Dedicato a chi, tra i miei lettori, si chiama Giorgio. Escludendo Napolitano

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Occorre una particolare intelligenza per scoprire il significato ultimo del tempo. Noi lo viviamo e vi ci identifichiamo tanto da vicino che non riusciamo ad accorgercene del suo “passare”.

Dice il saggio Abraham Joshua Heschel: “Il mondo dello spazio, che circonda la nostra esistenza, non è se non una parte del nostro vivere: il resto è tempo”.

Con lo scorrere del tempo, si avvicina, per convenzione, il 23 aprile. Lunedì p.v. gli Slavi di Carinzia festeggeranno (se ancora lo fanno) san Giorgio, guarnendo un albero tagliato alla vigilia e portandolo in processione, fra canti e musica, insieme con un fantoccio che poteva essere anche un ragazzo in carne ed ossa, ricoperto dalla testa ai piedi di fronde di betulla: il Verde Giorgio, che veniva poi gettato nell’acqua affinché procurasse pioggia e dunque favorisse la crescita dei frutti e del foraggio per le bestie.

Questa cerimonia si ritrova con qualche variante fra gli zingari della Transilvania e della Romania, in Russia e in Slovenia dove il Verde Giorgio, tenendo in mano una torcia accesa e nell’altra una torta, si reca nei campi di grano seguito da fanciulle che cantano. Dopo aver acceso un cerchio di frasche in mezzo al quale depone la torta, il Verde Giorgio si siede accanto al fuoco con le fanciulle e divide il dolce fra loro.

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Sono riti (questo ed altri) che celebrano la rigenerazione non soltanto materiale, ma anche spirituale della comunità nel rinnovamento cosmico simboleggiato dalla primavera. E tutti i rituali hanno la capacità di svolgersi adesso, all’istante. Il tempo che vide l’evento commemorato o ripetuto dal rituale è reso presente, ripresentato, potremmo dire, per quanto sia immaginato remoto nel tempo.

Nel caso del Verde Giorgio è il Cosmo, e  “Il cosmo” scrive Mircea Eliade ” è simboleggiato da un albero; la divinità si manifesta dendromorfa; la fecondità, l’opulenza, la fortuna , la salute sono concentrate nelle erbe e negli alberi. In breve, tutto quello che è, tutto quello che è vivente e creatore, in uno stato di continua rigenerazione, si formula per simboli vegetali. La primavera (e quanto ci piace per questo! ndr) è una risurrezione della vita universale e di conseguenza della vita umana. Con questo atto cosmico tutte le forze della creazione ritrovano il loro vigore iniziale; la vita è integralmente ricostruita, tutto comincia di nuovo; in breve, si ripete l’atto primordiale della creazione cosmica perché ogni rigenerazione è una nuova nascita, un ritorno a quel tempo mitico in cui apparve per la prima volta la forma che si rigenera.”

Mi piace (e mi rigenera) rileggere questi spunti di riflessione “vegetariani”, ma non per questo “vegani”.

Oreste Grani/Leo Rugens

 

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la Redazione