Algeriade 5 – Pompeo De Angelis

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I capitani maledetti

Il comando di terra venne conteso fra vari generali. Infine, Carlo X, d’accordo con il capo del consiglio, principe di Polignac, scelse Louis-Auguste de Bourmont, ministro della Guerra in carica, con una decisione che provocò la rottura definitiva fra la corona e i rappresentanti del partito liberale in parlamento, i soloni della stampa, i chiacchieroni dei Cafès e i turbolenti bottegai parigini. Sia Polignac che Bourmont non erano apprezzati dalla pubblica opinione per i loro trascorsi.

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Questa è la storia di Polignac: era il più devoto suddito dei Borboni che ci fosse al mondo, ma il suo nome era impopolare fin dal secolo precedente a causa di sua madre, la duchessa Gabrielle, il personaggio più emblematico della corte di Versailles, l’amica del cuore della regina Maria Antonietta, che scappò da Parigi durante il Terrore, inseguita dalla maledizione dei sans culotte: “Fuggi lontano da noi, fuggi mostro odioso vomitato dall’inferno, fuggi, nascondendoti, serpente velenoso il cui fiato avvelenato infetterà tutto il paese dove tu graffierai. Vai, vai a portare lontano le esalazioni sporche del tuo corpo impuro” (Nota 1). Il figlio, quaranta anni dopo, raccoglieva ancora l’acrimonia dei gallici perché il groviglio di passioni del tempo della ghigliottina non voleva essere dipanato. Covava sempre la nostalgia della piazza esaltata in coccarda tricolore. Jules Polignac resuscitava la fantasia della Versailles di Luigi XV e il popolo diceva che avrebbe infettato del veleno di Gabrielle il suo amico Carlo X, indirizzandolo al potere assoluto e al rigetto della Carta costituzionale ottriata del 1814. Così sostenevano i liberali, rinfocolando l’ancestrale odio dei forcaioli tra i piccolo-borghesi, che erano diventati la massa viva della nazione.

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Caricature di Carlo X

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Il re chiamò a Parigi il principe di Polignac, che copriva la carica di ambasciatore a Londra, per averlo accanto in un momento critico. Polignac sapeva la tempesta che lo attendeva. Fece un discorso alla Camera, nei primi giorni di febbraio del 1829, spiegando che era partigiano della Carta: “Il patto solenne sul quale le nostre libertà monarchiche riposano mi appare come un sogno celeste, precursore di calma e di serenità. Vedo un porto sicuro contro le nuove tempeste, una terra neutra, inaccessibile ai ricordi che non sono senza pericoli, come sono inutili i rimpianti.” Ma non fu creduto, né accettato. La superstizione verso il Polignac era alimentata dagli intellettuali del “Journal des Debats”, il periodico più importante del paese e dalla stampa di centro-sinistra, con in testa il sinistrissimo “Le Constitutionnel”, che proponeva il rovesciamento della monarchia. L’Almanacco di Mathieu Laenberg, un barbanera molto diffuso nelle famigliole di Francia, profetizzava la catastrofe per l’anno 1830: guerra, fame, peste e tasse. L’oroscopo indusse a pensare che il principe di Polignac portasse la infezione e le tasse vertiginose. In questi frangenti, Carlo X si azzardò a formare il gabinetto affidando a lui la premiership. Il designato non accettò la missione e tornò a Londra. Il re compose rabbiosamente il suo staff e spedì una lettera ai candidati ministri: “Vi domando di accettare l’incarico per amicizia, per devozione alla mia persona. D’altronde lo esigo come Re. L’ordinanza è fatta e sarà firmata domani e sarà inviata al Moniteur. Spero che dopo ciò non avrete il triste coraggio di affliggermi con un rifiuto pubblico.” Le personalità coinvolte assunsero i dicasteri come si collocassero in un posto di battaglia, consapevoli di perdere non solo la reputazione di uomini di stato, ma anche quella di galantuomini. Il governo si formò l’8 agosto 1829, con il Polignac primo ministro.

