In Libia (e non solo) la situazione si aggrava

M-for-Mussolini

Ieri sera (oggi è sabato 26 maggio 2018) Lucio Caracciolo, richiesto dalla solita Lilli Gruber, sfidava, insolitamente aggressivo lui che è sempre pacato, Matteo Salvini a saper fare, nel futuro prossimo , qualcosa di utile, da Ministro di Polizia, rispetto alle ondate di disperati che si presume non cessino di tentare di arrivare via mare.

Era come se sapesse qualcosa di certo e imminente. Forse semplicemente, capendo di geopolitica mediterranea, diceva solo quello che andava detto.

Comunque, questa mattina, ci siamo svegliati ricevendo l’informazione che in Libia le cose si mettono ancora peggio di come già stavano.

Sono solo alcuni piccoli mascalzoni, parte asinina della fauna partitocratica italiota, che hanno ciclicamente annunciato miracoli in Libia e nell’Africa settentrionale.

Ad ingannarvi hanno cominciato (vogliamo cortesemente fare qualche nome di testa di cazzo o di disinformatore professionista?) quando addirittura Mario Monti, Presidente del Consiglio dei Ministri (era il 21 gennaio 2012) dovette chiudersi in albergo, a Tripoli, come ci siamo permessi di raccontarvi, per anni, in solitudine.

Proviamo a risettare la memoria ora che non c’è più Nicola La Torre alla Commissione Difesa che ci può raccontare cazzate, o Giacomo Stucchi a presiedere il COPASIR, tantomeno Marco Minniti a fare il Ministro di Polizia o agli Esteri quel vigliaccone di Angelino Alfano o il fresco inquisito (in Sicilia) generale Antonio Esposito, già direttore dell’AISI. Certo, altri sono riusciti a farsi confermare ma, come si dice, non si può avere tutto e subito.

Oreste Grani/Leo Rugens che come al solito non solo tiene alle date ma, se potete, vi chiede anche aiuto. Piccole cifre ma rispettose del nostro disagio.

Alcuni ci stanno aiutando, altri rimangono indifferenti.

Per scelte personali (la condizione economica in cui vivo), culturali, politiche e di natura organizzativa, ho deciso di ricorrere all’aiuto del mercato chiedendo ai lettori di Leo Rugens un contributo (cifre semplici) per assicurare la sopravvivenza e l’indipendenza del blog.

Mi sono affidato a PayPal ma ho anche la possibilità, se me lo chiedete, di indicarvi un IBAN relativo ad un normale conto corrente.

Trovate quindi – a piede dei post – una novità rappresentata dalla richiesta, sistematicamente ripetuta, di sostegno con il possibile l’invio di piccole cifre.

Ci sarà tempo per chiedervi altro. Fuori dagli scherzi, grazie anticipatamente.

Per le piccole cifre abbiamo deciso di prendere soldi da chiunque con le ormai semplici modalità del versamento sul circuito PayPal usando il nostro indirizzo e-mail:  leorugens2013@gmail.com

la Redazione

 


BERSANI IN LIBIA: ATTENTO A NON TAGLIARTI LE PALLE CON L’AFFILATA SPADA DELL’ISLAM

Mussolini brandisce la Spada dell'Islam e nel fotomontaggio fa sparire l'uomo che gli tiene fermo il cavallo

È sorprendente il tempismo con cui, ottenuto lo scalpo di Renzi, il cadidato premier Luigi Bersani si sia recato in Libia a ventiquattro ore dall’annuncio che l’Eni ha ripreso le trivellazioni onshore. E pensare che nemmeno un anno fa al povero Presidente Monti lo stesso viaggio andò di traverso: Sarebbe stata proprio la turbolenta visita in Libia dello scorso 21 gennaio a convincere Mario Monti della necessità di riformare profondamente la nostra intelligence, che avrebbe dato prova dei propri limiti anche nella pianificazione della trasferta. Al rientro Monti ha convocato d’urgenza Gianni De Gennaro, allora numero uno oggi sottosegretario con delega sui Servizi, per chiedergli ragione del clima d’insicurezza vissuto a Tripoli. E da lì sarebbe cominciato il percorso per ristrutturare gli apparati. “I tesori segreti dei servizi”, Gianluca di Feo, “L’Espresso”.

