Il 18 marzo 1980 la Balzerani (quella) uccideva Girolamo Minervini

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Oggi si cominciano a spegnere le luci sul rapimento Moro e (lo riscontro anche dai grafici degli accessi a questo blog) meno cittadini curiosi verrano a leggere di quegli anni.

Eppure, proprio oggi, andrebbero riaccesi i riflettori, con maggiore intensità, perché il 18 marzo 1980, veniva ucciso un altro servitore dello Stato di altissimo profilo professionale e umano: Girolamo Minervini, magistrato e, da poche ore quando viene attinto, Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Il direttore delle case circondariali di tutta Italia. Da poche ore, ho scritto e quei pezzenti ciechi killer pretendevano di avere ragione giustiziando (secondo il loro modo di pensare) il responsabile morale di una politica carceraria non ancora attuata!

Vi prego di fermarvi su questo particolare. Pezzenti morali e ciechi assassini. Ciechi o banalmente miopi proprio come Barbara Balzerani, una dei suoi assassini. Minervini (da Molfetta, pugliese di qualità, come Aldo Moro) non aveva ancora trasferito le sue carte alla Direzione, non aveva ancora potuto far torturare nessuno, non aveva potuto divenire un simbolo della persecuzioni di innocenti, soprattutto non si sapeva cosa avrebbe fatto per, viceversa, migliorare la condizione di vita dei penitenti. Ma una donnetta di Colleferro, fanatica comunista, legata da passioncella sessual-amorosa con il capo delle BR, Mario Moretti, lo aveva condannato a morte a priori e così dovette essere. Leggete queste semplici parole che i colleghi magistrati hanno usato descrittive della moralità dell’uomo ucciso da “Barbarella” e ditemi perché non si deve augurare a questa pezzente, di animo e pensieri, atroci sofferenze espiative.

PROSPERO GALLINARI , BARBARA BALZARANI

L’uomo che usava l’autobus per andare a prendere servizio cade per mano di una cialtronetta esaltata che si era fatta zarina ancillare dello zar Moretti. Perché quando si alzava dal letto, questo era. Una scaldapiedi dell’efficiente burocrate marchigiano. Miope a sufficienza per non accorgersi di aver lasciato il telefono della doccia aperta in via Gradoli sempre a detta di dell’ing. Mario Borghi alias Moretti.

Girolamo Minervini viene ucciso a Roma dalle B.R. la mattina del 18 marzo 1980 mentre sta scendendo dall’autobus andando al lavoro, senza scorta. Dal giorno prima, era Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena. Aveva rifiutato la scorta (“è inutile, e non intendo far ammazzare tre o quattro ragazzi”).  Sapeva però che il suo nome  era stato trovato in una lista custodita in un covo brigatista. Lucidamente ne aveva parlato a suo figlio Mauro che, in una breve nota sul padre, ha scritto: “Il 16 marzo 1980… mi venne a trovare…. Mi confermò che ormai la nomina a Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena era certa e che, in tal caso, lo era quasi altrettanto l’esecuzione della sentenza di morte da parte delle Br. Mi illustrò ove fosse la polizza assicurativa e quali fossero le provvidenze per mia madre, alla quale mi chiese di stare vicino. …. Con toni molto pacati e tranquilli mi chiarì che ‘in guerra un Generale non può rifiutare di andare in un posto dove si muore’ e che in fin dei conti non era lui tipo da morire d’influenza”. (Tratto dalla pubblicazione del Csm “Nel loro segno”). 

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Questo era Minervini, uomo onesto e premuroso nei confronti dello Stato repubblicano e della sua famiglia lasciata consapevolmente senza la sua guida. Da “generale coraggioso” è salito sul patibolo del “servizio”, sapendo il rischio che correva.

Consiglio sempre di approfondire “chi” questi pezzenti abbiano ucciso. Sempre i migliori. Così per il gen. Licio Giorgieri la cui morte fu organizzata da Claudia Gioia (LE REGIE OCCULTE. OVVERO, COME E PERCHÉ CLAUDIA GIOIA FECE ASSASSINARE IL GENERALE LICIO GIORGIERI) un’altra subito fuori. Anzi, nel caso della bella rossa oggi una star del mondo sofisticato dell’arte contemporanea, ancor prima.

Su cento e cento vittime (ma chi erano queste donnette e questi omuncoli per farsi tribunale in nome del Popolo Italiano?), solo nel caso di Italo Schettini (lo sfrattatore) ci si è trovati, forse, di fronte ad una figura di angariatore avido. Ma, ripeto, chi erano questi amorali per decidere della vita e della morte degli altri da se? Tutti gli altri bersagli, erano tra i migliori e in questa capacità di scelta disarticolante aumenta la responsabilità degli assassini che dovevano essere tutti lasciati a vita reclusi senza tentennamenti a imperitura memoria di quanto danno avevano arrecato alla collettività.  O quando vi dichiarate ammirati della solida attuale Germania pensate a che fine sommaria è stata fatta fare ai vertici della RAF.   

Ha ragione da vendere, quindi, il Capo della Polizia, prefetto Franco Gabrielli: non solo, grazie alla Legge Gozzini, sono tutti fuori (tranne i morti), i massacratori di Moro, della sua scorta e, soprattutto, della speranza di una sovranità italiana in politica mediterranea, ma arroganti, alcuni di quei vermi assassini, sostanzialmente, si fanno vanto della loro vigliacca e farneticante attività dell’epoca.

Molti non avevano strumenti culturali quando già uccidevano perché erano ragazzotti e ragazzotte definibili facilmente intelettulmente e culturalmente delle “mezze cartucce”.