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Questa è la storia di Louis de Bourmont. Il castello, nel comune di Freigné, in cui nacque, nel 1773, fu rifugio degli chouan. Bruciato quattordici volte durante la Rivoluzione, venne tante volte ricostruito con i suoi tetti conici, in una piana spaziosa delimitata dai platani. Oggi, i turisti vanno a visitarlo la domenica, nella quieta valle della Loira, per rivivere la storia più atroce dell’Ovest dell‘Esagono. Infatti quel maniero conserva il ricordo degli eccidi e delle crudeltà della guerra civile. Il padre di Louis Auguste Victor si chiamava Louis-Marie-Eugène ed era capitano di cavalleria. Le armi divennero il mestiere del figlio al tempo della chouannerie, della lotta cioè dei villici delle riva nord del fiume, dirimpettaia a quella della Vandea sulla riva sud, contro la Rivoluzione e contro la Prima Repubblica. Gli chouan erano giovani contadini, che inizialmente rifiutavano la coscrizione obbligatoria fino all’ultimo uomo, che si schierarono con il re e con i preti refrattari e si caricarono di rabbia per le razzie nelle loro famiglie dei reclutatori repubblicani. I nobili della regione offrirono alla jacquerie l‘inquadramento militare. Bourmont stava fin dal principio con i Borboni, come ufficiale dell’esercito di Luigi XVIII: nel 1799, comandò 8.000 ribelli del Maine e della Perche, con cui conseguì alcune vittorie. Il 4 febbraio 1800, i generali di campagna firmarono la pace con il primo console Napoleone. Boutmont si istallò a Parigi e cercò di entrare nelle grazie dell’astro nascente della repubblica, ma fu sospettato di complicità nell’attentato a costui del 30 dicembre 1800, per cui venne incarcerato. Evase nel 1805 e si rifugiò in Portogallo, dove esercitò il suo fascino su Jean Junot, detto Tempesta, ambasciatore di Francia a Lisbona, che gli ottenne la grazia e lo fece rientrare in Francia. L’Imperatore, per tenerlo lontano da Parigi, gli concesse la nomina, nel 1810, di aiutante di campo dell’armata di Napoli, ma non lo lasciò in pace. Scrisse al suo Ministro della Guerra, in data 19 gennaio1812, in occasione di un avanzamento di grado: “Signor duca di Feltre, voi avete dato il comando del dipartimento dell’Appennino al vice comandante Bourmont, cioè a un vecchio capo chouan. Questa misura è ridicola. Questo ufficiale non deve essere impiegato, o almeno deve essere impiegato in modo da essere sorvegliato. Che volete che pensino le nostre truppe di essere comandate da un tal uomo?” Un tal uomo risultava essere un elegantone in giacca bleu-roi, con collo e rivestimento scarlatto carica di fregi e di decorazioni, spalline d’oro, culotta di pelle di daino, mezzi stivali da cavallerizzo, che inseguiva la carriera partecipando in ruoli minori a campagne di guerra, compresa quella di Russia. La sua istruzione militare gli derivava dal padre, che gli aveva insegnato la danza, la scherma e l’equitazione. Non aveva frequentato l’Ecole de Mèzierès, né l’Ecole de la Fere, né l’Ecole Militaire de Paris, e non conosceva la matematica, la geometria, la fisica, il disegno, la meccanica, le materie essenziali per un ufficiale: era un capitano di ventura, non un comandante patriottico, un mercenario al servizio del potere imperante, non un imperiale. Il carattere lo dimostrò durante i Cento Giorni. Alla vigilia di Waterloo, abbandonò Napoleone contro il quale covava un enorme rancore. Non badò all’onore della Francia, lasciò l’armata tricolore e spillò la coccarda bianca sulla feluca. Venne accusato di diserzione, bollato di tradimento e nella migliore delle definizione fu detto jean-foutre, menefreghista. Si recò da Luigi XVIII, che gli affidò il comando delle truppe della frontiera del Nord, dove scaramucciò contro gli stranieri. Stabilizzata la monarchia, ottenne il comando della 12° divisione della Guardia Reale, con la quale seguì il duca di Angouleme e i centomila figli di San Luigi nella campagna di Spagna del 1823. Al ritorno, ottenne il titolo di pari di Francia e, nel 1828, di gentiluomo di camera del re. Entrò nel governo di Polignac il 9 agosto 1829 e ne aumentò l’impopolarità con la sua fama di traditore. Il ministero fu completato il 23 agosto 1829, con la nomina di M. d’Heussez al ministero della Marina.

