Algeriade 6 – Pompeo De Angelis

dey di algeri

Il cavallo bianco e il cavallo nero

Pochi erano i capi che sulla costa africana si preparavano a subire la guerra con la Francia: in prima fila, vi erano costretti Hussein il dey di Algeri e il suo genero Ibrahim (o Abraham), capo della milizia della reggenza. Hussein era nato a Vurla in Asia Minore, nel 1767 o 1775, trasferito con la famiglia a Istanbul, aveva partecipato al formicaio umano, che, a Galata, sulla sponda nord del Corno d’Oro, si muoveva fra l’arsenale, il polverificio e la tophane (top = cannone, hane = imperiale), cioè la fonderia imperiale, il luogo dove si forgiavano le armi per qualsiasi battaglia del sultanato. Hussein crebbe topchis, cannoniere, ma, insoddisfatto della carriera in fabbrica, percorse il Mediterraneo, fino alla capitale della pirateria turco-moresca: una città accogliente per qualsiasi ladrone, che fosse esperto di bombarde. Lui aggiunse un libro al suo sapere balistico. Esegeta del Corano si presentò anche nella veste di predicatore. Ecco, dunque, il pio Hussein diventare iman di una moschea di Algeri. Omar non si fece sfuggire un tipo simile e lo chiamò al palazzo Jenina, a sovrintendere i lavori di fortificazione della città attribuendogli la carica di segretario della reggenza. Omar Agha Dey, un rinnegato greco di Lesbo arrivato al potere nell’aprile del 1815, in seguito all’assassinio di Mohamed Khaznadji il predecessore, curava un progetto: il porto e la città dovevano diventare imprendibili attraverso una difesa di bocche da fuoco, che il segretario Hussein avrebbe ordinato a Galata e che avrebbe disposto sugli spalti e nelle feritoie delle fortezze, incrociando i tiri in tutte le direzioni. Il 27 agosto del 1816 Algeri era stata bombardata dall’ammiraglio britannico lord Exmooth. Il dey era allora disarmato. Si era arreso e aveva dovuto liberare 2.000 schiavi cristiani senza riscatto o contropartita e aveva anche giurato che non avrebbe più posto in schiavitù i crociati, ma solo gli ebrei e i mori. Algeri divenne, dopo l’intervento dell’iman-topchis, un campo di artiglieria. E come cadde la reggenza di Omar lo racconta la Gazzetta di Genova del 25 ottobre 1817 (Nota 1): “Da più di un mese si osservava un fermento nelle milizie. Si spargevano voci allarmanti per la persona del dey Omar Pascià. Il 3 di questo mese, di buon mattino, 6000 soldati turchi si portarono tumultuosamente verso il palazzo delle reggenza. La guardia del palazzo di soli 60 uomini era troppo debole per resistere ai ribelli. … (Assalito), il principe sguainò la sciabola e tentò di difendersi, ma oppresso dal numero fu trascinato dall’alto del suo palazzo fin ne’ cortili, dove i ribelli lo strangolarono. Nel tempo stesso, altri soldati turchi, sparsi nella città e in grandissimo numero acclamavano un nuovo dey Alì ben-Ahmed, detto Alj-Kodja e lo portarono in trionfo.

Ali Khoja Dey d'Algeri 1817-1818

Alj-Kodja

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Fu acclamato dalle legioni turche, ma lui, per evitare il destino del predecessore, protetto da guardie moresche, trasferì la residenza dal palazzo sovrano di Jenina, nella parte bassa della città, alla casbah, una triste dimora in alto, a 118 m. sul l.d.m., simile a un nido calcinato di avvoltoio, depositando nelle cantine il tesoro di stato. Si diceva in Nord Africa: “Se è vero che qualche pascià ha regnato per tredici anni, Algeri ne ha visti cadere sette in un giorno.” Il prudente dey ebbe il denaro con cui arruolò i guerrieri berberi, per sostituire le prepotenti milizie turche con gli uomini della Kabilia: giorni terribili! Algeri era flagellata dalla peste. Il diplomatico inglese Shaler annotava: “I consoli stranieri che si recano dal dey per le cerimonie pubbliche arrivano alla sala delle udienze inciampando su uno o due cadaveri.” Cattivi per il flagello pestifero e per la mancanza di paga, il 29 novembre del 1817, i giannizzeri assaltarono la casbah, per vendicarsi sul dey, ma il sovrano si era ritirato nella Fortezza dell’Imperatore e i rivoltosi, presi fra i fuochi dei vari castelli, furono mitragliati e subirono un massacro, per cui fu eliminata la milizia turca in Algeri, salvo un modesto gruppo, che si aggregò alla nuova fanteria, organizzata dai mercenari delle montagne e dai coulouglì, i nati dai matrimoni fra turchi e donne indigene. La peste fece pari, il 28 febbraio 1818: afferrò il dey, il quale aveva fatto testamento indicando il successore in Hussein di Galata, che, emanò una amnistia e visse in un angolo di mondo, la Casbah, composto dal torrione delle guardie, di cinque o sei sale di rappresentanza, di varie camere per lui e qualche schiavo, di un vasto harem per una ventina di mogli, di una moschea circolare, di grandi magazzini, di sotterranei, tutti locali senza finestre, senza vetri e di un giardinetto di gelsomini incassato fra mura altissime e lì rimase, senza mai superare la porta della cinta verso la città, neppure verso il suo palazzetto personale sulla spiaggia. Seduto sulle casse del suo tesoro, per anni, Hussein Dey può essere definito il prigioniero della Casbah.

