Il Caso Pecorelli. Ovvero le assoluzioni impossibili

 

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L’8 dicembre 2014, un personaggio che, ai suoi tempi, aveva avuto un ruolo nella criminalità romana e quindi nazionale come Antonio Mancini, se ne usciva affermando che il potere vero di Massimo Carminati si sostanziava nelle assoluzioni “impossibili”.

Mi sembra una affermazione di un qualche rilievo. Anzi, se ci pensate bene, è una chiave interpretativa tra le più interessanti ed evolute di tutta la vita giudiziaria-criminale del Carminati e, in generale, un approccio utile per districarsi nel dedalo/intreccio tra criminalità organizzata e potere politico, vere minacce, da troppi anni, al sistema Paese.

Se ci riflettete, quando esplode la bolla della P2/3/4/100 di turno, il cuore e la peculiarità dell’organizzazione inquisita è il “reparto giuridico/giudiziario”: avvocati ben introdotti e giudici corrotti.

Perché, il problema strategico di questa gente, è come fare ad aggiustare le sentenze, indirizzare le perizie e navigare nell’equazione spazio-tempo per le prescrizioni.

Massimo Carminati, ad esempio, aveva una sua credibilità nel mondo criminale per questa abilità, come il suo “presidente” Renatino De Petris, che muore sostanzialmente incensurato o abilmente riabilitato con le procedure di cancellazione. Mi sono fatto l’idea, ad esempio, che l’uomo che poteva vedere solo da un occhio, diventa “temuto e rispettato” non tanto per il profilo criminale (un tempo era considerato silenzioso, riflessivo, mai volgare, a differenza di come lo abbiamo scoperto durante “mafia capitale”) ma per come era riuscito a cavarsela nell’ambito “dell’inchiesta delle inchieste” (questo almeno sarebbe dovuta essere quella investigazione visto la caratura della vittima e quanto ruotava, da oltre un decennio, intorno alla redazione di OP in via tacito 50) per l’omicidio di Carmine Mino Pecorelli (tessera P2 n°235). Tenete a memoria che Carminati va imputato (e assolto) con il top del potere politico di quegli anni cioè il “divo”, Giulio Andreotti.

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Carmine Mino Pecorelli

La redazione e la testata giornalistica OP, sono l’hub nevralgico per la comprensione di complicità e relazioni tra potere politico e criminalità organizzata degli anni precedenti la sera del 20 marzo 1979 quando il principe dei giornalisti investigativi, viene ucciso.

Come vedete non cito nel groviglio bituminoso i soliti servizi perché, se è possibile che si arrivi a dover leggere che il generale Giuseppe Santovito (quello), ai suoi tempi, sia “iscritto ubbidiente” alla Loggia massonica P2 (tessera n° 527), che “direttore disciplinato” del SISMI, in combutta con altri due capolavori quali il colonnello Pietro Musumeci (tessera P2 n° 487), Capo dell’Ufficio Controllo e sicurezza e con il colonnello Giuseppe Belmonte (il quartetto si completava con il borghese sussidiario Francesco Pazienza, a sua volta “massone in sonno” del Grande Oriente d’Italia – GOI), mandava i saluti a Maurizio Abbatino (quello) che, giustamente, non capiva chi fosse questo esponente dello Stato, potente ma inspiegabilmente premuroso nei suoi confronti, che, viceversa, con onesto realismo, pur sapendo di essere un abile criminale, per il resto, si sentiva poca cosa.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Il parlamentare Pietro Grasso (quello) promette che proporrà l’istituzione di una commissione parlamentare per i casi non risolti.

Uno fra i tanti potrebbe essere quello dell’omicidio Pecorelli. Un’altro – certamente – quello della sparizione del giudice Paolo Adinolfi.

Vediamo se passiamo dalle chiacchiere ai fatti. Intanto per tenervi la mente allenata vi riproduco alcune pagine a suo tempo scritte da Piero Messina e dedicate a questi affidabilissimi galantuomini dei servizi, guidati da quello che mandava i saluti a Maurizio Abbatino.

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