che risulterebbe equo, bello, pieno di storia, di cultura, di visone lungimirante e, per tutto questo, anche rispettato/temuto dal mondo intero. La confederazione quindi come nucleo fondante un sistema di relazioni mercantili e pacifiche che, partendo da Gerusalemme, lei nuova e antica capitale, si potrebbe progressivamente estendere ad ogni paese rivierasco. La mia stanca e sfiduciata Italia, lei  per prima, potrebbe aderire a questa nuova Europa mediterranea e facendosi neutrale rispetto ai vecchi e obsoleti accordi e istituzioni fallimentari, ritrovare entusiasmo e funzione. Ma notoriamente da queste parti odiamo gli uomini “con i piedi per terra” tanto che auspichiamo la loro estinzione. Incorreggibili continuiamo ad amare le figure chagalliane che sanno “volare nel blu dipinto di blu”. Perché, è ora di ricordarlo, il capolavoro di Domenico Modugno, pensato e scritto anche con Franco Migliacci, era ispirato a più quadri di Marc Chagall, pittore onirico e utopistico come pochi. A conferma che l’arte nasce dall’arte e che, senza cultura, non si va lontano.  Almeno così voglio continuare a pensare.

Oreste Grani/Leo Rugens