Collegamento mancante o – come dicono quelli che sanno – Missing Linkage

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Ho spesso riportato in questo blog (e per anni ovunque fosse necessario) il pensiero di Christopher Andrew sulla mancanza di “comunicazione” tra i segreti segreti e il ceto politico riscontrabile in quasi tutti i Paesi a regime, chiamiamolo così, democratico.

“…Nell’ambito delle corti medioevali in Europa, notoriamente strutture autoritarie, uno dei grandi problemi era dire ai governanti quello che non volevano sentire. In molte corti esisteva quindi la figura del “buffone di corte”, “the royal fool”. Era lì per intrattenere il governante, ma aveva anche una sorta di licenza per dire le verità scomode che ad altri non era consentito dire. È veramente essenziale che ai Servizi di Intelligence siano, anche nell’ambito dei moderni sistemi democratici, riconosciuti i privilegi, se si può perdonare il paradosso, che spettavano al buffone di corte medioevale, così da poter dire alla classe politica quello che questa non vuole sentire. D’altro canto per un dirigente politico è certamente meglio ascoltare ciò “che non vuole sentire” in “separata sede”, in ambito riservato, dai propri Capi dei Servizi, che non conoscerlo pubblicamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Quanto viene detto in forma riservata è certamente di gran lunga meno umiliante dell’essere sfidati pubblicamente. Tutto questo comunque deve presupporre un mutamento nella cultura, nella mentalità ed è questa la sfida più difficile per le comunità d’intelligence per il XXI secolo. Il vero problema per l’intelligence dei nostri tempi non è la raccolta informativa, non è l’analisi, non sono i rapporti con le altre comunità di intelligence, è il rapporto con il livello politico…”.

Da un’intervista a Christopher Andrew, “L’intelligence nel XXI secolo” pubblicata in “Per Aspera ad Veritatem” rivista del SISDE, maggio 2001

Se questo è vero per i servizi segreti e l’Intelligence in generale (con il dettaglio che spesso queste lontananze sono cercate e artificiosamente volute per i più diversi e spesso non confessabili motivi), la questione è altrettanto complessa e delicata per quanto riguarda l’opinione pubblica, la politica estera e la Difesa, intendendo per Difesa, le Forze Armate e il loro ruolo sociale e culturale oltre che quello specifico di contrasto e di garanzia dai nemici interni ed esterni della Repubblica e quindi, si torna, in modo ricorsivo e sinergico, all’Intelligence.

Il dato di partenza tanto severo (che spero però nessuno voglia smentire) è fissato da quanto, ancora pochi giorni addietro, è accaduto: nessuno dei ministri uscenti dal Governo Renzi-Gentiloni, con incarichi attinenti le aree di cui stiamo trattando (Esteri, Interno, Difesa) è stato rieletto “liberamente” dai cittadini.

Anzi, sono stati, tutti e tre, sonoramente bocciati. Uno (Angelino Alfano) talmente spernacchiato prima ancora della sfida elettorale dalla pubblica opinione che non si è ritenuto neanche di candidarlo. Marco Minniti e la signora Roberta Pinotti saranno ancora parlamentari esclusivamente in quanto protetti con i trucchi che la partitocrazia aveva organizzato a difesa di rapporti che evidentemente, per decenni, avevano legato i suddetti ad ambienti di potere.

