Ma quale trattativa! Furono violenze, minacce e morti, tanti morti

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In data 20.04.2018 la Corte d’Assise di Palermo, sezione seconda, tramite lettura del dispositivo compiuta dal giudice Alfredo Montalto, poneva fine al primo grado del procedimento che vede imputati carabinieri, politici e mafiosi: Bagarella Leoluca, Ciancimino Massimo, Cinà Antonio, Dell’Utri Marcello, De Donno Giuseppe, Mori Mario, Subranni Antonio, Mancino Nicola. La tesi sostenuta dalla pubblica accusa affermava che mediante le proprie condotte gli imputati avrebbero indotto gli apparati dello Stato ad alcuni cedimenti sotto il profilo della lotta alla mafia. Tale cedimento, sempre secondo la tesi accusatoria, trova il suo fondamento in un do ut des che avrebbe dovuto portare Cosa Nostra all’interruzione della strategia stragista in cambio di alcune concessioni dello Stato fra quelle che Riina aveva scritto di suo pugno nel c.d. papello. Si spiegherebbe così la lunga latitanza di Provenzano (passando per la sua mancata cattura in quel di Mezzojuso), la mancata perquisizione dell’ultimo covo di Riina, l’allegerimento del regime di carcere duro. Per una compiuta analisi sulle decisioni della Corte presiduta da Montalto occorre attendere la pubblicazione delle motivazioni. Però, per iniziare ad orientarci occorre partire dal reale oggetto del procedimento di cui si sta parlando. In questo senso, il reato che veniva contestato alla gran parte degli imputati è disciplinato all’art. 338 c. p. (“Violenza o minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti”). Su detta fattispecie delittuosa esiste una scarna giurisprudenza in quanto i contorni della stessa son talmente fumosi che le Procure della Repubblica desistono prima di iniziare a ipotizzarla. Si integra il reato in esame nella misura in cui il comportamento dell’agente sia idoneo a incutere timore nel soggetto passivo (corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti). Ai fini della configurabilità del reato è irrilevante la resistenza o il cedimento alla violenza o minaccia. Invece, “l’idoneità del comportamento deve essere valutata con riguardo alle circostanze di fatto e quindi innanzi tutto in relazione al contesto socio-ambientale, sicché anche semplici raccomandazioni o sollecitazioni possono assumere un significato fortemente minaccioso, se inserite in una situazione caratterizzata da rilevanti fenomeni di condizionamento violento o intimidatorio della libertà degli organismi pubblici e delle volontà delle persone” (Cass., Sez. VI, n. 3828/2006). Ho dato elementi preliminarissimi e di base per potervi consentire una autonoma e laica valutazione dei fatti storici al centro del Processo a cui è stato dato l’infelicissimo titolo: “Trattativa Stato-Mafia”. Quello che al sottoscritto più preoccupa è, infatti, l’uso delle parole. Le parole sono pietre e mediante di esse è stata compiuta una sapiente operazione di disinfomazione e strumentalizzazione. Negli anni infatti questo processo ha rappresentato, oltre che uno sforzo doveroso di accertamento della Verità, anche un affare editoriale (non si contano più libri, spettacoli teatrali, film bizzarri) nonché uno strumento di propaganda politica. So di affermare qualcosa di grave ma penso che tale constatazione si basi su elementi oggettivi che di seguito tenterò di esporre. Quando si utilizza l’espressione “trattativa Stato-Mafia” si commette un grave errore e si determinano nefasti effetti più o meno voluti: si calpesta l’art. 27 co. 1 della Costituzione per il quale la responsabilità penale è personale. L’espressione che il sottoscritto critica persegue, in nuce, l’obbiettivo di delegittimare in radice le istituzioni repubblicane in quanto si conferisce allo Stato la medesima immagine della mafia (quando in realtà si sta procedendo non contro lo Stato bensì contro singole persone che si sarebbero sottratte ai propri doveri istituzionali ponendo in essere condotte penalmente rilevanti). Inoltre, il reato di cui vi ho fornito la definizione giurisprudenziale presuppone una ricostruzione dei fatti incompatibile con la parola “trattativa”. Detta semplicemente, chi usa minaccia o violenza non sta trattando bensì imponendo una visione e un progetto. Chi ha ispirato gli opionion leader ad utilizzare determinate parole? Chi ne trae giovamento? Non ho risposte a queste domande ma credo sia avvenuto qualcosa di molto simile a quello che descrive Paolo Zarca (già citato in questo ‘ininfluente e marginale blog’): “Sono esempi che testimoniano come nel mondo d’oggi il flusso delle informazioni che attraverso molteplici canali raggiunge quotidianamente il grande pubblico possa, se dirottato con semplici tecniche di manipolazione quantitativa o qualitativa, incidere sui comportamenti di massa in misura tale da conseguire quei risultati che, in altri tempi o in altro contesto, avrebbero comportato il ricorso a tecniche apertamente terroristiche o eversive. In altri termini, la manipolazione o la strumentalizzazione dei flussi informativi può, in alcune circostanze (specie quando l’interlocutore è culturalmente evoluto) assumere una valenza eversiva che differisce da quella terroristica solo perché quest’ultima usa mezzi più rozzi e sanguinari”. Questo sospetto in me si va alimentando da tempo pensando ad alcuni eccentrici giornalisti. Marco Travaglio, nel suo “È Stato la mafia”, descrive il Capitano Ultimo come un colluso o un inetto (in relazione alla mancata perquisizione dell’ultimo covo di Riina. Sullo specifico episodio Sergio De Caprio è stato assolto dall’accusa “perché il fatto non costituisce reato”). Parallelamente, l’attività dello stesso carabiniere viene applaudita dal Fatto Quotidiano quando indirizzata contro esponenti del Partito Democratico e della Lega (fino ad arrivare al caso dei casi: CONSIP). Ricordo anche l’appassionata difesa di Peter Gomez nei confronti di De Caprio quando lo stesso fu sollevato dagli incarichi di polizia giudiziaria dal comando generale dell’Arma (estate 20015). Siccome tutte queste posizioni sono inconciliabili quale logica le lega?

In questi giorni un altro giornalista è salito su questo palcoscenico (disinformazione/strumentalizzazione): Nicola Biondo, amorevolmente accolto anche sul blog di Aldo Giannuli. Nel suo ultimo pezzo sull’argomento il giornalista siciliano riesce a compiere una inversione a U incredibile ed indecente. Dopo tutte le sue pubblicazioni, contenutisticamente aderenti alle tesi della Procura della Repubblica di Palermo, si smentisce asserendo che la ragion di Stato imponeva al ROS la condotta anomala tenuta in quegli anni al fine di porre fine alle stragi e alle preseunte torture (sistemiche) che sarebbero avvenute nei confronti dei mafiosi nelle carceri italiane. Inoltre, Nicola Biondo usa le proprie pesanti e contradditorie affermazioni per sferrare l’ennesimo attacco al m5s e a Nino Di Matteo.

Un giornalismo simile (di esempi se ne possono fare tanti altri) è un ostacolo alla ricostruzione storica e giudiziaria di quel tremendo passaggio storico e non solo. Pertanto, consiglio al m5s, per il futuro, di tenersi alla larga da questi personaggi. Non dovrebbe essere difficile riconoscerli.

Godot

p.s. sulle affermazioni attinenti le presunte torture (sistemiche) che sarebbero avvenute nei confronti dei mafiosi trovo doveroso che Nicola Biondo condivida le informazioni in suo possesso con la Procura della Repubblica competente