Oggi, a poche ore dal 40° del sequestro Moro, mi sento schiacciato dal peso delle mie scelte

moro-1

Qualche tempo addietro (mi sembra un paio di anni) è uscito un libro (Morte di un Presidente – Ed. Ponte alle Grazie), a firma di Paolo Cucchiarelli, giornalista e scrittore investigativo, in organico all’ANSA da un numero di anni sufficienti perché, da quell’osservatorio, poco gli sfuggisse di quanto eventualmente fosse emerso sul tema che oggi, se non lo aveste comprato e letto a suo tempo, può essere utile, se non determinante, mettere la testa se quanto è accaduto prima, durante e dopo i 55 giorni del sequestro Moro ancora vi appassionano.

Per introdurvi a questo impegnativo testo (è impegnativo anche se a detta di Cucchiarelli  lui stesso lo ha “dimezzato”, tagliandolo di oltre 400 pagine, che ha ritenuto, dopo averle scritte, di non mandare in stampa), io mi vedrei/ascolterei il video che vi ho selezionato tra i tanti possibili sull’argomento perché non solo contiene parole di spiegazione dell’autore ma ci sono gli interventi di due figure che, per motivi diversi, sarà utile ascoltare: uno è Marco Damilano, a sua volta giornalista serio e informato e l’altro è il Presidente della Commissione Parlamentare d’indagine proprio sul Caso Moro, Giuseppe Fioroni. Per ricordare quegli anni ho già detto la mia più volte (forse troppe ed evidentemente senza saperlo dire) a partire da questo blog. Di sabbia o di bitume sotto le scarpe della vittima so poco come viceversa sentirete a lungo ragionare. Dico che se non si è fatto all’epoca e per anni, nessun uso scientifico e deduttivo di indizi così rilevanti (quelli balistici urlano vendetta!) ci devono essere stati motivi gravissimi dietro a tanta inspiegabile sciatteria o viltà o connivenza. Quello della connivenza è l’aspetto che, ancora oggi, mi sembra meno indagato. Mi appare, viceversa, il tema ben impostato nel lavoro di  Cucchiarelli quando si sofferma, a lungo e più volte, sul ruolo atipico svolto da alcuni “personaggi parapolitici locali” nella costituzione della Colonna Romana delle BR, avvenuta ad opera determinante (quante volte ho scritto che il provinciale e spaesato Moretti non sarebbe riuscito, da solo, nell’intento di farsi largo a Roma, città segnata culturalmente dalle relazioni politiche e istituzionali di cui non disponeva e che erano viceversa nelle corde e nel patrimonio genetico e familiare degli altri?) dei maggiori esponenti dell’Autonomia e dai loro fiancheggiatori. La costituzione della Colonna (romana e non solo) che poi operativamente ha agito durante i 55 giorni, non si sarebbe potuta sostanziare se, dopo un dibattito che fu esclusivamente di tipo politico (farneticante nella sua megalomania leninista ma di tipo politico) esponenti appositamente (è un mio giudizio radicato) fatti uscire dall’Autonomia (Valerio Morucci, Adriana Faranda e, sia pur con ruolo diverso e non certo operativo, il pokerista Lanfranco Pace), non avessero avuto il bene placet dei vertici dell’Autonomia che decisero, spregiudicatamente e con intenti parassitari, di far “passare” Mario Moretti, di sfruttare la sua condizione finanziaria (il riscatto del rapimento Costa viene pagato a Roma) accettando il suo ruolo di pericoloso agente destabilizzatore e sabotatore di ogni possibile futuro per questo nostro Paese. Era plateale che questo fosse Moretti, e chi aveva letto tonnellate di libri non poteva non accorgersene. Paese che, privato di Aldo Moro e di una visione europea e mediterranea, sarebbe andato allo sbando. Come è avvenuto.