Molti, viceversa, questi mezzi li avevano e li hanno ancora e, pertanto, la loro responsabilità, è mille volte maggiore.

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Oltre che di quella pezzente a-morale di Barbarella (così era nota prima a Colleferro dove era nata nel gennaio del 1949, e poi quando, in semi clandestinità, si aggirava per Roma ed era già catturabile) Barzerani, detta, Sara, se fossi Gabrielli, mi porrei il problema di perché colleghi del trucidato maresciallo Oreste Leonardi, quali il generale Mario Mori (lui dimentico evidentemente degli alamari), abbiano ritenuto normale avere frequentazione professionale (che qualcuno smentisca questa oscena intimità nella casa editrice GRISK Security ed Intelligence Services) con uno come Valerio Morucci che, platealmente, non è certamente pentito dei comportamenti tenuti, prima, durante e dopo il “Sequestro Moro”. Chiacchiere, ma non reale pentimento. Chiacchiere, ma non reale collaborazione per ricostruire responsabilità e complicità. Sarebbe importante che un giorno Gabrielli, a nome dello Stato, ponesse pubblicamente queste domande a Mori: ma come cazzo hai fatto a non schiaffeggiare Morucci quando lo hai avuto a tiro?

Tornando alla “Sara” Balzerani, ricordo il suo rapporto anche sessuale (erano coppia durante il periodo scellerato) con Mario Moretti, per sottolineare la mia lettura su questi amorazzi che si consumavano durante l’orgia di sangue e delle scariche adrenaliniche date dal pericolo che gli esaltati correvano. Balzerani, ad esempio, si accoppiava con il “capo” Moretti, e Morucci faceva lo stesso con la bella Faranda. E così tanti altri. Sentire a me, questa è stata gente di “bassa levatura” e come tale, sin da allora, doveva essere classificata e trattata con un tipo di intelligenza e risolutezza che non si è mai voluta usare. Direi, gentile e consapevole prefetto Gabrielli, che questa area della non volontà a stroncare per tempo, potrebbe essere interessante farne oggetto di alcune borse di studio offerte a discendenti delle vittime perché studino, con ogni mezzo e aprendo loro ogni archivio, chi si è fatto complice “da dentro” rispetto al “fuori” in cui, non sempre contrastati con capacità, operavano questi boia.

Oggi, 18 marzo 2018, ho voluto non dimenticare Girolamo Minervini, uomo certamente di sentimenti democratici (era un magistrato di sinistra, come Guido Rossa, per intendersi, sia pure con responsabilità diverse nella collettività), esempio di come si deve saper proteggere i propri cari e gli altri servitori dello Stato. Vorrei tanto sentire parole opportune anche su questi temi dolorosi (ferite ancora aperte) da parte del candidato premier Luigi Di Maio. Lo so che non era neanche nato quando veniva ucciso Minervini ma anche quando governava Alcide De Gasperi, il capo del Movimento 5 Stelle non era ancora in circolazione.

In ultimo, ma non cosa ultima: vuoi vedere che in realtà questi che abitavano a Via Gradoli (e non solo) hanno carte in mano e ricordi a sufficienza per potersi permettere di parlare come parlano?

Vuoi vedere che il vizietto di cose inconfessabili tipo trattativa Stato-Mafia non sono estranee a queste arroganze?

Oreste Grani/Leo Rugens

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P. S.

Nelle dichiarazioni che seguono troverete l’affermazione più grave tra tutte quelle che, in quarant’anni di misteri italiani, si potesse ascoltare detta da uno, Mario Mori, che ha diretto il SISDE per alcuni anni, e, soprattutto, dava, negli anni ’70, la caccia ai terroristi operativi sulla piazza di Roma e provincia.

Ora abbiamo la chiave di tutto: Mario Mori considera Morucci Valerio uno degli uomini più intelligenti che abbia conosciuto. Aiutooooooooo!

E come avremmo potuto contrastare le BR fino a quando non hanno fatto quello che dovevano fare?

Morucci, al massimo, aveva di “grosso” altro che il cervello e senza il pensiero elaborato, in Potere Operaio/Autonomia, da Franco Piperno, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace, Lucio Castellano, Antonio Negri, Paolo Virno e, scendo fino a Jaro Novak, non si sarebbe riuscito ad allacciare neanche le scarpe.

Intellettualmente parlando. Non credo che Faranda si sia innamorata dell’intelligenza superiore di Morucci. Ma se un investigatore di quel calibro (si fa per dire e basandomi su quanto è costato alla Repubblica) ancora, a decenni di distanza, dice una tale cazzata, mi dite perché non dobbiamo avere dei dubbi su come quella stagione sia stata manovrata e da chi?

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Così si alimentano le dietrologie: affermando che Morucci sia un uomo intelligente.

Al massimo di intelligente, visto come è ridotto Mori, nella messa in scena di Morucci, sottratto alla punizione che Gallinari/Moretti gli avevano destinata, c’è solo l’attività dell’intelligente (lui sì) Giorgio Conforto (KGB e altro!) nella cui casa i piccioncini latitanti (Valerio e Adriana) sono stati trovati. Un po’ di pudore Mori e pensa prima di parlare o chiedi consiglio, come eri solito fare, ai tuoi amici francesi, ben rappresentati all’epoca, sulla piazza romana, da Fulvio Guatteri (SDECE ed altro), che, se non si sbaglia il vecchio e stanco Leo Rugens, dovresti ricordarti chi cazz’è.

Pronto come al solito a scusarmi o a rispondere di queste affermazioni nelle sedi opportune.

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