Algeriade 7 – Pompeo De Angelis

Lo sbarco di Sidi Ferruch

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La notte dell’invasione mostrava la mezza luna crescente in cielo, simile a quella sulla bandiera turca in terra. Il generale Berthèzène ordinò lo sbarco della prima divisione, Alle quattro di notte, furono messe in mare quarantotto delle sessanta chiatte collocate sui ponti o legate sulle fiancate delle navi. “Nessun rumore, nessuna voce!” Gli ordini erano sussurrati. Calarono centoventi soldati con lo zaino che conteneva cinque giorni di viveri e una colubrina su ognuna delle piatte imbarcazioni. Ogni zatterone era rimorchiato da una scialuppa-bue (bateau-boef) con dodici vogatori, che spinsero i remi e vennero assaliti dalla voglia di una gara di velocità. Esplosero gli applausi e le urla d’incitamento dei soldati trasportati a cui si aggiunge il fracasso di una bomba che schiantò l’albero di bompresso di una fregata.

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Risposero tre colpi di cannone da una nave che si persero nella boscaglia. Tutto in dieci minuti, durante i quali i francesi misero i piedi sulla battigia gridando: “Viva il re” e avanzarono con l’acqua alle ginocchia fino alla penisola in cui la Torre Chica, che la spia Boutin aveva dichiarata armata, si elevava su un promontorio e una piccola moschea o tomba del santone Sidi Ferruch, che proteggeva dalle disgrazie i credenti del profeta, la affiancava. Le due costruzioni erano abbandonate.

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La bandiera gigliata portata da un marinaio e da un graduato fu issata sopra la torre all’alba. Molti militari sognavano le piramidi d’Egitto imbarcandosi per il maghreb e si trovarono di fronte due baracche vetuste, ma registriamo un fatto storico. Sappiamo come andrà a finire, cioè che l’occupazione dell’Algeria avverrà a partire da quel minuto del 14 giugno 1830 e che quel vessillo significò la settima conquista del territorio algerino. Nel maghreb, terra del tramonto, primi furono i fenici a insediarsi, poi i cartaginesi vi divennero forti da sfidare Roma, ma subirono la sorte che spettò ai tanti popoli che furono sconfitti e ridotti a province romane. Quando i barbari del Nord si divisero le spoglie dell’impero quella terra fu invasa dai vandali, che il bizantino Belisario vinse congiungendo l’Africa a Costantinopoli, finché gli arabi, guidati dai successori di Maometto, vi si stabilirono definitivamente, ma finirono sottomessi a Barbarossa e alle spade dei turchi, che riportarono Algeri sotto Costantinopoli, o meglio Istanbul. Settima arrivò la Francia di Carlo X. Perciò sono ricordati i nomi degli alfieri della Torre Chica: marinaio Sion della fregata la Surveillante e capitano Brumon della fregata la Thetis. Gli sbarchi proseguivano con i bateaux-boeuf, mentre cresceva il giorno. Fu a terra l’intera prima divisione di 10.000 uomini. Sulla collina, i francesi videro una tenda biancheggiare contro la boscaglia, sulla collina. Sotto di essa, tra le dune e i cespugli, era piazzata una batteria che cominciò a mitragliare. Tre battelli a vapore la presero di mira con i loro cannoni. Il generale Berthèzène ignorava la forza dell’altra parte, il tipo di armi che quella usava e sua maniera di combattere; forse con i dromedari! Ordinò a una delle tre brigate una manovra di accerchiamento del posto di tiro. In quel momento, apparve il nemico in carne ed ossa. Claude Antoine Rozet li vide: “I beduini, in numero di seicento circa, vengono al gran galoppo, attraverso un canneto, contro i fucilieri. Gli arabi sparano galoppando e girano a briglia sciolta, altri li succedono, i primi ricaricano e tornano a tirare alla stessa maniera.”(Nota 1) Ma fu una kermesse più che uno scontro. Gli uomini di Berthèzène avanzarono con le baionette innestate, scalarono l’altopiano e conquistarono la tenda vuota. I nemici si ritiravano lungo i sentieri che conducevano alla successiva collina. La brigata del maresciallo Poret de Morvan entrò in possesso di 12 pezzi da 16 e 2 mortai, che erano armi necessarie e potenti, altrimenti non disponeva che di colubrine, perché lo sbarco dei cannoni e dei cannonieri non era ancora avvenuto e non era previsto a breve, a causa dei contrattempi dell’ammiraglio Deperré. I francesi misero nelle bare le prime vittime: quattro soldati e un ufficiale. Scesero dalle chiatte alcuni cavalli e gli ufficiali della prima divisione saltarono in sella e caracollarono sulla linea della battaglia. Cominciò a prendere terra la seconda divisione del colonnello conte Jacobi Loverdo. La terza divisione del generale d’Escar veniva considerata di riserva non scese perché le navi che la trasportavano si allontanarono dalla costa essendosi il mare messo in burrasca. La Terza sbarcò infine il 18 giugno.