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Louis Auguste Victor de Ghaisne de Bourmont

Gennaio 1830: la neve copriva mezza Francia e l’inverno si mostrò rigoroso. Il ministero di Polignac aveva come scappatoia all’anarchia interna la politica estera, che aveva dato gloria agli ammiragli a Navarino e dimostrato che una bella guerra mediterranea rinsaldava l’unione fra la corona e l’armata e poteva costituire un baluardo antirivoluzionario. L’opposizione se ne accorse e concentrò i suoi sforzi contro la spedizione di Algeri. Il dey di Algeri fu mostrato, dal “Journal des Debats” (il quotidiano più diffuso), come un sovrano illuminato, un degno ottomano, un garante del libero commercio, un uomo fiero che non sopportava i consoli arroganti: attaccarlo era ingiusto e contro il diritto di uno stato. L’operazione in Nord Africa non piaceva neppure ai militari. Alla Camera, il deputato Laborde espose il parere di una commissione di ufficiali-generali della marina, dell’artiglieria e del genio, che giudicava impraticabile lo sbarco di una quantità enorme di uomini e di mezzi nel cosiddetto porto di Sidi-Ferruch a causa delle condizioni del mare quasi sempre agitato. Una tempesta sarebbe certamente sopraggiunta durante il mese necessario a prendere terra e avrebbe comportato dei naufragi decimatori. I giornali, specialmente quelli di piccola tiratura e di poco prestigio, descrivevano i pericoli stravaganti dell’impresa con immagini di beduini, infaticabili con la loro cavalleria e con le cariche dei dromedari, tra le dune infuocate, che avrebbero colpito le truppe perdute nella sabbia, esauste per la sete. L’amministrazione pubblica, anch’essa, dimostrava la sua opposizione alla direzione politica con le dimissioni di funzionari estremisti del consiglio di stato e delle prefetture. A Roma, si dimetteva l’ambasciatore René de Chateaubriand, nonostante fosse il paladino monarchico, ma era pur sempre un collaboratore del Journal des Debats. Carlo X reagì con una forte autodifesa, il 2 marzo, quando si riunirono in sessione congiunta, nella sala grande del Louvre, i rappresentanti dei due rami del parlamento e del corpo diplomatico: “Pari di Francia, deputati dei dipartimenti, non dubito del vostro concorso all’azione che intendo intraprendere. Voi respingerete con disprezzo le perfide insinuazioni che la malevolenza cerca di propagare. Se colpevoli manovre creeranno al mio governo degli ostacoli che non posso, che non voglio prevedere, troverò la forza di sormontarli nella mia determinazione di mantenere la pace pubblica, nella giusta fiducia dei francesi e nell’amore che hanno sempre per il Re.” La camera dei pari, votò all’unanimità l’indirizzo di Carlo X, con l’eccezione di Chateaubriand. La camera dei deputati espresse 221 suffragi contro e 181 a favore. La monarchia non ebbe più la maggioranza alla camera bassa. Il Ministero della Guerra Louis de Bourmont, intanto, ordinava la formazione di una armata di 35.000 uomini (la cifra dell’armata non comprendeva i marinai) negli arsenali di Brest, di Cherbourg e di Rochefort, la produzione di tutti i materiali del genio nelle officine di Lione e di Avignone, e noleggiava un centinaio di bastimenti di diverse nazioni, per le truppe e i materiali che non trovavano posto nelle navi di stato. Il budget delle spese cresceva di giorno in giorno e veniva firmato dal ministro della Guerra senza l’autorizzazione del Parlamento. L’imbarco del contingente, disturbato dalle cattive condizioni del tempo, cominciò il 10 maggio nel porto di Tolone e terminò il 25. “Il mese di maggio, che chiamiamo bello facendo fede alle pastorali greche e siciliane, fu freddo e burrascoso in Francia.” Cosi descrive la situazione atmosferica Eusebe de Salle, attore e testimone della guerra d’Algeria in qualità di interprete al quartier generale dell’armata d’Africa, in un romanzo storico. (Nota2) Il primo bastimento uscì dal porto all’una del 25 maggio; alle quattro venne sollevata l’ultima ancora, quella del Breslaw, con gli ingegneri cartografi a bordo. I due poeti a noi noti, Bartholemy e Mery, dall’altura del monte le Coudon, mal riparati dal mistral, osservavano lo specchio di mare su cui aprivano le vele di 70 navi da guerra, 250 da trasporto e gettavano fumo alle nuvole 7 battelli a vapore (questi natanti prendevano il nome, appena coniato, di piroscafi). Altri 100 bastimenti da trasporto aspettavano alle isole di Hyères. (Nota 3) I poeti si intristivano pensando che Napoleone non aveva avuto che diciassette navi per la campagna d’Egitto. Nella notte fra il 27 e il 28, il convoglio di navi, che procedeva diviso in tre corpi, distanti quattro miglia l’uno dall’altro, fu colto da una tempesta nel mare delle Baleari e riparò a Palma di Maiorca, per dieci giorni. La costa africana era a una giornata di navigazione dal porto in cui il convoglio era rifugiato. Altro che i quattro giorni normali! Ne occorsero diciotto per scorgere Algeri, triangolo bianco contro la montagna verde del Sahel. Il 12 giugno la ammiraglia Provence, che procedeva al centro delle altre, si congiunse al blocco navale della bandiera gigliata.

