L’effimera “primavera degli onesti”

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L’effimera primavera degli onesti non è quella che si è inaugurata con il voto del 4 marzo 2018 (come andrà a finire la primavera in corso, chi vivrà lo vedrà) ma quella che comincia con l’inizio del 1974 (scandalo dei petroli) e prosegue per buona parte del 1976 (scandalo Lockheed). Durante quel biennio la “primavera degli onesti” libera altre energie che soffiando sulle vele laiche e di cattolici di buon senso, determinano il successo del referendum sul divorzio, nel maggio del 1974.

La “primavera degli onesti” finisce in realtà con il mancato raggiungimento elettorale (giugno 1976) del 51% da parte delle sinistre.  Sempre occhio alle date e sempre pronto il cervello a non credere alla casualità degli eventi.

La periodizzazione che vi propongo potrebbe quindi far credere che realmente ci sia stata una stagione dove forse, chissà, può essere, speriamo, vediamo, si era potuto sognare una “primavera” durante la quale il regime della corruzione (che era già più che diffuso) potesse essere realmente messo in difficoltà. Già la denuncia dello scandalo dei petroli che inaugura il biennio si risolse non in un indebolimento della classe politica imperante ma, paradossalmente, in un rafforzamento (e che iniezioni di super vitamine si fecero fare!) attraverso il varo, in tempi rapidissimi, di una legge per il finanziamento pubblico dei partiti onde evitare – si disse allora – (immaginate l’ipocrisia tattica) la corruzione attraverso le tangenti. Pippa manipolativa che ancora ci portiamo dietro. Quando sentite un politico che dice una cosa tipo quella che ho appena scritto, siccome non potete mettere mano alla pistola, mettete la stessa mano, almeno, sul portafoglio perché il ladro sta per provarci. Inoltre il 1974, se si va a vedere la biografia, è anche l’anno del decollo del banchiere Roberto Calvi (quello). Tanto per fare un nome. Comunque, sempre il quadro sinottico di cui sopra sotto gli occhi per evitare un eccesso di prese per il culo. In questo stesso periodo tale Michele Sindona (quello) arriva a conquistare una delle maggiori banche degli Stati Uniti (la Franklin National Bank e siamo al luglio del 1972), trampolino di lancio di una parabola che si completa con la fine del finanziere siciliano nel carcere di Voghera con il sapore di caffè e mandorle in bocca.  Il clima politico nel quale l’economia della corruzione si sviluppa agli inizio degli anni settanta è quello di una ondata di destra (non vi fate trascinare dentro a questa altra presa per il culo che rimuove il pensiero complesso rispetto alla destra e alla sinistra) che vede primeggiare fino all’estate del 1973 (continuate a guardare il calendario dei calendari) la guida di Giulio Andreotti (quello) e poi quella di Amintore Fanfani. L’ondata di destra (udite-udite!) aveva trovato sostanza nei successi elettorali del MSI (quello) alle elezioni regionali siciliane (da dove pensate che prenda spunto e conferme il ragionamento sul peso della Sicilia proiettata nella politica nazionale?) con punte di oltre il 30 per cento dei voti a Catania e nello stesso periodo alle amministrative di Roma e di Bari (giugno del 1971 quando parte la rincorsa) a spese (in particolare in queste città) della DC.

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È famosa, per chi c’era e ha buona memoria, una Tribuna politica in cui Giulio Andreotti, contrapponendosi a Giorgio Almirante, parlò di voti DC in “libera uscita”.  La libera uscita, Andreotti, tendeva a fissarla fino al 7 maggio 1972, quando ci si doveva contare alle elezioni politiche fissate dopo che nel dicembre del ’71 Giovanni Leone era stato eletto, Presidente della Repubblica, con i voti determinanti del MSI.

