Dario Borso “Sinistra bramina – Il caso Boeri”

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Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente. Avete lo stesso occhio cattivo. Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari intellettualini di sx.

PPP riletto da db

La redazione di Leo Rugens da il benvenuto a Dario Borso che incomincia oggi, 8 maggio 2018, a collaborare e a pubblicare con il blog.

Borso è un filosofo e uno storico delle idee serio e ironico; se non fosse ironico non lo prenderemmo sul serio, anzi non lo prenderemmo e basta. Soprattutto è un uomo libero.

La biografia la potete leggere in darioborso.xyz, di seguito, invece, trovate l’inizio di uno scavo nel sottosuolo della coscienza della “sinistra bramina”, definizione mutuata da Thomas Piketty, Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict (Evidence from France, Britain and the US, 1948-2017) March 2018.

Buona lettura

Oreste Grani, Dionisia e la Redazione

 

1970_ Dancing to the band at a ski party, Snow Ridge, Alberta

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SINISTRA BRAMINA

Il caso Boeri

Mercoledì 16 aprile 1975, di ritorno da una manifestazione contro gli sfratti in Corso Garibaldi, una decina di katanga (così si chiamavano gli effettivi del servizio d’ordine milanese del Movimento Studentesco) aggredirono il ventitreenne neofascista Antonio Braggion che, riparato in macchina mentre gli aggressori procedevano a demolirla, estrasse da sotto il sedile una pistola e sparando dall’interno uccise il più giovane. Diciottenne di Bollate, Claudio Varalli frequentava la quarta Istituto tecnico del Turismo di via Verro: dall’hinterland nord alla periferia sud, un’ora abbondante di tragitto coi mezzi, andata e ritorno quotidie.

Un ricordo della mamma: “quando era piccolo, sa perché noi, specialmente io, sono molto di chiesa… andava sempre all’oratorio, faceva il chierichetto, insomma era un ragazzo molto sensibile, iniziava da piccolo a pensare… sa quei sfratti, lui andava, io non volevo, però lui ha sempre avuto quella cosa della politica… alla mattina andava via presto perché andare fin là si alzava alla 6.30… Anche alla domenica dicevo ‘perché vai fino a Milano per vendere il giornale?’… andava per vendere il giornale lì in fondo al Movimento Studentesco… mi diceva sempre: ‘mamma, piuttosto che essere senza giornale, piuttosto una bistecchina piccola così’… ‘Madonna, ammò te cumpret el giurnal?’ ‘no, io non dico mai se la bistecca è piccola o grande, piuttosto senza mangiare ma mai senza giornale’”.

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E il ricordo di un compagno di scuola risalente all’agosto 1974: “Gli piaceva un giaccone usato dell’esercito inglese. Costava una decina di sterline, quindicimila lire, non tanto ma per lui, che si era pagato una parte del soggiorno a Exeter lavorando, era una somma considerevole. Però gli piaceva. Tanto. Finì che lo comprò. Era quello che indossava il giorno in cui è stato assassinato”.

Papà operaio, mamma casalinga, fratellino di sei anni… Il giornale era il settimanale Fronte Popolare stampato a partire dall’autunno 1974, dopo che la guida del MS era stata presa contro Capanna da Cafiero e Toscano col proposito di assorbire la miriade di partitini marxisti-leninisti ancora in auge. Il giaccone capiente (non l’eskimo) era da sempre la divisa dei katanga.

Al termine del processo svoltosi nel dicembre 1978, Braggion fu condannato a 5 anni di carcere per eccesso colposo in legittima difesa più altri 5 per detenzione continuata e abusiva d’arma da fuoco; i katanga invece, accusati di lesioni aggravate, danneggiamento e porto abusivo di armi improprie, approfittarono del provvedimento di amnistia varato mesi prima.

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Le motivazioni della sentenza parlano di “inaspettata e violenta aggressività, in nessun modo provocata”, da parte di “un nutrito gruppo di aggressori manifestamente deciso a ledere” Braggion, i quali “non si accontentarono di danneggiare la macchina ma continuarono a infierire contro di lui, già ferito […] Le risultanze processuali consentono, sia pure con enorme difficoltà, la ricostruzione dell’episodio […] a tal fine, di nessun aiuto appaiono le versioni fornite dal gruppo dei giovani, innanzitutto per il loro comportamento processuale, smaccatamente sleale” (si erano rifiutati di rispondere adducendo a motivo che “ogniqualvolta un militante viene ucciso, i compagni vengono trasformati da testimoni in imputati”), e poi perché “non hanno affatto rinunciato, com’era nelle loro facoltà, all’applicazione in loro favore dell’amnistia” (così recitava infatti l’art. 5 del provvedimento). Caso volle che un brigadiere acciuffasse ai giardini pubblici vicini tre katanga “dopo che gli stessi avevano abbandonato durante il loro percorso numerosi oggetti metallici” (per la precisione “undici chiavi inglesi e fisse, un bullone con dado, un tubo snodabile in metallo”).