aldo-moro-con-la-figlia-agnese-721130_tn

Appositamente è un termine non investigato ma che coinvolge chi nell’Autonomia (particolarmente quella romana) pensava, da anni, per conto di Morucci e della sua fidanzata Faranda. Per questo, certo di queste dinamiche parapolitiche e della loro, sin da allora, evidente debolezza sostanziale, tenevo sotto strettissimo controllo la Faranda attraverso il marito “ufficiale” Luigi Rosati (a sua volta esponente dell’Autonomia) che comunque era per motivi, anche familiari (avevano una bambina parcheggiata dai suoceri) il rizoma più praticabile e meno visibile. Per non parlare di come avessi predisposto pari elastico atipico nei confronti del pericoloso e ambiguo Valerio Morucci.

Su Pace (ma anche su Scalzone, Piperno e quelli del nord) e sul suo/loro ruolo venivo, quotidianamente (alloggiavamo in un appartamento da me appositamente predisposto all’altezza delle Stazione Trastevere) informato da Lucio Castellano (altro esponente di rilievo dell’Autonomia romana e della redazione di Metropoli) e da altre figure ciarliere che si aggiravano tra bar e ristoranti sempre affollati da questi signorini della rivoluzione proletaria. Questa fauna romana (che aveva il suo cuore in Piazza Cesarini Sforza presso il Cerpet e nel sottostante ristorante ma anche nella redazione de il Male dove paradossalmente si sapevano molte cose) era in osmosi con i combattenti già assassini e che si preparavano ad assassinare nuovamente. Avevo deciso, in accordo con Domenico Spinella (cito lui per non dover ogni volta enunciare gli altri) che monitorare la membrana osmotica era la soluzione migliore per la natura complessa di quel mondo fatto di mille dentro e di mille fuori, di rivalità feroci, di contatti tipicamente ambigui del vasto ambiente (anche internazionale) che circondava i ragazzotti e le ragazzotte, ma che tali certo non si sentivano, facilitando il compito informativo. Ma che tali erano per cui si sapeva molto di loro e poco o niente era compartimentato o “segreto. Ho più volte ricordato che (ma ormai chiuderò gli occhi senza saperlo) che sarebbe stato interessante (nulla nel Caso Moro ormai è determinante ed è triste ammetterlo) sapere “chi” aveva dato l’ordine a Domenico Spinella di arrestare, con precipitazione (fine gennaio 1978) e assoluta inutilità, la rete predisposta, coltivata, monitorata di “lepri osmotiche” tra cui il citato Luigi Rosati, Giancarlo Davoli ed altri con ben altre finalità che recuperare due volantini, un revolver, un po’ di esplosivi e poco più. Se si capisse “chi”, negli apparati dello Stato, diede quell’ordine, un pezzetto in più di verità su “chi” intelligentemente mi tagliò fuori preventivamente  prima dell’ultima fase di preparazione del sequestro (cosa devo pensare se non questo?) avrebbe aiutato a capire “chi” aveva la totalità degli schermi sotto controllo. Ed io, evidentemente, ero uno di quegli schermi “da spegnere”, prima dell’operazione. Se esisteva qualcuno che aveva la possibilità di esaminare (e quindi di deciderne lo spegnimento senza altro motivo che accecare), in una centrale metafisica, i prodotti delle varie telecamere predisposte per vigilare sulla sicurezza della Repubblica, avremmo la prova certa di una regia e di un complotto.

Questo mio ragionare, per la prima volta, passati 40 anni, mi appare particolarmente inutile come cercare stabilimenti balneari della GDF o catrame o sabbie o organismi marini sotto le suole di Aldo Moro. Con il rispetto che devo al gran lavoro di Paolo Cucchiarelli.

Per la prima volta mi “dissocio” dal mio aver agito con tanta dedizione e amore per l’Italia. Addirittura mi “pento” di aver sacrificato vita e affetti a quella scelta ideale.

Oreste Grani

Schermata 2018-03-15 a 14.32.48.png

GUARDA IL VIDEO