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Sidi-Ferruch

Racconta le Salle: “Algeri era là, a una lega. Dopo il piacere di prenderla, niente al mondo può eguagliare il piacere di vederla. È là! Bianca al sole, coricata sulla ripida montagna come un grande scorpione addormentato, la tenaglia sinistra nel giardino del dey, la tenaglia destra nel forte Babazoun, la sua coda uncinata e velenosa nel Forte dell’Imperatore. Avanzando si vede la sua gola che si disseta nel mare. È la fortezza con le sue formidabili batterie. Le murate, i ponti, i casseri di tutti i bastimenti sono pieni di curiosi, che guardano avidamente avvicinarsi la terra.” (Nota 4) Algeri era là, bianca e solare, e i conquistatori la sentirono scura e velenosa. A tre lunghezze di tiro di cannone da quel porto, la flotta virò di bordo e si diresse a est su Sidi-Ferruch.

Pompeo De Angelis

Note

1. Libello anonimo: Adieux de Madame la duchesse de Polignac aux françois, suivis des adieux des françois à la meme, Paris 1789.
2. Eusebe de Salle: Alì le renard ou la conquete d’Alger (1830) Paris MDCCCXXXII.
3. Composizione del convoglio navale indicata da Claude Antoine Rozet, capitaine au corps royal d’ètat major in: “Relation de la guerre d’Afrique pendant les années 1830 et 1831”, Paris 1832. Idem Berthezène Bon, commandant la première division de l’armée expedittionnaire in : “Dix-huit mois à Alger ou recit des evenements qui s’y sont passeés depuis le 14 juin 1830 jusque à la fin de dècembre 1831”, Montepellier 1834.
4. Eusebe de Salle: opera citata.

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