Affermo che si poteva evitare lo scontro Bollorè-Berlusconi

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Quanto è avvenuto in queste ore intorno alla lettera, manipolata o meno, intercorsa tra papa Bergoglio e chi papa non è più, va riportato a quanto, anche noi, il 31 gennaio 2018,  avevamo evidenziato (VOGLIAMO COMINCIARE A PRENDERE ESEMPIO DA QUELLI CHE NE SANNO PIÙ DI NOI E CHE LA STORIA CI HA MESSO SOTTO IL NASO?) in tema di riorganizzazione del settore dei media vaticani, conferma che queste realtà  riconducibili alla scienza della comunicazione, qualunque soluzione tecnologica adottino, hanno bisogno, più che mai, di persone e ancora di persone e ancora di persone.

In quel nostro articolo davamo spazio a riflessioni riconducibili soprattutto al cardinale prefetto Dario Edoardo Viganò, in quel momento vertice dei media vaticani, segato, a distanza di meno di due mesi, in 15 minuti.

Persone di qualità, reclutate/selezionate secondo apparenti criteri di valutazione professionale e di lealtà, risultano alla prove dei fatti, inadeguati alla complessità che devono saper affrontare, riproponendo l’eterno tema di chi sceglie e di chi, poi, custodisca/formi i selezionati.

Da alcuni anni, assistiamo, con le dovute differenze, a continui turnover negli staff che dovrebbero consigliare/proteggere quelli che un tempo si chiamavano “i grandi della terra”. Risparmiatemi di fare esempi (quello di Trump ha la forma di una porta girevole di un Grand Hotel!) che tutti avete in mente e consentitemi di andare subito al cuore del ragionamento che sempre di più mi è caro fare.

 

I ritmi imposti dalla tecnologia (che comincerei a chiamare “fretta”) fanno affiorare crepe, buche che, per andare alla facile metafora di queste ore romane, si trasformano in vere e proprie voragini che inghiottono, in un istante, cose e persone.

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Le immagini che corredano questo post sono parte di una documentazione che risale ai primi anni del millennio e dove, tra gli altri, si vede, ritratto in una gigantografia, Giovanni Paolo II davanti ad un computer. Altre foto, sempre relative ad un incontro di riflessione che ebbi l’onore di organizzare logisticamente e, negli aspetti coreografici, dai miei collaboratori e da me, personalmente, ideati e realizzati, mostrano tecnologie ma tante, tante, tante scale e immagini di percorsi metaforicamente formativi. Scale faticose che nessuno vuole più salire o, peggio, aiutare gli altri a salire.

Percorsi di fiumi tortuosi che nessuno vuole più ridiscendere. Chiostri in cui nessuno vuole più fermarsi a riflettere. Quelle giornate di studio le allestimmo, 14 anni addietro in quelli che un tempo erano i saloni della Domus Mariae, oggi albergo elegante per turisti sull’Aurelia.

Sottolineatura che faccio per ricordare banalmente che, “se uno va per questi mari, questi pesci prende”.

Tutti gli organismi, in particolare modo quelli di natura politica, capaci di farsi luogo di sintesi ed esempio di regole e di studio, sono stati dismessi, o per volontà autodistruttiva, o per idolatria delle tecnologie che si è arrivati a ritenere loro stesse docenti e sufficienti a formare a distanza.

La tecnologia, oggi più che mai, ha bisogno di un controllo responsabile e di tanto studio che metta a punto un nuovo concetto di gestione e controllo della rete basato su valori etici corrispondenti agli interessi generali della collettività.

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Quando ancora suggeriamo (anche in altra sede) la necessità di dare vita ad un “luogo di pensiero” che metta a punto una strategia di controllo responsabile sulle tecnologie e in particolare su quella che chiamate, con un eccesso di semplificazione, internet, intendiamo dire che è tempo di far nascere un gruppo intellettuale di pressione (non lobby di interesse economico) che si definisce per la pubblicità (in piena luce) dei suoi fini come un elemento della dialettica democratica, in alternativa alle lobby che agiscono in forme non pubbliche (è questo uno dei problemi cardine) a sostegno di interessi particolaristici.

Tale azione sussidiaria e di stimolo dichiarato, anche di supplenza delle carenze del potere politico (questo è uno dei vuoti che chiederemo al M5S di colmare in questi prossimi anni), tende in primo luogo allo sviluppo sociale e alla stabilizzazione della democrazia, inficiata da deviazioni a diversi livelli come ha messo in luce il susseguirsi degli scandali finanziari e di altra oscura natura sempre all’ordine del giorno.

È mai possibile che si debbano contendere la rete delle telecomunicazioni (chiamiamola ancora così), nel caso italiano, due filibustieri come Vincent Bollorè (per Vivandì) e Silvio Berlusconi (per la Finivest)?

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L’immagine che ripropongo (Bogart e Cagney) era in realtà la copertina di un fascicolo che conteneva uno dei motivi per cui sono stato “richiesto/accompagnato” a Siena (era il 15 dicembre 2006!) per mettere a punto un percorso che, prima di essere finanziario e imprenditoriale, era valoriale, ispirato ad una necessaria lungimirante politica di Sicurezza nazionale. E quindi indirizzato verso soluzioni capaci di proteggere, nel medio-lungo termine le infrastrutture demandate alle telecomunicazioni. Alcune slides anticipano il contenuto di più post che dedicherò a questo racconto tendente, tra l’altro, a far intendere cosa abbia fatto, per anni, trascurando me stesso e i miei affetti.

Spero così di rispondere a chi mi chiede, soprattutto quando mi conosce di persona e mi sente ancora (vecchio, povero e malandato), ragionare nell’interesse superiore del nostro Paese, chi io sia in realtà.

 

Per rispondere, mi voglio limitare a cacciare carte utili alla ricostruzione di un mosaico/dedalo riservato solo a chi si merita di avere risposta.

Voglio continuare ad affidare alla rete le carte e chiedere, al tempo, smentite (per chi se la sente) o oneste conferme a quanto dichiaro a questo atipico tribunale.

Qualcuno di voi, vedendo le pagine 10-14-15-17 che oggi pubblico, tratte dal documento del 15 dicembre 2006, si chiederà intelligentemente perché mai UNIPOL decise di non agire; perché nessuno attivò la COOP e i suoi 5 milioni (!) di correntisti; perché la Omega SPA, sottrattasi a questo virtuoso percorso, finì come finì, buttando, anni dopo, sul lastrico 10 mila lavoratori, comportamento illecito che comportò la condanna dei suoi amministratori e maggiori azionisti.    

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Come sempre, c’è un motivo in quello che faccio e che racconto.

Voi dopo aver letto questo post ancor più bizzarro rispetto ai soliti, cortesemente, leggete anche il P.S. e, se lo riterrete opportuno, mettete mano alla coscienza e al portafoglio. Cifre semplici, non condizionanti, ma necessarie e rassicuranti sul fatto che non opero in solitudine e inascoltato. Letto da migliaia ma inascoltato? Non voglio crederlo.

Oreste Grani/Leo Rugens

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Oreste Grani e la Redazione