Il silenzio degli Agnelli

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Fra le qualità che riconosco a me stesso c’è l’onestà intellettuale. Pertanto, devo delle scuse ai miei pochi e illustri lettori. Avevo prefigurato scenari politici diversi rispetto a quelli che si vanno prefigurando e in questo senso dovevo dare ascolto agli altri autori di questo ‘marginale ed ininfluente’ blog. Non ci sarà alcun governo gialloverde (salvo sorprese da ritenersi al momento improbabili) e i motivi per cui questo governo non vedrà la luce sono molteplici e, ora, irrilevanti. Ho capito in queste settimane che devo riprogrammare i miei criteri interpretativi. Per raggiungere l’obbiettivo di analisi sempre più lucide (in grado di rappresentare la complessità dell’esistente) mi è stato donato un metodo. Di questo disinteressato dono devo ringraziare coloro che mi hanno accolto in questo spazio virtuale. Il metodo a cui sto alludendo si sostanzia nel salire a bordo della macchina del tempo. Non vi sto parlando di fantascienza e non sono impazzito. Salire a bordo di una macchina del tempo comporta uno sforzo intellettuale notevole fatto di raccolta di informazioni, connessione fra queste, predizioni e successiva verifica delle stesse. Dunque ho deciso di allenarmi seguendo questo metodo e non so dove questa ricerca mi porterà. La prima tappa di questo nuovo corso passa per la lettura di un libro pubblicato da Enzo Biagi, “Dinastie” (ed. Mondadori 1989). Nel testo appena richiamato si narrano le vicende di quattro famiglie: Agnelli, Lauro, Rizzoli e Ferruzzi-Gardini. Mi soffermo, per ora, sugli Agnelli.

L’incipit di Biagi è illuminante: «Krusciov incontra Agnelli a un ricevimento al quale prendono parte politici e industriali. Gli si avvicina: “È con lei che voglio parlare. Tra dieci anni queste comparse saranno sparite, e lei ci sarà ancora, perché è il vero potere, il solo col quale io desidero negoziare”». Le prime pagine sono integralmente occupate da citazioni da fonti aperte, come quella che precede, ed introducono il lettore in uno specifico contesto. All’interno del perimetro tratteggiato da queste citazioni il lettore si costruiva (nel 1989) una immagine (pre?)determinata dell’Avvocato e della sua famiglia. La sentenza definitiva su questa dinastia Enzo Biagi, accodandosi a Krusciov, la scrive all’ultimo rigo (una predizione): «Tra una decina d’anni gli Agnelli saranno duecento».

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Ma fra l’incipit e e l’ultimo rigo vi sono una quantità innumerevole di elementi formidabili. A pagina 78 l’Avvocato predice l’oggi laddove affermò che l’ultimo secolo del millennio aveva registrato un trasferimento della sovranità dalla Vecchia Europa agli Stati Uniti e che probabilmente sarebbe stato l’ultimo secolo atlantico (dimostrando molto più acume rispetto a chi ciarlava sulla fine della storia). Continuando lungo questo filone le previsioni di Agnelli si fanno ancora più puntuali: «Il pericolo rosso è mortale, perché vuol dire la fine della libertà; quello giallo è una minaccia economica enorme, perché sono più competitivi di noi, e ci possono mettere in difficoltà, e porre in crisi anche la democrazia: uno è un rischio riflesso, l’altro è immediato». Leggendo queste righe il pensiero dei contemporanei non può non correre alla guerra commerciale che Donald Trump vuol muovere alla Cina.

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Un altro passaggio interessante riguarda il rapporto corrente fra i grandi gruppi industriali e i giornali. Sul punto l’Avvocato fu assai franco con Biagi affermando che nella filosofia delle diversificazioni possibili occuparsi di comunicazione è un affare. Gli affari degli Agnelli in questo settore hanno riguardato ‘La Stampa’ e il ‘Corriere della Sera’. L’affare non si riduceva nel mero sostegno a quel politico o ad un altro. L’affare, per quel che mi sembra di capire, era la difesa degli affari confusa con il bene dell’Italia. Forse è esageratamente semplicistica questa mia lettura in quanto è assai complesso comprendere chi ha più guadagnato fra la FIAT e la Repubblica. Concludo sottolineando quanto segue: Gianni Agnelli aveva compreso le tendenze sul versante geopolitico parimenti aveva intuito che la comunicazione avrebbe avuto un ruolo sempre più centrale. L’Italia sta diventando una sola espressione geografica perché sono spaventosamente pochi quelli che sanno salire a bordo della macchina del tempo e nessuno di questi si trova sul ponte di comando.

Godot

p.s. in cammino verso un linguaggio…