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Una tale strage di classe s-dirigente, conferma una mia idea che oggi vorrei porre alla base di questo impegnativo post: il pubblico italiano (lo chiamo così) non è irrazionale o banalmente erratico nei suoi giudizi e nelle sue valutazioni in politica della sicurezza e quindi estera come “gli addetti ai lavori dell’ambiente” (pur di tenerli all’oscuro) vorrebbero far credere, ma, anzi, ha mostrato di saper reagire alle notizie che in modo volutamente confuso gli sono state somministrate a spiegazione di scenari internazionali (ma come si può immaginare di riconfermare liberamente al Parlamento, gentarella che voleva invadere la Libia o che nulla ha saputo fare per risolvere questioni banali come l’estradizione di Cesare Battisti o farsi consegnare gli assassini torturatori del nostro compatriota Giulio Regeni?) e mille e mille altre vicende da ricordare a cominciare dalla morte di Ilaria Alpi, finendo al sacrificio mai ricordato con le giuste modalità e ricostruzioni di Nicola Calipari, passando per l’assassinio del ing. Franco Lamolinara, in Nigeria. E i marò che è come se fossero morti? Per citare solo alcuni casi vergognosi ed eclatanti. Senza mai dimenticare il dossier farlocco per consentire di scatenare l’inferno in Iraq e poi, da lì, passare a destabilizzare tutta l’area (la Siria di cosa è figlia?) dove ancora migliaia di persone innocenti muoiono tra atroci sofferenze.

Tutti questi anni senza una parola leale e definitiva nei confronti dei nostri soldati combattenti (vittime di quale politica europea mediterranea?) colpiti da morte (centinaia) e invalidati (migliaia) per l’uso scellerato e vigliacco di proiettili ad uranio impoverito.  (vedi post DIVAGAZIONI SULL’URANIO IMPOVERITO. E NON SOLO)

Per non parlare della “sola” impostaci con l’acquisto degli F35. Andrei a vedere che razza di stronzetti stavano assisi nella Commissione Difesa (a cominciare dallo sparito Nicola La Torre) durante quella accettazione di spesa, prona al business americano. Rappresentanti di un Paese che non si può – in alcun modo – assolvere proprio in politica estera e in quella dettata/condizionata dai suoi servizi segreti.

Stiamo come stiamo perché siamo senza sovranità in queste due aree regine. Gli equilibri interni del Paese, con riferimenti psicologici alla paura che poi pompa il risultato del leghista ignorante di turno (ecco il 17% di Salvini che, al massimo, sarebbe stato un 13-14%), è condizionato da queste due strutture/ambienti (Servizi e Farnesina) asservite a cordate di interessi antinazionali.

 

 

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Non sto parlando delle notorie alleanze politico-militari su cui l’opinione pubblica, se informata, saprebbe dare una sua indicazione.

Parlo di ciò che, ad esempio, era alla base del nostro intervento in Somalia dove se anche torturassimo degli italiani, presi a caso in strada, non riuscirebbero a spiegarci che cazzo abbiamo fatto da quelle parti e quanto è costato (e costa) starci. E così sull’Afghanistan. E ora in Niger. Taccio sulla Libia per rispetto e timori per i nostri in questo momento impegnati.

Tutto oscuro, ma non in senso di criptico o per doverosi motivi di sicurezza. Oscuro e basta. Anzi, oscenamente ambiguo.

Se fossero informati onestamente e sistematicamente, gli italiani, viceversa, sarebbero in grado di esprimersi perfino su una ipotetica riforma della NATO o uscita dalla stessa che appare organizzazione incongruente e dispendiosa. Sono – paradossalmente – in accordo con Trump su questo punto: ma chi caccia i soldi per questi organismi che non riescono a raggiungere nessun obiettivo a cominciare da quelli militari e a finire, per quanto riguarda l’ONU, quelli politici, soprattutto se devo ricordarmi che peso abbiano le forze armate turche in questi macro stipendifici internazionali?

Quando dico NATO riformata, intendo dire che forse bisogna rendere pubblici i ragionamenti che si fanno intorno alla necessità o meno di istituire  una Forza Europea con Comando esclusivamente continentale. Ma se si dovesse parlare di Europa (e per questo, secondo me, non se ne parla) vedremmo cadere subito l’asino perché non esiste un’Europa, se non quella dell’Euro, realtà “finanziaria” (altro non è) controllata da Mario Draghi e dai suoi soci/fratelli urlogisti.

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Tornando alla capacità di elaborare una propria convinzione in materia tanto complessa, gli italiani, per anni, sono stati preparati a pensare cosa fosse più utile per il reclutamento di Forze Armate, concepite e servite da personale professionale, piuttosto che di leva.