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Il 18 giugno, il caldo cadeva a piombo sulla tenda di Ibrahim-aga. Era venerdì, giorno consacrato al riposo. Ibrahim diceva: “Gli infedeli ci attaccano per terra. Lasciamoli entrare e nessuno ritornerà in patria. Meglio affrontare l’avanzata sulle colline che sotto il fuoco delle cannoniere navali. Perciò abbiamo posto le batterie sull’altopiano di Staueli, non nella baia.” Un enorme telo bianco disteso orizzontalmente, sostenuto da file di pali di legno colorati di rosso, era diviso da sipari verticali che formavano diversi locali. Il vestibolo era la sala del Divano, al centro c’era la camera dell’aga e in fondo gli spazi delle donne. La grande tenda non riparava dal calore. Intorno, a gradoni, si collocavano quattrocento tende della guarnigione di Ibrahim. Nel fondo delle valli, bivaccava l’armata di Algeri di forse quarantamila uomini, dotata di cannoni, di fucili, di lance e di archi. Ibrahim si rivolgeva al suo stato maggiore: “Ho deciso che domani, prima che il gallo canti a Sidy-Benedy, prima che l’ultima stella sbiadisca nell’azzurro del cielo, i tamburi daranno il segnale di attaccare i francesi su tutta la linea.” (Nota 2) Il piano esposto fu questo: Ibrahim aga, con il grosso delle forze avrebbe spinto il nemico fino alla spiaggia, facendo un massacro, Assan il bey di Constantine avrebbe attaccato dal lato della baia di Schark, Mustafà il bey di Titteri doveva irrompere con la cavalleria e il caid di Tlemcen che comandava il contingente di Orano, in assenza di Assan bey, avrebbe sorvegliato l’esecuzione degli ordini dall’alto, mandando le staffette. Ibrahim chiamò l’eunuco Merdjan perché portasse una bevanda rinfrescante. L’aga aveva abitato a lungo a Istanbul, dove la fede si era intiepidita, come avviene nelle grandi città e aveva preso l’abitudine del vino. Bevve un bicchiere di Xeres colore del topazio imperiale pescandolo da un vassoio e offrì le coppe agli altri, ma Acmet el Hadj, bey di Costantine rifiutò l’atto empio. Gli altri, con imbarazzo, ma ossequiosi, portarono il liquore alle labbra. Laggiù, gli infedeli si arrostivano a Sidi Ferruch. Sembrava che costruissero una città dentro un perimetro di trincee, scavate da un migliaio di vangatori. Sulla linea più avanzata venivano piantati i cavalli di frisia. Gli uomini del Genio dirigevano la collocazione delle tende cerate e delle capanne di frasche, creavano l’area dell’ospedale e dei magazzini, facevano costruire venti pozzi per l’acqua potabile. Tremila marinai seguitavano a scaricare dalle navi cavalli e materiale di ogni tipo. Si muovevano i carri da trasporto tirati dai muli dalla spiaggia ai quartieri dei battaglioni. Gli arabi che si erano avvicinati al campo crociato raccontavano che c’erano cataste di canne lunghe di cannone, ma che non c’erano gli affusti. Erano trascorsi cinque giorni dall’arrivo e sembrò che l’armata fosse bloccata perché i generali chiacchieravano, giocavano, facevano equitazione e i soldati sudati ammazzavano il tempo con le carte e i dadi. Ibrahim al quarto bicchiere di vino si addormentò.

Pompeo De Angelis

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Scontro di Sidi Ferruch

Note

1. Claude Antoine Rozet: “Relation de la Guerre d’Afrique pendant les années 1830 et 1831”, Paris 1834
2. Eusebe la Salle: Alì le renard

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