Algeriade 3 – Pompeo De Angelis

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Lo zeffiro della gloria

Barthelemy e Mery immaginavano Algeri, che non avevano mai visto, in questa maniera: “Come una roccia d’alabastro, la città appare lontana in un vasto anfiteatro, / mostra, sulle mura difese con arte, trecento cannoni, che l’Europa ha venduto”. La studiata raffigurazione di Boutin giaceva ignorata in un archivio da otto anni. Nessuno europeo conosceva la città, nel 1827, salvo la zona bassa del porto, nonostante l’abitato non fosse grande.

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Come avevano ben detto gli autori della Bacriade, partì da Tolone una divisione composta dal vascello la Province, da due fregate, l’Aurore e la Cybele, dalla corvetta Le Volcan e dalla goletta la Torche per vendicare l’affronto alla Francia. Nel golfo di Algeri, l’11giugno, comparve la Torche. La nave avanzò nella rada; il suo comandante scese a terra e consegnò al console Devel le istruzioni del barone de Damas, ministro degli Esteri, con l’ordine di chiudere il consolato e di rientrare in Francia. Il capitano, il console liberato dall’incarico e un gruppo di cittadini francesi furono imbarcati sulla goletta, che prese il largo. Due giorni dopo, la flotta del blocco, comandata da Joseph Collet, capitano di vascello, che si era distinto nell’assedio di Anversa del 1814 e in quello di Cadice del 1822, apparve con i suoi vessilli bianchi a macchie gialle (i gigli reali come vespe addormentate su una tovaglia) all’orizzonte di Algeri. Hussein Dey osservava, dalla torretta della Casbah, le navi che definì di cattivo augurio. Il 14 giugno, gli fu consegnata una lettera di Collet, che gli impose di alzare la bandiera coi gigli sopra cittadella e sulla torre di Gueubekli, di issarla al di sopra di quella dell’islam e di salutarla con cento colpi di cannone. Dall’una e dall’altra parte, i capi portavano costantemente all’occhio il tubo del cannocchiale e seguivano ogni movimento nella baia.

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Le navi turche, i vascelli dei pirati, i pescherecci, le feluche aspettavano di sentir fischiare i proiettili sopra le alberature. Ma non era giunto il momento. Il 15 giugno, il capitano francese emanò un ultimatum: “Hussein Dey, o vi prosternate in scuse con il console Deval, o la flotta di Carlo X bloccherà il porto di Algeri: voglio la risposta entro le prossime 24 ore!”. Il blocco navale era un mezzo di guerra per disorganizzare la vita di una città di mare chiudendo le vie di comunicazione ed era preferito allo sforzo di una battaglia per entrare in una piazzaforte. Il dey rispose ordinando la distruzione delle stazioni commerciali di la Calle e di Bone per le quali la Francia pagava una concessione di 200.000 franchi l’anno. I due fortini furono rasi al suolo dalla milizia araba del dey di Costantine. La Reggenza di Algeri aveva commesso un atto di guerra, mentre la Francia faceva intimidazione. La corvetta Volcan giunse appena in tempo nei due empori per portare in salvo i vice consoli e il personale francese. Partirono da Tolone le fregate Vestale, Costance, Marie-Therese e Bellone per rinforzare la squadra del blocco. Le accompagnavano alcuni bastimenti leggeri adatti per le comunicazioni e per i rifornimenti. Il 16 giugno, venne chiuso il porto di Algeri e il ministero degli Esteri di Francia si mostrò molto soddisfatto. Damas in una lettera al console di Tunisi del 3 luglio evidenziò: “Tutte le forze armate del Dey si trovano rinserrate in questo porto, ad eccezione di due corvette che sono state inviate ad Alessandria. In ogni caso, i corsari di Algeri si trovano ora nell’impossibilità di nuocere al nostro commercio e a quello di altre nazioni”. (Nota 1) Numerose erano le navi bloccate, ma gran parte delle vele interessate al Gran Giuoco degli Imperi erano sparse qua e là. Le navi greche esercitavano la pirateria nel Mediterraneo Orientale con la ragione di combattere per l’indipendenza dalla Turchia della loro nazione.

