Carboni e la Loggia P3 che, notoriamente viene dopo la P2 di Gelli e la Propaganda di Lemmi

     Filippo Palizzi (1818-1899) - Figurative realist italian painter

Flavio Carboni è stato condannato a sei anni e mezzo (è del 1938 e ha pertanto 80 anni!) come promotore di un’associazione segreta, la P3, definita tale secondo la Legge Anselmi.

A questa associazione (di fatto una loggia massonica) non è risultato essere affiliato Denis Verdini (quello) che esulta per l’assoluzione, ma che per reato commesso a latere di questa attività illecita finalizzata a condizionare alcune delicatissime istituzioni repubblicane, si è visto condannare a un anno e tre mesi + seicentomila euro di multa, per finanziamento illecito. Multa salata, per chi sa di cose di legge.

Lasciamo perdere tecnicismi giudiziari e rimaniamo alla sostanza dell’ennesimo groviglio bituminoso pseudo massonico.

Ci sono altri condannati (morti compresi) ma recuperatevi in rete la notizia perché io sono stanco di digitare i soliti nomi.

Teniamo solo conto che anche Marcello Dell’Utri (quello) è coinvolto con questi mestatori sovversivi ma per lui, per motivi di legge, si sta agendo secondo un’altro procedimento.

Pioverà sul bagnato, per il povero Marcello (che comincia a farci tenerezza), mentre il suo dominus, l’istigatore complice, quello avvantaggiatosi di mille piccoli e grandi vantaggi dell’avere avuto il braccio destro organico alla Mafia e all’Opus Dei, continua a cavarsela e, soprattutto, a non morire.

A meno che…

L’odierno post mi interessa dedicarlo alla P3 che per numero a seguire viene dopo la P2 e prima della P4. Cosa fosse la Loggia Propaganda da cui in teoria derivano queste consorterie di mascalzoni ve lo ricordo usando una lunga citazione di un lavoro di ricerca e studio di Lucia Visca.

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Cose note, direte, ma meglio ricordarle. Soprattutto, come suggerisce un attento e appassionato nostro lettore (Garagista asfittico) per non dimenticare e sapersi orientare.

Attenzione a non commettere un errore di valutazione. Non si creda che tutta la vicenda risorgimentale sia stata la copertura di una combriccola di affaristi annidata nel mistero delle logge massoniche e in combutta con le organizzazioni criminali. La storia, per fortuna, è più complessa. Certo è che alcuni metodi e pratiche, fissati in quegli anni, si sono via via riproposti fino all’oggi. La reciproca convenienza di interessi tra organizzazioni criminali e settori marginali, a volte neanche tanto, dello Stato si è espressa in un susseguirsi di circostanze e scandali mai fino in fondo chiariti. Nel bene e nel male: quando c’era da fare l’Italia o liberarla dal fascismo favorendo lo sbarco delle forze Usa in Sicilia nel 1943 ma anche quando bisognava sbarrare la strada al sogno di Enrico Mattei di liberare il Paese dal dominio petrolifero degli Usa o tentare di distruggere la televisione pubblica a vantaggio di una telecrazia privata in grado di penetrare e orientare le coscienze“.

Telecrazia privata in grado di orientare le coscienze, mi piace questa allocuzione.  Altroché se mi piace, perché, tra l’altro, mi sembra renda perfettamente il misfatto del berlusconismo impostoci.

Riprendendo la ricostruzione storica di quando il GOI imperava e la Loggia Propaganda svolgeva la sua funzione di “governo reale”. Ovviamente mi scuso con gli addetti ai lavori che sanno tutto di massoneria e di storia patria.

