Algeriade 12 – Pompeo De Angelis

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Honoré de Balzac, disegno di Nadar

 

Il colpo di stato

A luglio, i parigini godevano delle vacanze. Le comitive uscivano fuori porta e prediligevano le osterie lungo la Senna e la Marne. A Romanville, a Sceaux, a Pavy, alle Batignolles la folla amava ballare, obbedendo alla maggior moda del periodo. L’ordinanza della prefettura stabiliva: “Si paga l’entrata nel locale, la consumazione e ciascuna danza.” La consumazione era normalmente un bicchiere di vino bianco leggero, che a Roma si chiamava fojetta. Il proprietario del locale consegnava il gettone del ballo al maschio, poi passava fra le coppie con una borsa e lo ritirava dicendo: “Passate la moneta”. Le dame venivano munite del carnet de bal, in cui erano elencate le canzoni che sarebbero state eseguite dall’orchestra e i nomi dei cavalieri che prenotavano l’abbraccio musicale. Possiamo citare i balli di Renoir, di Manet, di de Vigny e di Balzac come immagini tipiche del tempo. “Le bal de Sceaux” è un racconto di Balzac del 1829, in cui si confrontano due tipi della comedie humaine. Emilie de Fontaine una affascinante diciannovenne, figlia di un ricco funzionario della Corona, attrae un giovane che fa una bella figura in mezzo alla folla dell’osteria. I due ballano. Lui si chiama Maximillen. Il padre di Emilie spera che quel ragazzo sia un Pari di Francia, data la sua eleganza, invece è solo un uomo intraprendente che sta facendo i primi passi nell’industria. Il padre rappresenta “il mondo di prima”, il giovanotto è “il mondo di dopo”. I due mondi sembrano inconciliabili, eppure durante il ballo, imbastiscono un matrimonio. (Nota 1) Maximillen rappresenta il futuro e il privilegio della macchina a vapore, mentre i privilegi di nobiltà di Fontaine inizieranno a decadere con la consapevolezza datata in quell’anno.

Carlo X riuniva la corte a Palais Saint Cloud, lungo la Senna, 10 chilometri a ovest di Parigi; l’enorme edificio stava in posizione elevata sul fiume da cui si dominava la distesa di tetti, torri e campanili della metropoli. Il castello agreste costruito dal fiorentino Girolamo Gondi alla fine del XVI secolo, acquistato nel 1658 da Luigi XIV per suo fratello Philippe d’Orleans, nel 1784 fu ripreso da Luigi XVI come dono per Marie Antoinette, sua moglie. Nel 1804, l’incoronazione imperiale di Napoleone I si svolse in quella dimora, preferita alle Tuileris. Il palazzo si avvaleva di un parco di circa 600 ettari, adatto alla caccia più che alle passeggiate. Carlo X aveva settantadue anni e ricordava con struggimento la giovinezza in quel luogo, cioè quegli anni prima del 1789, quando, enfant gaté della Corte, aveva vissuto l’educazione sentimentale nelle stanze e nei boschetti del grand retiro, attaccato alle gonne di sua cognata la regina e divenendo il trastullo di Gabrielle de Polastrom, la madre dell’attuale primo ministro Polignac, il quale, accanto al tavolo, su cui poggiavano dei fogli che il re doveva firmare, aspettava la decisione. Carlo si accese un sigaro. Gli altri lo imitarono. Il gruppo dei sette ministri si isolò in una nuvola di fumo.

 

