Il pensiero complesso e la scommessa di Luigi Di Maio

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Ovvero il mio suggerimento al leader del M5S.

Il perché di questo incipit e di questo titolo, lo trovate risolto almeno in parte, più avanti, nel post.

Mi dispiace sinceramente di non avere strumenti culturali sufficienti (inoltre i libri – che ho sempre potuto avere in abbondanza – costano e, nelle attuali ristrettezze, devo selezionare quali comprare) per valutare la qualità dell’ultimo (spero che non sia l’ultimo davvero essendo ormai Morin anziano) libro di Edgar Morin “Conoscenza. Ignoranza. Mistero” edizione Cortina.

Riccardo De Benedetti, ne parla molto bene, in un articolo che compare nell’inserto settimanale (Agorà) del quotidiano Avvenire, il 9 marzo u.s..

Si legge nell’articolo: “Pur restando lontano dall’idea di trascendenza, per il pensatore francese la civiltà della tecnica e del benessere materiale ha trascurato la vita interiore, ma la complessità (e questo mi sembra il primo omaggio a Morin ndr) è strada obbligata per non restare incompiuti”.

L’articolo di De Benedetti ha le caratteristiche di una doverosa riflessione sull’urgenza dell’inconoscibile ed evidenzia (non so fino in fondo quanto consapevolmente) quella che. a mio giudizio (avendo conosciuto il pensatore complesso), è la capacità/volontà di Morin di navigare tra scogli pericolosi massimamente per l’uomo quali l’ignoranza e il mistero. Ma, soprattutto, Morin mi apparve (ormai un secolo addietro) come l’uomo che più mi poneva, con l’esempio del suo dire e nel suo agire erratico, il tema dell’errore e della verità.

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Il conversare con lui mi obbligò, da quel momento in poi,a lavorare su me stesso per evitare l’errore del pensiero riduttore e disgiuntivo (incontrai Morin grazie all’amica e collaboratrice Emanuela Bambara, allieva del filosofo e, a sua volta, valente studiosa delle radici della trasdisciplinarietà, donna a cui, per quell’incontro fatale, sono ancora grato) cieco ad ogni complessità.

Come detto non ho letto l’ultimo lavoro di Morin ma sfrutto vecchi ricordi e recupero un testo che viceversa conosco e che mi è caro e, in una associazione rizomica che capisco può essere solo mia, lo suggerisco a chi, pur partendo da formazione culturale altra, oggi si prepara ad assumere, eventualmente, responsabilità di governo. Certamente di guida del M5S. Ecco l’incipit ed ecco il titolo. Ma potrà mai Luigi Di Maio, preso da dover coordinare oltre 300 neo eletti al Parlamento Repubblicano, fermarsi a riflettere su quanti disastri e quante sconfitte siano state provocate dalla certezza temeraria della vittoria? E poi chi sono io per ritenere che la lettura di queste poche righe – scritte a suo tempo dal saggio Morin – possano essere di giovamento all’emergente capo politico di cui la Terza Repubblica (come la chiama Di Maio) sente una assoluta necessità?

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Il testo è tratto da un libro emblematico nel titolo come non mai: “Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione” Cortina editore.