Quando ci si trovò a dover compiere il passo del grande cambiamento, solo un italiano su dieci era ancora legato all’idea del reclutamento su base di leva ma gli altri, richiesti, dicevano che la guerra e la difesa erano materia da professionisti. E che come tali dovevano essere trattati.

Non sto dicendo se sia stata giusta o meno quella scelta. Altri tempi ed altre condizioni. Dico che l’opinione pubblica era stata, in un modo o in un altro, messa nelle condizioni di avere una propria opinione.  I partiti, prima di divenire i baluardi della degenerazione antidemocratica, al loro interno, elaboravano posizioni, ne discutevano pubblicamente, facevano comparire sui loro organi di stampa posizioni a favore di una tesi piuttosto che di un’altra, si facevano convegni, si discuteva perfino nei “bar”, se mi passate l’espressione.

Addirittura ci si preoccupava di sondare l’idea dei cittadini per sapere se preferivano formule assolute di un tipo o miste (leva ridotta e incremento del volontariato) e questo lo si faceva, come ho accennato, attraverso le organizzazioni del consenso (i partiti e i sindacati di massa) se non addirittura sondando tutti i parlamentari. Se oggi volessimo, al Centro Militare di Studi Strategici (e faccio un esempio tra i tanti possibili) ancora avremmo i documenti comprovanti le posizioni di quegli anni, dalla Rete fino alla Lega, passando per il MSI, la DC, il PSI, il PRI, il PCI.

Tutti avevano, chi più chi meno, centri studi e svolgevano seminari formativi su questi temi. Questi pensieri complessi si accompagnavano spesso anche a quelli di un dibattito sulle spese militari e la loro utilità. Un popolo di elettori paradossalmente molto più informato e molto più consapevole di quello che oggi, nonostante la rete telematica, abbiamo. O meglio, oggi, sotterraneamente si discute di queste cose ma, evidentemente, con modalità fuori controllo rispetto all’inquinamento di dati e di notizie false. Direi che tra le tante responsabilità di una classe dirigente che aspirasse ad una opinione pubblica consapevole e quindi di elettori armati di informazioni rese preventivamente e doverosamente potabili, c’è l’apertura di grandi dibattiti intorno ai temi della sicurezza. Dibattiti pre-parati da flussi informativi adeguati e incontri aperti dove possano accedere cittadini e specialisti in un approccio di conoscenza reciproca e di possibile valutazione dei gradi di affidabilità di chi è incaricato a svolgere il compito di custode della Repubblica e delle sue ricchezze.  E cosa dobbiamo ritenere ricchezza primaria della Repubblica se non il suo popolo?

La massima attenzione quindi ai momenti pubblici dove la selezione dei nomi chiamati a questi confronti con i cittadini è momento delicato e strategico coerente con le finalità di tale approccio formativo della pubblica opinione.

Nessuno dei partiti sopravvissuti dopo il 1992, si è mosso a questi fini.

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Il M5S, viceversa, negli ultimi cinque anni, grazie all’attività audace e meritoria di Bruno Crimi (confermato), Bruno Marton (non rieletto) e soprattutto (così è sembrato), di Angelo Tofalo (confermato) è apparso ritenere un’attività convegnistica con al centro temi attinenti l’Intelligence e quindi il mondo dei Servizi Segreti, fondamentale per dare segno di trasparenza e volontà di grande cambiamento in quelle istituzioni che erano ormai, viceversa, divenute luoghi oscuri e visti con sospetto dalla stragrande maggioranza dei cittadini.  Questo ragionamento che ha avuto i primi passi nei convegni organizzati da Tofalo e Crimi (entrambi nel COPASIR) si sarebbe meritato un secondo livello di appuntamenti con giornalisti sensibili ai temi (da indire anche prima dei convegni ma con modalità diverse di una semplice conferenza stampa) per far capire loro gli intendimenti ultimi di un tale rivoluzionario cambiamento paradigmatico culturale.