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Correva il giorno 25 luglio 1830. Il 18 marzo precedente, dopo che la sessione Parlamentare del 2 marzo aveva messo in minoranza, alla Camera dei Deputati, il governo Polignac, con 221 voti contro (181 a favore), il re indisse nuove elezioni nei turni del 5 – 13 – 19 luglio, in cui prevalsero ancora le opposizioni con 274 voti liberali contro 104 ultra realisti. La notizia della conquista di Algeri, pervenuta il 9 luglio, non portò consensi al partito della corona, che decise di irrigidire la legge elettorale e, allargando il giro dì orizzonte, di soffocare la Carta costituzionale del 1814 con quattro decreti. A Saint-Cloude, Carlo di Borbone firmò i fogli che aveva davanti. La prima ordinanza sospese la libertà di stampa: “Di conseguenza, nessun giornale e scritto periodico, o semi-periodico, senza distinzione di materie trattate, potrà uscire sia a Parigi sia nei dipartimenti, senza l’autorizzazione ottenuta dal governo, separatamente gli autori e lo stampatore. Questa autorizzazione dovrà essere rinnovata ogni tre mesi. Essa potrà venire revocata.” Un rapporto firmato da sette ministri di Carlo X motivò la censura sulla stampa con questi argomenti: “È a causa dell’azione violenta e continua della stampa che si spiegano le variazioni troppo subitanee e troppo frequenti della nostra politica interna. La stampa non ha permesso in Francia un sistema regolare e stabile di governo, né che si occupasse con qualche successo di introdurre in tutti i rami dell’amministrazione pubblica i miglioramenti possibili. Tutti i ministeri, dopo il 1814, di qualsiasi colore e di influenze diverse, sottomessi a direzioni opposte, sono stati attaccati alla stessa maniera e sottoposti allo stesso scatenarsi di passioni… La stampa ha gettato il disordine nelle intelligenze le più dritte e scosso le convinzioni più ferme e prodotto nella società una confusione di principi che si presta ai tentativi più funesti. È l’anarchia delle dottrine che prelude all’anarchia dello Stato”, firmato da M.M. de Polignac, Chantelauze, d’Haussez, de Peyronnet, Monteil, de Guernon de Ranville, Cappelle.

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Baron François Gérard (atelier)
(1770-1837), Ritratto di Carlo X, olio su tela, 1825 circa

La Santa Alleanza di Russia, Austria, Prussia, gendarmeria dell’Europa, chiedeva alla monarchia borbonica di passare dalla Restaurazione alla Involuzione, dal primato del nuovo ceto al ripristino di obsoleti privilegi di casta, sottovalutando il fatto che la borghesia aveva lanciato ormai l’epoca delle gazzette e aveva forgiato il dominio dell’opinione pubblica. La seconda ordinanza scioglieva la Camera appena eletta; la terza restringeva il corpo elettorale a un censo più elevato; la quarta scioglieva il Parlamento e indiceva nuove votazioni per il 6 e il 18 settembre. Le Moniteur del 26 mattina pubblicò le quattro riforme, ma il giornale ufficiale aveva una scarsa diffusione e la notizia non fece colpo.

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François-René de Chateaubriand