La questione della verità, che è la questione dell’errore, mi ha tormentato in modo particolare fin dagli inizi dell’adolescenza. Io non ereditavo una cultura trasmessa dalla mia famiglia. Quindi per me le idee opposte avevano, ciascuna, qualche cosa di convincente. Bisogna riformare o rivoluzionare la società? La riforma mi sembrava più pacifica e umana ma insufficiente, la rivoluzione più radicalmente trasformatrice ma pericolosa. All’inizio della guerra mi sembrava di essere totalmente immunizzato nei confronti dell’Unione sovietica, cioè del comunismo staliniano. Orbene, a partire dalla controffensiva che libera Mosca dall’accerchiamento e a partire simultaneamente dall’entrata in guerra del Giappone e degli Stati Uniti (dicembre 1941) che mondializza la guerra, si delinea un lavoro di conversione della mia mente: l’arretratezza ereditata dallo zarismo (Georges Friedmann) e l’accerchiamento capitalista giustificheranno per me le carenze e i vizi dell’Urss. Una volta spezzato 1’accerchiamento capitalista, dopo la vittoria dei popoli sarebbe fiorita una cultura fraterna, veramente comunista. Ciò che avevo appreso da Trockij, Souvarine e da tanti altri fu allora rimosso nei sottosuoli della mia mente. Una speranza infinita quasi cosmica spazzava via ogni reticenza. Il disincanto comincia con il rigelo sovietico. Una successione di menzogne enormi e infami mi demoralizza fino a quello che fu per me lo choc finale: il processo Rajk a Budapest nel settembre 1949. Infine subisco un’esclusione che taglia il cordone ombelicale e mi libera (1951). Qualche anno più tardi mi dedico a un lavoro autocritico, pubblicato nel 1959, per comprendere le cause e i meccanismi dei miei errori, dovuti meno alle mie ignoranze che al mio sistema di interpretazione e di giustificazione, dove avevo rimosso come secondari, provvisori ed epifenomenici i vizi che costituivano la natura stessa del sistema staliniano. Credo di essermi sbarazzato per sempre dei pensieri unilaterali, della logica binaria che ignora contraddizioni e complessità. Ho scoperto allora che l’errore può essere fecondo a condizione di riconoscerlo, di chiarirne l’origine e la causa al fine di eliminarne il ritorno. Il lavoro liberatore dell’autocritica da me effettuato ha voluto andare alla fonte. Ho compreso che una fonte di errori e di illusioni è l’occultare i fatti che ci disturbano, anestetizzarli ed eliminarli dalla nostra mente. Ho compreso a qual punto le nostre certezze e credenze possano ingannarci, ho imparato a riflettere retrospettivamente su tutti gli accecamenti che hanno condotto la Francia alla guerra del 1939 senza saperla preparare, su tutti gli errori e su tutte le illusioni del nostro Stato maggiore nel 1940, su tutte le aberrazioni e su tutti i miraggi che sono seguiti. E pensando alla marcia sonnambula di una nazione dal 1933 al 1940 verso il disastro, io temo il nuovo sonnambulismo apparso nella nostra crisi, che non è solo economica, non è solo di civiltà, ma anche di pensiero. Mi domando se le angosce, gli smarrimenti, gli sconforti che aumentano nel nostro tempo non producano le fobie e gli accecamenti del rifiuto e dell’odio: «Svegli, dormono», diceva Eraclito. La mia ossessione della ‘vera’ conoscenza mi portò a scoprire nel 1969-1970, grazie a un soggiorno in California, la problematica della complessità. In effetti, la nozione di complessità ha chiarito retrospettivamente il mio modo di pensare, che già legava conoscenze disperse, già affrontava le contraddizioni piuttosto che evitarle, già si sforzava di superare alternative giudicate insuperabili. Questo modo di pensare non era scomparso, benché sotterraneo, durante la mia euforia da comunista di guerra. Ormai, a costituire il problema da affrontare non sono solo gli errori di fatto (d’ignoranza), di pensiero (dogmatismo), ma l’errore di un pensiero parziale, l’errore del pensiero binario che vede solo o/o, incapace di combinare e/e, nonché, più profondamente, l’errore del pensiero riduttore e del pensiero disgiuntivo ciechi a ogni complessità. La parola metodo mi è apparsa come indicazione che si dovesse camminare a lungo e con difficoltà per arrivare a concepire gli strumenti di un pensiero che sia pertinente perché complesso. E cammin facendo, ho acquisito la convinzione che la nostra educazione, per quanto dia strumenti per vivere in società (leggere, scrivere, far di conto), per quanto dia gli elementi (sfortunatamente separati) di una cultura generale (scienze della natura, scienze umane, letteratura, arti), per quanto si dedichi a preparare o a fornire un’educazione professionale, soffre di una carenza enorme per quanto concerne un bisogno primario del vivere: ingannarsi e cadere nell’illusione il meno possibile, riconoscere fonti e cause dei nostri errori e delle nostre illusioni, cercare in ogni occasione la conoscenza più pertinente possibile. Da qui una primaria ed essenziale necessità: insegnare a conoscere la conoscenza, che è sempre traduzione e ricostruzione. Questo è dire che io pretenda di fornire la verità? Fornisco mezzi per lottare contro l’illusione, l’errore, la parzialità. Le teorie scientifiche, come ha mostrato Popper, non forniscono alcuna verità assoluta e definitiva, ma progrediscono superando degli errori. Fornisco non una ricetta, ma mezzi per svegliare e stimolare le menti alla lotta contro errore, illusione, parzialità e in particolare quelli propri della nostra epoca di erranza, di dinamismi incontrollati e accelerati, di offuscamento del futuro, errori e illusioni che nell’attuale crisi dell’umanità e delle società sono pericolosi e forse mortali. L’errore e l’illusione dipendono dalla natura stessa della nostra conoscenza, e vivere è affrontare continuamente il rischio di errore e di illusione nella scelta di una decisione, di un’amicizia, di un habitat, di un coniuge, di un mestiere, di una terapia, di un candidato alle elezioni, eccetera. Il pensiero complesso insegna a essere coscienti che ogni decisione e ogni scelta costituiscono una scommessa. Spesso un’azione è deviata rispetto al suo senso quando entra in un ambiente di inter-retroazioni multiple, e può ritornare a fracassare la testa al suo autore. Quante sconfitte e quanti disastri sono stati provocati dalla certezza temeraria della vittoria! Quanti funesti capovolgimenti dopo un’ubriacatura di libertà, come piazza Tahrir e piazza Maidan! Una statua di Lenin tolta dal piedistallo in Georgia dopo il crollo del Muro.

