Algeriade 13 – Pompeo De Angelis

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Le idee francesi in Algeri

Bourmont e Deferrè, immobilizzati nella città e nel porto di Algeri, inviarono richieste, tramite il vaporetto la Sfhinx, al governo di Parigi per ottenere un aumento di grado e di pensione come gratifica dell’impresa compiuta. Trentacinquemila uomini aspettavano la fine della coscrizione e magari un premio tratto dal tesoro requisito alla reggenza. D’altronde cosa stavano a fare in un angolo alla periferia di una cittadina chiusa in altri costumi e in una lingua incomprensibile anche agli interpreti? I meravigliosi aranceti e le folte siepi di gelsomini servivano come latrina e i tronchi degli alberi da frutta come legna per la cucina o per il falò notturno, attorno ai quali gli esuli provavano la nostalgia, cioè il dolore per la patria lontana. Avevano alle spalle altissime montagne impenetrabili e davanti il mare immenso, come fossero dei Crusoe sulla battigia. Che facevano accampati nella brughiera e con tanti cannoni ammucchiati fra le tende? I combattimenti erano terminati essendo spariti nelle gole i barbari dai lunghi fucili ad avancarica.

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I bey di Orano, di Constantine e di Tittery si erano ritirati nelle proprie provincie e avevano apparentemente deciso di sottomettersi pur di allontanare dal proprio feudo la presenza straniera. Il bey di Tittery consegnò al generale Bourmont la propria spada in segno di pace, dicendo: “Tenetevi Algeri e un po’ di costa”. Le apparenze erano dunque pacifiche. “Che stiamo a fare, qui?” chiedevano i soldati agli ufficiali. Finalmente il generale in capo espresse una dottrina: “La presa di Algeri deve comportare la sottomissione di tutte le parti della reggenza.” Questo fu l’errore dell’ex capo degli chouan: la pretesa di occupare un vasto paese difeso da una popolazione bene organizzata alla guerra. Perché non disporre il rientro delle truppe in patria, lascando un presidio a tutela della conquista? Poi, all’orecchio di Bourmont, aveva sussurrato il bey di Tittery, il bieco Bou-Mezrag, l’agha della cavalleria delle montagne, che gli proponeva una vacanza a Blidah, una città a 45 km da Algeri sul versante nord della catena di Atlante, considerata luogo di piacere dai padroni turchi e dai ricchi corsari, tanto da essere maledetta dai puri credenti. Bourmont fu attratto non dalla fama dei vizi, quanto dalla descrizione della felice e vasta piana di Medidjah, solcata dai fiumi Arach e Mazufran, sui cui la cittadina si affacciava: una pianura irrigua protetta dai monti che sbarrano i venti secchi del sud, adatta ad accogliere la prima colonia agricola, che volesse impiantarvisi. “Fate venire i vostri laboriosi contadini” suggeriva il bey di Tittari, dopo che non era riuscito a sedurre il gran capo con la idea della vacanza tra le danzatrici del ventre. Il ventre di Parigi chiedeva i prodotti della terra, che potevano crescere nelle campagne del Nord Africa. Il generale in capo si mise in marcia il 23 luglio alla testa di 100 cavalieri e di 2.000 fanti muniti di 2 cannoni per scoprire il giardino delle rose, come Bou-Mezrag chiamava Blidah, sognando la terra fertile, divisa in lotti e arabile dai bretoni. Ivi giunse dopo un giorno e mezzo di cammino e fu accolto con rispetto dalla popolazione, che offrì i rinfreschi. Ma era una trappola. Il bey aveva radunato diecimila cavalieri arabi per distruggere il debole manipolo francese, che a malapena riuscì a organizzare la ritirata. Sulla via del ritorno i kabili molestarono più volte la colonna, mentre il bey turco faceva circolare la voce: “I francesi fuggono da Blidah e presto fuggiranno da Algeri.” Anche una spedizione per prendere Bone fu un fallimento e un’altra per assoggettare Orano fu altrettanto infruttuosa.

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Bourmont percepì che il valore guerriero dei francesi, dopo tre disgraziate prove d’armi, comportava una valutazione della forza francese inferiore a quella turca e, giunto alla fine del suo coraggio, rinunciò a dichiarare guerra impegnando le intere tre divisioni, come a Staoueli, tanto per riaffermare il suo prestigio o meglio per vendicarsi dell’infame capo di Tittery. Non aveva più contatti con il governo di cui era ministro. Parigi era lontana una settimana, a dir poco. Tutti, francesi e indigeni, generali e signori delle tribù africane ignoravano che il regime borbonico era stato liquidato in Francia. Soltanto l’11 agosto, un bastimento mercantile, battendo bandiera rossa, bianca e azzurra, partito da Marsiglia giunse nel porto di Algeri con la notizia della caduta di Carlo X di Borbone, sostituito dal duca Filippo d’Orleans. Qualche giorno dopo, arrivarono, con un altro bastimento i giornali: M. Gerard aveva sostituito de Bourmont al ministero della Guerra. M. Sebastian era il nuovo ministro della Marina. La notizia ufficiale del cambio di regime fu consegnata al comando dell’armata d’Africa il 2 settembre, quando da una nave ammiraglia sbarcò un nuovo generale in capo e il suo stato maggiore. Poche ore dopo, de Bourmont lasciava Algeri per la Spagna su una nave austriaca. La patria non gli aveva concesso la nave del ritorno. Lo chouan odiò il ricordo della spedizione di Algeri per tutti gli anni che gli rimasero da vivere. A quella terra aveva donato anche un figlio.