Renè de Chateaubriand partiva tranquillo per Dieppe alle quattro del mattino, per una vacanza al mare, ed ebbe in mano le Moniteur solo il 27, dopopranzo, quando si mise a riposo. Si spaventò. Considerò che sopprimere i giornali era un suicidio: “La stampa è un elemento che una volta veniva ignorato, una forza che una volta era sconosciuta, ma ora è introdotta nel mondo; è la parola allo stato di folgore; è l’elettricità sociale. Si può fare finta che non esista? Più si pretende di comprimerla, più l’esplosione sarà violenta. Bisogna risolvere di viverci come si vive con la macchina a vapore” (Nota 2) Saltò su una carrozza e tornò a Parigi. Il 26, verso le tre del pomeriggio, il prefetto di polizia Mangin aveva fatto affiggere in tutti i quartieri il manifesto delle ordinanze. Si formarono gruppi di commentatori per strada. Si riempirono i caffè di chiacchieroni della politica che agitavano i loro fogli. Da Tortoni, i dandy assaporavano il gelato proclamandosi capipopolo. Gli artigiani e i commercianti chiudevano le vetrine dei negozi. Tanti gavroches scorrazzavano gridando “révolution”. Quaranta giornalisti si riunirono negli uffici del quotidiano le National in Rue Neuve-Saint-Marc, capeggiati da Adolphe Thiers, avvocato, fondatore del giornale e autore dei 10 volumi de l’Histoire de la Rèvolution Française, che redasse il verbale della ribellione: “Le ordinanze del Re sono la più lampante violazione delle leggi… Il regime legale è interrotto, Quello delle forza è cominciato… L’obbedienza cessa di essere un dovere…” Il moto parigino del 1830 essenzialmente fu la rivoluzione dei giornalisti. Accanto alle reazioni dei giornalisti e dei tipografi si collocò il partito dei nuovi ricchi, vale a dire degli industriali, con a capo Casimer Pierre Perier, finanziere e già governatore della Banca di Francia, che propose una “rivoluzione conservatrice” per cui era necessario tenere a bada la folla che stava costruendo le barricate per le strade contro le milizie: “A che scopo cercare nella massa popolare un appoggio inutile e dannoso? La Banca, l’Istituto, la Magistratura, tutte le forze sociali si agitano. Lasciamo all’indignazione pubblica il tempo di agire e all’autorità il tempo di comprendere. Noi siamo appena in tredici. Aspettiamo. Non bisogna toccare la monarchia, che è un pezzo essenziale della macchina costituzionale.” Cospiratori, liberali e studenti della Sorbona per tre giorni mossero l’insurrezione, ma, non sapendo dove dirigerla, dopo che Carlo X si era rifugiato a Londra, lasciarono l’iniziativa ai loro deputati, che in quarantasette si recarono in casa di Luigi Filippo d’Orleans e gli proposero di rappresentare la sollevazione, sia come re dei francesi, sia come bandiera di una Lega Latina anti-Restaurazione. Gli orientamenti di gran parte degli uomini delle barricate erano repubblicani, per cui Luigi Filippo rispose ai deputati: “Voi sapete che io sono repubblicano, e che guardo la Costituzione degli Stati Uniti come la più perfetta. Essa per ora non conviene alla Francia, ma ci vuole un trono popolare circondato da istituzione repubblicane.” Accettata la monarchia dai repubblicani e la repubblica dal monarca, il nuovo regnante fu definito, con qualche ironia, il “Re delle barricate.” Il 9 agosto Luigi Filippo sostituì Carlo X che abdicò. In Europa cominciò la moda delle monarchie repubblicane. Victor Hugo scrisse l’elogio dei parigini barricadieri. “Ieri non eravate che una folla. Voi siete un popolo, oggi.” (Nota 3) Cominciò così l’idealizzazione del popolo, investito dalla rivoluzione degli “ultimi e molti” e delle figure femminili a seno nudo, con il tricolore al vento. (Nota 4) Un dizionario etimologico pubblicato nel 1829 dava la seguente definizione di Popolo: “l’ultima classe di abitanti di una città. Dal lat. Populus, dal greco Polus, i molti, i più”.

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Hugo, durante le tre gloriose giornate di luglio, era chiuso in casa, in Rue Jean Goujon a Parigi e il 25 luglio scrisse la prima pagina di Notre Dame de Paris. Non sentì che dei rumori lontani, anche perché il 28 sua moglie diede alla luce la figlia Adèle. Gli scrittori romantici saltarono la rivoluzione. Geoge Sand era in vacanza a Nohant con il suo innamorato, lo studente Jules Sandeau, Honoré de Balzac, in compagnia di madame de Berny, stava ritirato nel castello di Saché nella Valle della Loira e la rivolta gli apparve come una cortina di fumo. (Nota 5) Alexandre Dumas girò, vestito da cacciatore, tra le redazioni dei giornali e i caffè e descrisse la rivoluzione come una brillante distrazione in cui l’eroe fu lui, non il popolo. (Nota 6) René de Chateaubriand, alcuni anni dopo, valutò le giornate cosiddette gloriose. Il 3 dicembre 1840. scrisse: “Luglio, libero nella sua origine, non ha prodotto che una monarchia incatenata.” Questa fu la conclusione, nell’estate del 1830, con l’inizio della sovranità orleanista e la stagione incipiente delle macchine a vapore e del colonialismo.

Pompeo De Angelis

Note

1. Honoré de Balzac: “Les scenes de la vie privée” (aprile 1830)
2. René de Chateaubriand: “La révolution de juillet 1830. Memoires” Bruxelles 1850.
3. Victor Hugo: “Dettato il 10 agosto, dopo luglio 1830” In Les Chanis du Creposcule, Paris 1835.
4. Eugene Delacroix: dipinto del 1830 intitolato “Scene de barricade”, presentato, nel 1831, alSalon de Paris, prese il titolo di “La liberté guidant le peuple.”
5. Honoré de Balzac: “La grande symphonie de juillet 1830” in “Splendeurs et misères des courtisanes”.
6. Alexandre Dumas: “Ma revoùlution de 1830” estratto da Memoires.