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“Il malcostume probabilmente esiste dall’inizio della Storia del mondo ma quello che ci interessa è capire come sia stato costruito a tavolino un sistema di potere dove l’ intreccio «affari e politica» non è mai tramontato. Bisogna perciò tornare a quel 1877 quando le buone intenzioni del Gran Maestro Giuseppe Mazzoni (non è un refuso!!! ndr) spianarono il terreno alla furbizia imprenditoriale di Adriano Lemmi, Gran Maestro del GOI dal 1885 al 1895. Lo chiamavano «il banchiere della rivoluzione» perché era stato molto vicino a Giuseppe Mazzini (quello) e nel 1857 aveva finanziato la spedizione di Sapri di Carlo Pìsacane. L’appellativo glielo aveva tagliato addosso Giuseppe Guerzoni, scrittore garibaldino e biografo dell’eroe dei due mondi. Molto legato proprio a Garibaldi, Lemmi tentò di conciliare la filosofia del generale con quella di un Grande Oriente d’ Italia che si faceva largo con prepotenza negli spazi della politica dopo la presa di Roma. Nel 1879 sostenne la Lega (vedete che Salvini non è il primo a scendere a Roma con una Lega?) della Democrazia, fondata a Roma da Garibaldi, e ne finanziò il giornale, inaugurando lo straordinario interesse che la massoneria avrebbe sempre avuto per l’informazione.

Lemmi era livornese, banchiere con buone amicizie nei Palazzi del governo e negli Stati Uniti. Ebbe la capacità di coniugare i due elementi in una modernissima concezione di «rete». roba da fare invidia alle mire di parecchi attuali lobbisti. Qualsiasi cosa abbia fatto nella vita, riuscì a farla fruttare. Esemplare il suo rapporto con gli americani, costruito quando Giuseppe Mazzini, dopo la sconfitta della Repubblica Romana nel 1849, lo mandò ad accompagnare il patriota ungherese Luigi Kossuth negli Stati Uniti. (Pensate che siano iniziative di oggi i viaggetti negli USA? ndr) Lemmi fece un sacco di amicizie che gli tornarono buone dopo l’unificazione del Paese. Erano gli anni del primo governo di Francesco Crispi (1887-1891). Con lo statista siciliano, Lemmi aveva un legame a doppio filo, fino a essere accusato dai suoi detrattori di utilizzare la massoneria come organismo fiancheggiatore del governo e di sostenerne le decisioni meno commendevoli come la repressione nel sangue dei Fasci siciliani nel 1894.

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Qualcosa, comunque, l’amicizia con Crispi gli fruttò: Lemmi, a trattativa privata, ottenne la fornitura di tabacco alle manifatture napoletane. Tutto passava per una società americana (nulla di nuovo sotto il sole delle dipendenze ndr) di cui era rappresentante e che faceva il prezzo sul mercato. Prezzo che immancabilmente lievitò facendo spendere allo Stato italiano uno sproposito e facendo gridare le opposizioni allo scandalo. Il figlio Silvano, Gran Tesoriere della Massoneria dal 1896 al 1904, fabbricherà, a Firenze, le sigarette Macedonia poi commercializzate dai Monopoli di Stato e divenute le sigarette simbolo del regime fascista. Prima del tabacco, Adriano Lemmi aveva gestito le ferrovie napoletane, concessogli dallo stesso Garibaldi, con il quale evidentemente non condivideva solo la fede massonica. (Senza dire che anche il generale qualche occhio lo chiudeva non essendo certo un Giuseppe Mazzini ndr). Oltre che quella risorgimentale, e gli anni americani. Gestione che però perse presto. Vari passaggi di mano fino a che le ferrovie tornarono in mano a un fratello, il conte Pietro Bastogi, capostipite di un impero tuttora quotato in borsa, ministro delle Finanze con Cavour e Bettino Ricasoli.

Il passaggio di mano avvenne durante il governo di Urbano Rattazzi e ben presto fu scoperta una compravendita di voti (ma non posso crederci! ndr) in Parlamento, con tanto di inchiesta e censura contro Bastogi.

Ad Adriano Lemmi si attribuisce una frase che la dice lunga su quanto sarebbe avvenuto in Italia dal 1861 in poi: «Chi è al governo degli Stati o è nostro fratello o deve perdere il posto».

Posizioni come questa hanno gettato fango sul Risorgimento. Un esempio per tutti. Quando scoppiò lo scandalo P2 e si andò alle origini della loggiaPropaganda circolò con insistenza la voce che a fondarla fosse stato Giuseppe Mazzini in persona. Niente di meno vero. Il profeta del Risorgimento morì il 10 marzo 1872 mentre la loggia venne fondata nel 1877 ma raggiunse la sua massima potenza almeno un decennio dopo. (Della serie non mi toccate il Maestro Giuseppe Mazzini e a conferma che il vizietto delle fake news non è solo di alcuni oggi ndr).