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La marina turca chiedeva l’aiuto delle forze egiziane e delle varie province magrebine e della reggenza di Algeri, che inviava quattro corvette, per reprimere la rivolta greca. Un’altra parte delle navi di algerine esercitava la guerra di corsa contro le navi commerciali europee. Una armata alleata francese, inglese e russa riequilibrò il rapporto di forza immettendo nel conflitto una flotta contro i turco- egiziani e a favore dei greci. (Nota 2) Nel mare algerino, Collet organizzava una crociera dei suoi bastimenti da Tripoli a Mers el Kabir, nella regione di Orano, che inchiodò sulla costa le navi corsare africane. Il capitano di fregata Dupetit-Thovans avvisava : “Non ci sono state distruzioni di navi algerine perché nessuna ha preso il mare. Il blocco non scalfisce il commercio algerino, perché Algeri non ha commercio; il blocco non piega il dey perché non può piegare Algeri”. Ma Hussein decise di forzare il passaggio con undici vascelli per riprendere l’attività piratesca, necessaria all’economia della città. Il 4 ottobre era l’anniversario della nascita del Profeta: al sorgere del sole, il popolino di Algeri riempì le terrazze e i tetti delle case e più di ventimila persone guardarono la partenza dei quattromila corsari. Le navi uscivano dal porto alzando la bandiera inglese sul pennone. Le donne alle verande alzavano il loro gorgheggio di voce e gli uomini i fazzoletti da ogni gradino della collina. La sorveglianza francese era blanda. Il comandante Collet viaggiava a sette miglia dalla costa quando vide sfilare la divisione dei predatori. Con il telegrafo ottico a quattro colori, riuscì a organizzare l’allineamento di due fregate e due brik, il più vicino possibile alla sua cannoniera. Lo scontro iniziò verso mezzogiorno con quattro vascelli corsari che attaccarono la nave del comandante, mentre le altre sette assalirono le due francesi accorse. La battaglia durò due ore e dal grigio in una immensa nuvola di fumo e lampi uscirono malconce le imbarcazioni algerine, che guadagnarono la protezione delle batterie di terra, senza essere inseguite.

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Il dey trattò i suoi capitani da vili e da cani, ma il Daftar Takinfat (Raccolta di cose nobili) (Nota 3) dei giorni seguenti scrisse: “Per grazia di Hallah, lo zeffiro della gloria ha soffiato sulle forze della vera fede e il vento della vergogna e della disgrazia ha colpito i nemici. Il loro comandante, tirando tre colpi di cannone a salve, è fuggito coperto di obbrobrio”. Il comandante Collet ricevette da Carlo X per premio il grado di contro ammiraglio. Avevano vinto entrambe le parti, come al solito. Nessun morto, nessun martire musulmano. Per l’impero ottomano andò male nel Peloponneso, il 20 ottobre 1827. Nella baia di Navarino combatterono la flotta turca e quella europea. Circa 90 navi ottomane affrontarono 27 navi inglesi, francesi e russe, che disponevano di un terzo dei cannoni e degli uomini rispetto alla flotta della mezza luna. La Francia impegnò sette navi, cioè una forza minore di quella che impiegava nel blocco di Algeri. (Nota 4) L’inferiorità numerica era compensata dalla qualità dell’armamento e dalla preparazione marinara. Tutte le navi ottomane finirono bruciate al termine della giornata di combattimento. Il mondo seppe che la marina imperiale turca non poteva dettar legge in nessun angolo di mare, né nella grande battaglia fra cristiani e musulmani per la Grecia ortodossa, né nella scaramuccia magrebina. Fu un momento di verità. L’impero turco non poteva far altro che abbandonare il Mediterraneo. Leggera come uno scacciamosche, la marina degli imperi europei offese gli eredi di Solimano il Magnifico e di Barbarossa il corsaro, che non poterono reagire data la loro inefficienza. Al ceto dirigente francese fu anche chiaro che la flotta da sola non poteva vincere. Bisognava scendere a terra, come faceva l’Inghilterra in India, altrimenti il dissidio comportava poco più di un torneo. Il nuovo ministro della Guerra Clement-Tonnerre, nella seduta di governo dell’11 ottobre propose uno sbarco per imporre al dey le scuse, ma il presidente del consiglio Villele si oppose. Passarono alcuni mesi. Il governo perse la maggioranza nelle elezioni del novembre 1827 e si dimise il 4 gennaio 1828, lasciando la presidenza al moderato di centro-destra Joseph-Baptiste de Martignac, il quale valutò che era ora di chiedere un armistizio a Hussein Dey. I giornali e la pubblica opinione si interessavano poco a quella lunga permanenza di legni davanti a un porto che non aveva alcun significato per loro, ma qualche voce si levò in Parlamento: “Sono due anni che i nostri bastimenti, senza praticare lo svernamento in cantiere, bloccano l’Africa. Perché? Per catturare cinque o sei piccole navi corsare che non valgono più di ventimila franchi ciascuna. Il blocco costa caro. E vero che costa 7 milioni di franchi l’anno?” Un altro intervento in aula del deputato di Marsiglia Pierre Honoré de Roux venne annotato dal ministro della Guerra e delle Colonie Esteri Joseph-Marie Portalis: “Non cediamo al desiderio di appropriarci delle più belle terre che bordeggiano il Mediterraneo, ma non dimentichiamo i vantaggi che presenta un territorio superbo, che quasi vediamo dalle nostre case, con il quale possiamo comunicare in quattro giorni e che è adatto a produrre le preziose derrate che andiamo a cercare nelle contrade più lontane”. Il ministro assegnò al capitano di vascello Botherel de la Bretonniere, in sostituzione di Callet, che rientrava a Tolone malato (morì un mese dopo), la missione di recarsi ad Algeri per chiedere quali fossero le intenzioni del Dey in termini ultimativi, dopo la lunga sfida.