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Il nuovo capo dell’Armata d’Africa si chiamava Bertrand Clauzel e presentò il bastone del comando in Algeri il 3 settembre 1830. Era un uomo anziano, che ricominciava la carriera militare dopo quindici anni senza divisa. Appariva meno vecchio, data la sua vivacità di carattere, dei colleghi dello stato maggiore, tutti ripescati dallo staff di Napoleone I, fedeli all’astro scomparso, perciò messi a riposo dai governi della Restaurazione e acciuffati per i capelli bianchi a concludere l’operazione geopolitica del Mediterraneo, cominciata per caso. Uno di loro, il colonello Marion, comparve sulla banchina con la divisa che aveva indossato a Waterloo. Per l’ignoranza dello stato di cose in Algeri, a questi generali erano stati concessi pieni poteri, per affrontare la modernità dal Bosforo a Gibilterra, a cui nessuno, o fosse il re, o un ministro, o un giornalista o uno scrittore, o Victor Hugo in persona poteva dare un significato qualsiasi.

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Bertrand Clauzel

Invece il generale Clauzel disse: “Quando ho accettato il governo di Algeri avevo questa fede sincera. …” Una serie di “quando” gli permisero di spiegare una teoria: “Quando l’Inghilterra cerca con tanta perseveranza in ogni punto del Mediterraneo dove può stabilirsi, che se una roccia si eleva a fior d’acqua corre a piantarci una bandiera; quando la Russia si occupa accuratamente dei Dardanelli per fare del Mar Nero un bacino da cui possa, un giorno, lanciare la sua flotta contro di noi; quando il commercio marittimo, spinto dopo il quindicesimo secolo verso le Americhe, sembra ritornarsi verso l’antico mondo, quasi nuovo per l’abbandono in cui è stato lasciato; quando la Turchia dimentica la sua religione per costituirsi come potenza europea, quando l’Egitto, questa terra fertile e nutriente, chiama con tutta la sua forza le arti e le scienze per assumere il rango di nazione; quando tutti gli interessi politici e commerciali tendono a concentrarsi attorno a questo mare che lega tanti popoli fra loro; quando l’Inghilterra e la Russia occupano le due porte del Mediterraneo, dove nessuno dovrebbe poter entrare senza il loro permesso; io supponevo, io credevo che una grande idea di previdenza ci aveva fatto intraprendere la conquista di Algeri.” (Nota 1) Il vecchio soldato della repubblica e dell’impero rinnovò il concetto napoleonico elaborato nel 1798, ai tempi della spedizione in Egitto, riproponendo allo scopo la ripartenza dell’idea dalla costa africana occidentale. La sfida del Mediterraneo si svolgerà in seguito sulla falsariga dettata da Clauzel. Niall Fergusson ha aggiunto più tardi: “L’invidia degli inglesi per gli spagnoli e quella dei francesi per gli inglesi fece nascere l’imperialismo…” (Nota 2) Praticamente, Clauzel doveva rimpiazzare la reggenza della Turchia, garantita da un effettivo di 13.000 giannizzeri a cui gli arabi avevano obbedito pagando le tasse e assoggettandosi alla volontà di Dio. Se i francesi non fossero riusciti a rispecchiare in se stessi l’onnipotenza dell’Altissimo, i credenti li avrebbero cacciati con facilità, tanto più che il contingente d’occupazione riprendeva il mare alla spicciolata. I primi a partire furono i generali Desprez, d’Escars, e Berthezene e gli arabi cessarono subito di rispettare le armi a cui si erano arresi. Il nuovo generale in capo ebbe comunque un paio di mesi di tempo per sistemare il suo comando. Queste furono le sue prime impressioni: “Pochi giorni mi furono sufficienti per fissare le mie idee sui vantaggi che la Francia poteva ottenere dalla sua conquista. Valutai che il regno dei turchi, oppressore del paese per tre secoli, era ormai finito e rimasi persuaso che il territorio di Algeri sarebbe diventato, nelle nostre mani, una importante colonia che ci avrebbe ampiamente compensato della perdita di Santo Domingo e forse anche della spesa immensa che ci era costato l’oneroso possesso di quella colonia.” Insomma ricominciò da dove Bourmont aveva sbagliato, cioè nel volere strutturare una provincia della madre patria, tra popoli estranei, in contrade sconosciute, propense a essere ostili.

Pompeo De Angelis

Note

1. Bertrand Cluzel: “Explications”, Paris 1837.
2. Niall Fergusson: “Empire. Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno” London 2003.

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