Uno dei tre corrispondeva al nome di Siciliotti Claudio, che santa Rete da Cascia fa corrispondere (con beneficio d’inventario quindi) al figlio unico ventitreenne di Marisa Manieri, medico modenese trapiantata a Udine, e di Franco, commercialista in attività dal 1950 e presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Udine e del Triveneto.

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Iscritto all’Università Commerciale Luigi Bocconi (roccaforte del MS specie dopo l’omicidio perpetrato il 23 gennaio 1973 dalle forze dell’ordine a danno di Roberto Franceschi, leader lì del Movimento con Sergio Cusani, che nell’occasione venne imputato e amnistiato per oltraggio e lesione a pubblico ufficiale), l’unigenito si laureerà solo nel 1977, ma recupererà presto, entrando tre anni dopo come associato nello studio del padre per divenirne titolare unico alla di lui morte nel 1984.

A cavallo dei due millenni Siciliotti associa due commercialiste e spicca definitivamente il volo nel 2008, quando diviene presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili.

Il 2009 è il suo annus mirabilis: organizza a marzo un megacongresso al Lingotto durante il quale intervista l’economista Joseph Stiglitz (v. youtube, dove il Nobel sembra lui) venendo a suo turno intervistato da Ilaria D’Amico (sparito da youtube), e in estate congeda per Ipsoa Protagonisti del cambiamento, galleria di commercialisti rampanti (e suoi grandi elettori). Solo che l’apoteosi coincide con la katastrophé, anche se il dénouement avverrà solo nel 2011 su Affari italiani: “indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nel crac del pastificio Amato di Salerno. Il suo studio di Udine è stato infatti perquisito due giorni fa dai finanzieri friulani […] Oltre al capostipite Giuseppe Amato, a altri quattro componenti della famiglia e a Siciliotti, figura nell’elenco degli indagati anche l’ex parlamentare e sottosegretario Paolo Del Mese (Dc, poi Udeur). Lo storico pastificio salernitano è stato dichiarato fallito dal Tribunale il 20 luglio 2011 […] per gli investigatori vi sarebbero atti contrattuali simulati e finanziamenti privati che avrebbero consentito di mantenere in vita l’Amato, il quale però avrebbe proseguito nel dissipamento del patrimonio. Una crisi già evidente nel 2009, ma che sarebbe stata nascosta da chi ha amministrato l’azienda e portata avanti con operazioni poco trasparenti”.

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Passano mesi, e Report intervista Siciliotti sul tema paradisi fiscali (puntata visibile in rete). Dalla circolare del Nostro ai Presidenti degli Ordini Territoriali, li 14 maggio 2012: “Le conclusioni della conduttrice della trasmissione sono state incentrate sulla evidenziazione della presunta incongruenza tra quanto da me sempre affermato in ogni occasione circa l’opportunità di contrastare il ricorso a società ubicate in paradisi fiscali, e la mia partecipazione a una società maltese.  Premesso che tale società maltese è stata costituita da un gruppo di professionisti al solo scopo di svolgere il ruolo di trustee per conto dei clienti dei rispettivi studi, so di non dirTi nulla che già non sai nel ricordare che Malta, già dal 2004, è un Paese membro dell’Unione europea e, per le società ivi residenti, non trova applicazione alcuna delle disposizioni black list […] Da professionista, prima ancora che da cittadino, ho sempre saputo che, se qualcuno è intenzionato a porre in essere quei deprecabili comportamenti, sceglierà ben altre isole”.

L’Espresso fa il punto tre mesi dopo sul “crac da 100 milioni di euro”: “Nel 2006 il pastificio era sponsor e fornitore ufficiale della nazionale di calcio […] il giro d’affari era arrivato al record di 108 milioni di euro proprio nel 2007”. In contemporanea “un vecchio stabilimento dismesso dal pastificio viene venduto per 20 milioni a un’altra società di famiglia, la Amato Real Estate, in apparenza con l’intenzione di trasformarlo in appartamenti di lusso grazie a un progetto affidato a un architetto francese di grido, Jean Nouvel. Peccato che la società immobiliare, intestata a una fiduciaria con sede a Malta, i 20 milioni non li abbia e per reperirli debba prenderli a prestito in banca. E così, quando poco dopo la situazione economica precipita definitivamente, tutto va a carte quarantotto e l’operazione immobiliare si rivela un modo per far fuoriuscire quattrini dall’azienda.

Questa si ritrova infatti senza il suo immobile, che avrebbe potuto aiutare a rimborsare i creditori rimasti a bocca asciutta. I 20 milioni incassati nel frattempo sono spariti, in gran parte intercettati da una serie di intermediari che la procura di Salerno ha messo sotto inchiesta. E infine, la stessa Real Estate si ritrova a mani vuote e fallisce, mentre lo stabilimento acquistato poco tempo prima finisce in pegno alla banca che ha garantito i prestiti necessari per la speculazione edilizia, il Monte dei Paschi di Siena.