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Lemmi aveva cominciato a occuparsene personalmente, riuscendo a portare nel tempio del potere oltre trecento (!!!) deputati sui circa cinquecento che allora venivano eletti. Quelli non avrebbero mai “perso il posto» pur agendo nella quasi totale segretezza, altra intuizione di Lemmi. Nomi, comunque, sono trapelati, perché Lemmi puntava alto. Oltre agli affari pensava a raccogliere attorno a sé chi un posto nella Storia o già lo aveva o lo avrebbe presto avuto: un nome per tutti Giosuè Carducci, affiliato alla Propaganda nel 1886 e subito in polemica perché intravedeva troppa aria di conciliazione, soprattutto con gli ambienti clericali romani.

A scorrerli oggi, i nomi della loggia Propaganda sembrano uscire dal solito sussidiario delle elementari o dallo stradario romano dopo la Breccia di Porta Pia: Giuseppe Zanardelli, Aurelio Saffi, Ernesto Nathan, Luigi Pianciani, Nicola Fabrizi, Luigi Orlando, lo stesso Francesco Crispi e così via. Non sono che alcuni dei «grandi spiriti», come diceva Lemmi, componenti di un neonato «consiglio della Terza Italia». Quello che spianò la strada ai governi della Sinistra storica. E purtroppo anche a intrecci politico-affaristici fra i quali molti ascrivono anche lo scandalo della Banca Romana che arrivò a sfiorare Giovanni Giolitti, costringendolo alle dimissioni dopo un solo anno del suo primo governo.

È comunque sbagliato pensare che i «grandi spiriti» orientassero la politica del GOI. Gli storici raccontano anzi il contrario. Descrivono la Loggia Propaganda come un fiore all’occhiello della massoneria.

All’epoca nessuno dei membri della Propaganda veniva iniziato «all’orecchio del Maestro», ossia in segretezza come invece avverrà per la P2 di Licio Gelli. Almeno questo riportano molte testimonianze dell’epoca, raccontando di un Lemmi sempre impegnalo a mostrare i prodigi della sua loggia di lusso e a incitare gli affiliati a essere consiglio della «Terza Italia», quella che doveva nascere e svilupparsi oltre il dominio di casa Savoia, non solo sulla carta.

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Non una loggia segreta, dunque. Ma la riservatezza è pur sempre caratteristica propria della massoneria. Ed è forse per questo che le riunioni e le iniziazioni della Propaganda avvenivano in luoghi poco usuali, spesso alla Camera dei Deputati negli uffici dei fratelli  parlamentari. Circostanza che, all’occhio del cronista, sembra più vicina alla sensibilità per gli affari del suo ispiratore che a quella del costruire la Nazione di domani.

Adriano Lemmi in testa aveva un’idea fissa: riunire tutte le obbedienze in una sola grande famiglia per fame il fulcro del partito dello Stato e dare un nuovo ordine all’Italia. Questa idea la perseguì fino a riuscirci. Resta infatti l’ unico ad aver collezionato, nel medesimo tempo, la carica di Grande Maestro del GOI e di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato. Mai come alla fine dell’Ottocento la massoneria in Italia è stata tanto potente. Lo era talmente da non accorgersi o da sottovalutare le insidie nascoste nelle sacrestie della Banca Romana, ex istituto d’emissione pontificio, portato in dote al Regno d’Italia dalla Breccia di Porta Pia.

Non finisce con questa prima ricostruzione il percorso carsico (e non) della Loggia Propaganda e in generale del GOI. Altro ci sarà da ricordare soprattutto di quando il fascismo vince, quando venti anni dopo viene sconfitto e arrivano i massoni veri dagli USA. Arrivano e non se ne vanno più. La vicenda piena della P2 la conoscete certamente per cui mi sono dilettato di ricordarvi le numerazioni successive. Ovviamente chiunque capirebbe che nelle numerazioni a seguire, stiamo parlando di gentarella meno interessante di uno come Licio Gelli ma non per questo meno pericolosa.