Nelle elezioni tanto aspettate e tanto temute, la DC perse un niente, passando dal 39,1 al 38,7 per cento. Il MSI salì fino a ad un inutile 8,7 per cento, ma a discapito del PLI. Il PRI passa dal 2 al 2,9! I socialisti del PSI si fermano al 9,6. Con il PSDI avrebbero fatto un 15%. Il Psiup tende a sparire passando dal 4,5 al 1,9. Il PCI  sale (!) dal 26,9 al 27,2. Soprattutto, a poco più di due anni da piazza Fontana, il Manifesto, che presentava le sue liste di intellettuali elitari, prese, con capolista Valpreda, lo 0,7 per cento! Il Movimento Politico dei Lavoratori, guidato dall’ex leader delle Acli Livio Labor, un risicato 0,4 per cento. I “pericolosissimi” marxisti-leninisti lo 0,2 per cento!!! Vi prego di tenere d’occhio i numeri oltre che le chiacchiere descrittive gli eversori di sinistra.

La DC evita quindi il tracollo che si era prefigurato a Catania e si prepara a servire chi di dovere (cioè chi era già ricco) con una doppia mossa: incarico ad Andreotti subito dopo i rassicuranti risultati per formare un governo che decidesse la sostanziale svalutazione della lira nella forma della fluttuazione in quello che all’epoca era il serpente monetario (scusate il linguaggio da non addetto ai lavori) e poi, fatta la mossa che esponeva all’inflazione galoppante (e di lunga durata) i lavoratori e la povera gente, e poi, con un cambio della compagine centrista con  imbarco nuovamente del PSI con funzione di controllore della tensione sociale che si ipotizzava sarebbe cresciuta suscitata dal processo inflazionistico scientemente messo in atto.

Vanno letti gli effetti di questa misura che presa nel febbraio del 1973 e spacciata (si può dire spacciata?) come una misura per rilanciare la  nostra economia per favorire le esportazioni (è il cosiddetto “effetto jota” ma, in realtà, sono sempre cazzate raccontate per fottere i cittadini non informati e non armati a sufficienza, soprattutto non pronti alla lotta contro le oligarchie violente e arroganti che si premuniscono sempre comprandosi preventivamente la sinistra e soprattutto i sindacati), arricchendo sempre di più chi è già ricco.

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Oggi che si possono fare i conti, chi studia la materia, afferma che i gruppi di speculatori (ma da chi sono composti questi gruppi, da voi, da vostro cugino, o un vostro vecchio zio?)  in quel momento fecero più di mille miliardi di utili e i vostri genitori, o voi stessi, pagaste oltre 1700 miliardi di lire per l’aumento dei beni importati, compreso soprattutto quelli alimentari. Fatta la mossa che stingeva i più deboli quando si venne a sapere che nel 1974 (guardate sempre le date e poi ricordatevene quando poi penserete al 1977, alla lotta armata diffusa, a Bologna che insorge dopo una grave provocazione di Comunione e Liberazione e al 1978 di Moro) che la bilancia dei pagamenti era peggiorata gravemente in pochi mesi, si sostenne che era tutta colpa della crisi energetica e dal conseguente deficit petrolifero derivato dalla guerra del Kippur che scoppiò nell’ottobre del 1973. Tutto l’Occidente fu colpito da quella guerra/crisi ma l’Italia ne fu travolta perché si fece trovare (o la fecero trovare?) completamente impreparata per una assoluta rinuncia ad una sua autonomia in quel campo, dopo la morte di Enrico Mattei (cominciate a capire dove vado a parare?) e la sua sostituzione con Eugenio Cefis. E qui comincio ad avere dei limiti narrativi vista la complessità della materia. Comunque, ci provo, per onestà di intenti e per guadagnarmi quell’aiuto che continuo a chiedervi. La crisi fu utilizzata da ambienti finanziari per rafforzarsi fuori ogni limite e in modo particolare la speculazione si concentrò nel settore petrolifero. La “primavera degli onesti” comunque sboccia a Genova (città che ciclicamente svolge una sua funzione di innesco provocatorio nella vita di questo tormentato Paese)  grazie ad un cittadino che a seguito dei provvedimenti restrittivi (considerati ingiusti e vessatori), nel novembre del 1973, sporge denuncia alla Magistratura e i pretori Mario Almerighi e Adriano Sansa avviano l’indagine che doveva portare allo scoppio del primo scandalo del petrolio.

(Continua)

Oreste Grani/Leo Rugens

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Oreste Grani e la Redazione

 

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