Le sorprese, però, non finiscono. Scavando nella contabilità, gli uomini della Guardia di Finanza hanno infatti tracciato una mappa delle presunte responsabilità, che a vario titolo tocca numerosi nomi grossi. Uno di questi è Claudio Siciliotti […] è proprio con l’appoggio dello studio del commercialista di Udine che l’operazione immobiliare sarebbe stata portata a termine”. Buon ultimo Del Mese, “una vita nelle partecipazioni statali ai tempi dei governi Andreotti, nel 2006 ritornato in auge come presidente della commissione Finanze della Camera con Romano Prodi premier, nel crac svolge un duplice ruolo. 
Il primo è quello del lobbista di peso […] è infatti lui a presentare agli Amato il suo ‘amico’ Giuseppe Mussari, all’epoca presidente del Monte dei Paschi […] un incontro che avviene alla presenza di diversi uomini politici, dal sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, al futuro primo cittadino di Siena, il diessino Franco Ceccuzzi, vicino a Mussari. Il secondo ruolo è invece quello di destinatario di un flusso continuo di quattrini che fuoriescono dalle casse del pastificio, quando già quest’ultimo boccheggia al punto di non riuscire a pagare gli stipendi.
 L’ex deputato dice di averli chiesti […] per pagare debiti di gioco al casinò di Montecarlo”.

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A ottobre 2012 scade il mandato di presidente dell’Ordine dei Commercialisti, ed è bufera: Siciliotti vuole rimanere in sella, ma la votazione che lo vede vincere per una manciata di voti è sospetta, sicché il consiglio dei ministri impone un commissariamento lungo quasi due anni.

Poco male, Siciliotti non si perde d’animo, e giusto prima di venire scaricato dall’Ordine introduce “presso la corte di Luca Cordero di Montezemolo” un oscuro commercialista con studio a Venezia che già il Nostro aveva nominato direttore del Centro Studi del Consiglio Nazionale dell’Ordine ecc. Così nel 2012 Enrico Zanetti “divenne responsabile fiscale di Italiafutura, e da lì spiccò il salto verso la Camera dei deputati. Da dove, per un bel pezzo, fu bravissimo a stare buono mentre in Scelta civica volavano le sedie. L’arrivo di Renzi fu la sua fortuna: all’epoca lui era il meno anti-renziano di tutti, così fu sottosegretario” nel 2014 e nel 2016 viceministro dell’economia e delle finanze (attualmente quarta gamba di FI).

Siciliotti di suo intanto, malgrado l’imputazione pendente, mantiene il posto di sindaco revisore di Cineca (il gigante dell’informatica di Stato) assegnatoli nel 2011, anzi nel 2015 diviene presidente del Collegio sindacale della controllata Kion Spa. Inoltre si afferma come opinion-maker collezionando ospitate in vari talk-show nazionali e diventando commentatore fisso del Messaggero Veneto (gruppo L’Espresso), dove esterna la sua fede renziana sin dal debutto a metà 2013 (un peana al nuovo piano Marshall ventilato da Marchionne & Matteo).

Il 25 settembre 2016 Siciliotti conquistò invece la scena da imputato dichiarando ai giudici: “Nella primavera del 2006 abbiamo iniziato a visionare i bilanci e abbiamo subito indicato quello che non era corretto. Ad es. che c’erano cinque autisti, che servivano per accompagnare i figli a scuola. E che si pagava qualche milione di compenso a soci che avevano un ruolo solo formale”. Ma “le valutazioni delle maggiori agenzie di rating erano tutte positive, la prospettiva di guadagno dall’affare immobiliare era concreta, le banche erano pronte a investire milioni. E, cosa da non trascurare, i proprietari erano ricchi. Non vi era alcun segnale di crisi”. Il quotidiano salernitano La Città commentò: “Si chiude con le lacrime un’udienza che per ore ha sviscerato analisi fiscali e procedure finanziarie. Un’udienza in cui più volte si è indicato nel deceduto ragioniere Anzalone colui che teneva in mano le redini contabili della Amato Spa.

Aprile 2017, il più mite dei mesi – Siciliotti Claudio, pena richiesta 2 anni e 10 mesi: assolto perché il fatto non costituisce reato; Del Mese Paolo, pena dimezzata a 4 anni.

Che resta dunque dei formidabili anni Settanta a Siciliotti? Almeno due cose: la zazzera (ma curata) e il titolo di una sua fresca silloge di racconti, Muzak, mutuato (come afferma l’autore nell’introduzione) dal nome di una rivista musicale nata morta nel 1973 e risorta proprio in quel crudele aprile 1975 come mensile extra-parlamentare di costume.

Ma se non fosse lui quel Siciliotti? Be’, resterebbe comunque una bella storia, anche perché corre parallela a quella del secondo katanga acciuffato ai giardini, che corrisponde al nome di Boeri Stefano.

(continua)

Dario Borso