Alla fine della corsa e del cambio di numerazione, ci siamo ritrovati in libertà dei “sugheri” (Carboni è sardo) inaffondabili dove perfino il padre della bella burrosa Maria Elena Boschi è approdato.

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La scheda dell’ANSA “messa in rete” al momento del suo arresto (8 luglio 2010) per l’inchiesta per cui ora è stato condannato lo ritraeva così:

Una condanna definitiva a 8 anni e 6 mesi per la vicenda del fallimento del Banco Ambrosiano e una serie di assoluzioni: dall’accusa di concorso nell’omicidio di Roberto Calvi dopo che il pm aveva chiesto la condanna all’ergastolo; dall’accusa di essere stato il mandante del tentativo di omicidio di Roberto Rosone, vice di Calvi all’Ambrosiano; dall’accusa di falso e truffa ai danni del Banco di Napoli; dall’accusa della ricettazione delta borsa di Calvi. Queste sono solo alcune delle vicende che hanno visto coinvolto il discusso faccendiere sardo Flavio Carboni, arrestato oggi per l’ennesima volta nell’ambito dell’inchiesta sull’eolico in Sardegna […]. Dal suo primo arresto, avvenuto in Svizzera nell’estate del 1982, la vita di Carboni è stato un continuo andirivieni tra aule di tribunale e arresti, quasi sempre annullati rapidamente. (Qualcuno si sbaglia sempre con lui Ndr). Le strutture investigative e giudicanti giudiziarie hanno evidenziato lo stretto legame di Carboni con esponenti della banda della Magliana e della mafia. Legato soprattutto alla storia del Banco Ambrosiano e della morte di Calvi, per la quale, oltre alla recente assoluzione dall’accusa di concorso in omicidio, era stato già chiamato in causa per la falsificazione del passaporto e l’espatrio clandestino del banchiere e per concorso in esportazione di capitali, il nome di Carboni emerge anche in altre vicende (…). Durante il sequestro Moro, per esempio, Carboni avvicinò esponenti Dc offrendosi di sollecitare l’intervento della mafia per la sua liberazione. Qualche giorno dopo Carboni riferì però che la mafia non voleva aiutare Moro perché troppo legato ai comunisti. Infine, il nome di Flavio Carboni entra anche nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi“.

Una struttura come la P3 si era posta scaltramente (ormai è dimostrato), quando è stata fondata, per prima cosa, il problema delle “assoluzioni” o, comunque, quello del contrasto all’azione delle forze investigative, affiliando magistrati e “amici di magistrati”.

Quando si tratta di figure complesse alla Flavio Carboni non sono interessato a ragionamenti legati a garantismo e gradi di innocenza.

Quella a cui si deve badare è la pericolosità per le Istituzioni e la cultura cospirativa antagonista a quella della Repubblica praticata da questo tipo di mascalzone.

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Come si fa, ad esempio, ad accettare che uno se ne venga a dirti (millantando o meno) che può parlare con la Mafia per provare a salvare Moro e poi se ne torni dicendoti che la Mafia considera Moro un suo nemico perché amico dei comunisti e che per tanto non è interessata a salvarlo? Come si fa, se si è lo Stato, a non affidare, seduta stante, lo stesso personaggio ad una squadretta abile a far parlare i bulli millantatori o i fiancheggiatori dei criminali mafiosi?

Invece, anni dopo, ancora il babbo della Boschi chiede l’intercessione del Carboni per uscire dai guai.

E questo dopo essere fatto notorio che al Carboni era stato “chiamato” l’ergastolo per la morte di Roberto Calvi. Direte che risultò innocente ed è questo il problema: noi ad oggi non sappiamo se lo fosse realmente o meno o se il suo potere, viceversa, sia sempre derivato da non essere stato estraneo ai fatti gravissimi addebbitati.

In futuro la magistratura (ci mancherebbe altro) è lei che deve continuare a fare ciò che deve ma il consiglio che do alle generazioni di politici più giovani di non tollerare questa zona grigia tra il lecito e l’illecito delineato da queste associazioni segrete o anche in cui vivono questi singoli personaggi. E questo sempre in attesa della resa dei conti con la P4/5/6 di quegli altri turaccioli, sempre a galla, di Giancarlo Elia Valori e di Luigi Bisignani.

Oreste Grani/Leo Rugens