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algeri 1890

Acmet el-Hadj era un uomo della cavalleria araba del Sarah, su cui Hussein poteva fare affidamento. Nato forse nel 1784, ricoprì la carica di bey (governatore) di Costantine, quando aveva circa quarantacinque anni. Era figlio di un goulouglì avendo suo padre, un turco con il grado di ministro nel governo di Costantine, sposato la figlia di Dandy ben-Gannah, un beduino a capo della più numerosa tribù del Gran Deserto. Fin da bambino visse nelle tende mobili delle oasi e dei pozzi, perché suo padre era stato strangolato e tutta la famiglia era stata condannata allo sterminio da Alì – Coggia dey di Algeri; la madre lo aveva salvato portandolo da suo fratello in quelle sconfinate lande a sud del Sael dove era assicurata la libertà dei nomadi. Nel 1818, Husein Dey lo indusse a rientrare offrendogli il posto del padre, a Costantine. Fu un cattivo affare per il reggente. Infatti il suo eletto spogliava i sudditi dei loro averi, sempre più avido di ricchezza, tanto che il bey dovette allontanarlo dai frutti terreni obbligandolo al pellegrinaggio alla Mecca. Rientrò nel 1826 e fu relegato a Titteri, oggi Medea . La spedizione francese del1827 lo salvò. Hussein, gli affidò la distruzione delle stazioni commerciali di la Calle e di Bone. Predisponendo il fronte contro il blocco avversario, gli affidò il governatorato di Costantine. Invano Mathieu Lesseps, console di Carlo X a Tunisi, (era il padre di Ferdinand Lesseps, il costruttore del canale di Suez) cercò di comprarlo: lui invece apparve, il 14 giugno 1830, sulle colline che circondano la rada di Algeri nella magnificenza del suo costume e nella bellezza del suo agile cavallo bianco alla testa di una truppa in burnus bianco, per combattere i francesi.

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Fu accanto ad Hussein bey, il devoto governatore di Orano, Assan, troppo vecchio per poter mettersi alla testa delle soldatesche e preoccupato perché un movimento dei capi tribù della regione di Mascara e di Orano mirava a sostituirlo nel beylick. L’uomo della sedizione era Abd el Kader Mahiddin, discendente del profeta, marabout della confraternita dei Qadiriyya. Marabout significa essere un santo vivente e il titolo era ereditario. Aveva quattro figli e il più piccolo si chiamava Ab del-Kadar, (Nota 2) il migliore della prole, destinato a sostituirlo come capo religioso e a questo scopo educato alla scuola del letterato Ahmed ben Khodjia di Orano e al tempo stesso allenato all’arte della equitazione. A dodici anni, il figlio aveva raggiunto il grado di hafiz, cioè di colui che sapeva a memoria il Corano. Nel 1826, padre e figlio intesero partire per la Mecca, ma la folla che li acclamava impaurì il bey, che vide nell’assembramento una rivolta e, impaurito, imprigionò i pellegrini. Nel 1828, i due santoni raggiunsero comunque la loro meta religiosa e visitarono anche Damasco, Bagdad e Gerusalemme. Ritornarono a Guetna, alla vigilia dello sbarco francese. Si dichiararono contro gli invasori e contro Assan bey che si apprestava a trattare la resa di Orano. Mahiddin si mise alla testa di un movimento separatista per creare un sultanato della regione compresa tra il Marocco e il beylick di Titteri. Suo figlio era la vera attrazione. Affascinava il popolo: era alto un metro e settantotto, con il petto possente, i suoi occhi erano azzurri o nocciola sotto una fronte di marmo (colore degli occhi diverso secondo i vari testimoni); si presentava in sella a un rarissimo cavallo nero, tinta che metteva in risalto il manto bianco del cavaliere, l’argento e i coralli con cui erano decorate le sue armi; quando appariva le donne velate gridavano: “Yuu-yuu”.

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Abd el-Kader

In Algeri, il dey sapeva che la flotta francese avrebbe effettuato lo sbarco a Sidy-Ferruch (Torre Chica, Sultan Calassi) perché le spie gli avevano mandato i giornali di Tolone con le notizie della spedizione. Leggeva i numeri dei nemici e i nomi: “Bourmont comandante generale; Duperré ammiraglio generale; gen. Despéee capo di stato maggiore; tre divisioni di fanteria comandate dai generali luogotenenti Berthezène, Loverdo, Duc d’Escars; artiglieria gen. Lahitte; genio gen. Valaré; cavalleria col. Bontemps de Barry; intendenza militare Baron Deniée, ospedale M. Roux.” Che altro voleva sapere? Il dey chiese l’aiuto ai capi del Marocco, di Tunisi e di Tripoli, ma non ottenne consensi. La Porta di Istanbul inviò ad Algeri il pascià Tahir con l’ordine di fargli tagliare la testa, di prendere lui la reggenza e di pacificarsi con la Francia, ma la nave ottomana cadde nella rete del blocco navale e il dignitario turco fu portato prigioniero a Tolone.

Pompeo De Angelis

Note

1. Gazzetta di Genova n° 86 del 25 ottobre 1817.
2. Abd el-Kader, quarto figlio di Abd el Kader Mehiedin, nacque l’8 settembre 1808 a Guetna nel Mascara.

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Abd el-Kader

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