Ho letto cronache di quegli avvenimenti pubblici pur tenuti in autorevoli sedi istituzionali che, viceversa, non mi fanno ritenere che questo lavoro preparatorio e di confronto ci sia stato.

A cerchi concentrici si sarebbe dovuto inoltre ideare e far svolgere una serie di seminari (molti e riservati), per poter avere tempo e modo di osservare (anche ad opera di specialisti scelti fuori dai soliti nomi) i comportamenti di donne e uomini già segnatisi per precedenti esperienze nelle amministrazioni politiche passate. Non dico epurare ma neanche far trionfare ogni forma di oblio nemico della memoria e spesso della verità.

Questo prima di dare spazio (e nuova credibilità) a chi, in un settore tanto delicato, aveva appeso l’asino dove il padrone di turno voleva. Persone invitate a rifarsi una verginità, se non addirittura, implicitamente e senza certamente volerlo, da additare quali esempi virtuosi o utili agli interessi della Repubblica, loro prima e ultima datrice di lavoro. Gente che, visti i risultati, non hanno certo tenuto gli interessi degli italiani come Stella Polare ma la fazione, la cordata, la banda come riferimento utile a carriere e soldi a trafottere.    

In quei convegni troppi ospiti/relatori facilmente, esaminando il loro passato e le loro “carriere”, si sarebbero potuti classificare come furbi e asserviti a chi era stato da loro ritenuto il potente di turno. Potenti che a volte, se non sempre, con radici e relazioni (anche fuori dai confini nazionali) non erano certo figure rassicuranti per gli interessi della Patria. La vostra che avrebbe dovuto essere anche la loro.   

Comunque, queste sono critiche affettuose (e come tali vorrei che fossero considerate) rivolte a chi, con coraggio, visone, spirito di servizio e volontà di cambiamento, ha affrontato il tema della necessaria trasformazione, nell’era della Quarta rivoluzione industriale e dell’Infosfera in cui viviamo immersi, proponendo un’Intelligence Collettiva e Partecipata, cioè Ubiqua, come amiamo da anni chiamarla. Critiche che devono essere di sprone alla ripresa del percorso onestamente fino ad oggi intrapreso ma imprimendo quello scatto di qualità che i voti popolari e le nuove responsabilità impongono. Altri appuntamenti quindi anche rivolti ai plotoni (oltre 300) di parlamentari che hanno diritto/dovere di approfondire questi temi a prescindere dalla specializzazione/vocazione che sentono insite nella loro storia pregressa o nei loro interessi politico-culturali. Tutti i parlamentari del M5S, con la massima sollecitudine ma con le scelte necessarie a fornire la qualità  dovuta, devono essere aiutati a cogliere la complessità di tali argomenti, sostenuti da chi ha maggiore esperienza nel sapersi avvicinare, con la dovuta prudenza, ai grovigli bituminosi che caratterizzano le aree della politica estera, della sicurezza interna dello Stato e quindi degli ambienti che sostanziano (e che ruotano intorno) le Agenzie d’Intelligence. Per cominciare.   

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Ecco chi è transitato per le Commissioni Difesa (Camera e Senato) negli ultimi cinque anni.

Un nome per tutti: Denis Verdini.

Vi prego di osservate alcuni esempi di cambi di casacca e immaginate i tassi di affidabilità e di riservatezza di questa gentarella in mano ad eventuali coltivatori di servizi segreti ostili. Per fortuna (o tristemente), ormai, ridotti come siamo, a nessuno interessa di sapere niente del nostro Paese, altrimenti potete immaginare che pacchia per i reclutatori di traditori.

Anche se questi nomi possono apparire obsoleti  entrerò nel merito di questi vecchi nomi prima di conoscere i nuovi a cominciare da Daniela Valentini (PD) che mi risultava essere più esperta di licenze per aprire bar che di sistemi d’arma.

Negli ultimi cinque anni c’è stata un’accozzaglia di tutto e di più, con al centro, la sicurezza nazionale.

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