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Caricature di Carlo X e Hussein Dey

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Il 2 agosto 1829, nel palazzo della Casbah, tra il capitano francese e il reuccio dei pirati ci furono tre ore di colloquio. Hussein Dey chiese risarcimenti morali e molti soldi, che la Bretonniere negò, concludendo che la Francia, dopo aver esaurito tutti i mezzi di conciliazione, avrebbe impiegato la forza. Hussein rispose: “Ho la polvere e i cannoni, poiché non c’è altro mezzo per intenderci. Siete entrato con un salvacondotto e vi permetto di uscire con la stessa garanzia”. Ma non fu così: il giorno dopo, alle tre del pomeriggio, il vascello la Province, con a bordo Botherel della Bretonniere, battendo la bandiera bianca diplomatica (senza gigli), lasciò la darsena e affrontò la tempesta che scuoteva il mare. La delegazione francese era stata dimessa e la Bretonniere andò a riunirsi alla flotta. In piedi, solitario, sulla più alta terrazza della cittadella, il Reggente ghignava, rivelando nella smorfia la natura di un Iblis. Quando la Province passò all’altezza del faro un colpo di cannone la raggiunse. Circa ottanta colpi partirono dagli obici del porto e 12 palle bucarono le vele della nave, che, con il vento che spingeva a favore, franse la barriera alta del mare aperto, senza rispondere al fuoco, nonostante gli uomini fossero già sui pezzi con le micce. Nessun morto e nessun martire musulmano. La nave Province, si tramutò in Provvidenza divina non appena fu felicemente in salvo nel porto di Tolone. Si riunì il nuovo governo di Polignac e il Consiglio del Re emanò il seguente comunicato: “La Provvidenza ha messo nelle mani del Re i mezzi per assicurare l’onore della corona, i privilegi, le proprietà, la sicurezza dei sudditi e la libertà, infine, della Francia e dell’Europa, dal triplice flagello che indigna il mondo civile di subire ancora la pirateria, la schiavitù dei prigionieri e i tributi che uno Stato barbaro impone a tutte le potenze cristiane. Ormai ogni pensiero di conciliazione è scartato, e il Re deve cercare nella forza delle sue armi una vendetta che delle considerazioni di altro ordine l’avevano impegnato a sospendere. Il governo ha dovuto portare in una materia così importante tutta la prudenza e tutta la riflessione possibile, ma la risoluzione presa sarà eseguita con energia. Da troppo tempo, la politica, l’umanità reclamano l’annientamento di una potenza la cui massima è l’oltraggio costante a ogni morale e a ogni civiltà”. (Nota 5)

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L’ultimo raffica di palle algerine sulla Province aveva provocato lo sbigottimento totale in Europa e in Medio Oriente. Potevano le nazioni mercantili tollerare che un tirannello turco fondasse la sua esistenza sulla schiavitù e sulla rapine alle navi nel Mediterraneo orientale? Il generale Livron iniziò a trattare con il viceré d’Egitto Mahamet Alì affinché si impegnasse a eliminare il dey di Algeri. Il sovrano egiziano, per farlo, chiese in cambio dieci milioni di franchi e quattro vascelli. Il principe Jules Polignac si dichiarò favorevole a questa soluzione, ma non ci fu il permesso della Porta di Istanbul. Si fece avanti il ministro della Guerra, Louis de Bourmont che avanzò l’dea di una azione diretta. Il vecchio generale Bourmont dell’epoca prenapoleonica chiese per sé l’onore di capitanare l’avventura d’oltremare.

Pompeo De Angelis

Note

1. Eugene Plantet, Correspondances des Deys de Tunis avec la Cour de France (1577-1830), Vol. III. Paris 1893.
2. Trattato di Londra del 6 luglio 1827 per la pacificazione della Grecia, tra Regno Unito, Francia e Russia.
3. “Daftar Taknifat” era la pubblicazione ufficiale della Reggenza, una sorta di “Moniteur” algerino.
4. Nella battaglia di Navarino furono presenti 12 navi britanniche, 7 francesi, 8 russe con una potenza di fuoco di 1300 cannoni.
5. Dichiarazione riportata in “Aperçu historique. statistique et topographique sur l’Etat d’Alger à l’usage de l’Armée Expeditionnaire d’Afrique, redigé au Dèpot Gènèral de la Guerre”, Paris 1830.

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