 Edgar Morin

Io, comunque, ottimista irriducibile, lascio questo messaggio errante in una bottiglia elettronica lanciata nell’oceano della rete.

Oreste Grani/Leo Rugens

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P.S.

In milioni (oltre due e mezzo di più di quanti pensassi/sperassi) avete dato fiducia a Luigi Di Maio e al vertice del M5S. È ora di dare, oltre che il voto, sostegno, consigli, impegno personale, rafforzando così il metodo del dubbio ad evitare di farsi “dormienti da svegli” come Eraclito insinuava per troppi umani essere la condizione di vita.

Se potesse essere di aiuto, aggiungo una sfumatura sul pensiero di Eraclito e su come, anche dagli studiosi/pensatori dell’antica Grecia, venisse considerato.

Il suo pensiero risulta particolarmente difficile da comprendere ed è stato interpretato nei modi più diversi a causa del suo stile oracolare. Eraclito aveva comunque fama di cripticità già nella sua epoca. Ad esempio Aristotele, che si suppone ne abbia letto integralmente l’opera, lo definisce “l’oscuro”; persino Socrate ebbe problemi a comprendere gli aforismi dell’«oscuro», sostenendo che erano profondi quanto le profondità raggiunte dai tuffatori di Delo. 

« Il signore, il cui oracolo è a Delfi, non dice né nasconde, ma indica. »

Gli svegli e i dormienti

Ricorre nel pensiero filosofico di Eraclito la contrapposizione fra i desti e i dormienti: è «unico e comune il mondo per coloro che sono svegli», ossia quelle persone, che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso intrinseco delle cose, mentre «agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo», riferendosi alla mentalità degli uomini comuni, i dormienti appunto. Eraclito intende per filosofi tutti quelli che sanno indagare a fondo la loro anima, che, essendo illimitata, offre all’interrogando la possibilità di una ricerca altrettanto infinita. Il pensiero eracliteo è quindi aristocratico, in quanto egli definisce la maggioranza degli uomini superficiali, poiché tendono a dormire in un sonno mentale profondo che non permette loro di comprendere le leggi autentiche del mondo circostante. Secondo Eraclito infatti «rispetto a tutte le altre una sola cosa preferiscono i migliori: la gloria eterna rispetto alle cose caduche; i più invece pensano solo a saziarsi come animali».