Villaggio libico abbandonato durante la guerra del 2011

Lasciamo da parte “gli apparati” e proseguiamo l’analisi citando un preoccupato articolo apparso il 3.12 su panorama.it per la firma di Marco Ventura: È da questa Libia malconcia e con interlocutori provvisori, anzi precari, che parte il tour del prossimo primo ministro italiano, Pier Luigi Bersani da Bettola, Emilia. L’uomo nuovo che si crede già presidente del Consiglio. Come candidato premier dell’Italia avrebbe fatto meglio a partire da Parigi, Berlino, Londra o anche Washington. Ma forse non ha avuto scelta. Da premier di fatto, in pectore o designato, auto-incoronato o sedicente, vola invece a Tripoli. […] In realtà, Bersani va a Tripoli non in qualità di presidente del Consiglio designato dal popolo delle primarie (e da se stesso), ma in qualità di vice-ministro degli Esteri del futuro governo che avrà a capo della Farnesina un usato più sicuro dello stesso Bersani: Massimo D’Alema, vero artefice ombra dello sciagurato “sì” dell’Italia al riconoscimento della Palestina come Stato osservatore all’ONU, e che miracolosamente ieri è riapparso in tv dopo la vittoria di Bersani su Renzi.

Lo stesso D’Alema […] un paio di giorni fa, alla domanda se potrà essere lui il ministro degli Esteri del prossimo governo o approdare a incarichi di rilievo in Europa (presidente della Commissione? o della UE?) aveva svicolato sornione senza escludere nulla, ma vantandosi di avere già incarichi di rilievo. “Faccio parte della presidenza del Pse (Partito socialista europeo), secondo partito dell’Europa. Sono presidente della più importante fondazione culturale della sinistra in Europa… Sto preparando un grande evento sul futuro dell’Europa, che si terrà a Torino, l’8 e 9 febbraio”.

Dunque è vero. In politica estera, Bersani è il burattino di D’Alema, non foss’altro per il divario di esperienza e competenza. E la scelta di Bersani della Libia come trampolino per il mondo la dice lunga sulla collocazione e il prestigio dell’Italia futura del duo democratico. Possiamo confidare solo nell’opposizione interna al governo, su questi temi, di quel moderato filo-occidentale atlantista e liberale di Nichi Vendola. Augh!

Condivido parola per parola, salvo ricordare al pregevole autore dell’articolo, che il suo editore, Silvio Berlusconi con il suo ministro degli Esteri Franco Frattini in Libia credevano di essersi assicurati un accordo miliardario con Gheddafi. Accordo di natura economico militare tradito solo pochi mesi dopo.

A proposito di Libia, voglio ricordare quando “Il principe Caramanli… in occasione del secondo trionfale viaggio in Libia di Mussolini, gli mosse incontro alla testa di duecento nobili mussulmani e gli fece omaggio della «Spada dell’Islam» – simbolo della spada di Sidna Alì, che secondo un’antica leggenda, cade dal cielo nei tempi di calamità e, falciando la terra, decapita tutti i nemici dell’Islam. A questa manifestazione di omaggio, Mussolini rispose di sentirsi amico non solo dei mussulmani sudditi d’Italia, ma di tutto il mondo islamico…” (A. Zischka, L’Italia nel mondo, Bompiani, 1938). Com’è andata a finire è noto, peccato che la Spada non sia venuta in soccorso ai poveri italiani ad El Alamein.

Che D’Alema sia amico di Hamas non ha bisogno di essere dimostrato. Che sappia i rischi che corre, comincio a farglielo presente.

Da sempre i piccoli e provinciali italiani sono caduti sulla politica estera.

Oreste Grani

Villaggio libico abbandonato durante la guerra del 2011

STIAMO PER DICHIARARE GUERRA A NON SI SA CHI E, SOPRATTUTTO, NON SI SA BENE PERCHÉ!

Mussolini cancella il libico

Il giorno 30 luglio 1938 – XVI dell’Era Fascista veniva ultimata la stampa del libro di Anton Zischka, “L’Italia nel Mondo” per l’Editrice Bompiani di Milano. Mancavano circa 500 giorni all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e l’autore del volumetto scrive un cumulo di enfatiche stronzate sulla “grandezza di Roma e dell’Italia”. Non azzeccherà una sola previsione su quanto accadrà geopoliticamente parlando a distanza di pochi anni, pochi mesi, pochi giorni. Questo Anton Zischka, austriaco, parla di gentaccia paranoica quale il dottor (così lo appella nella prima pagina del libro) Goebbels come di un qualunque credibile, per bene, signore di mezza età tedesco. La somma di cazzate non è riproducibile perché andrebbero documentate grazie ad una copia anastatica del librettiello. La tragedia è che questi libri venivano editati da una casa editrice di una qualche serietà e che venivano letti e commentati, come se niente fosse, da migliaia di persone. Dicevo che l’autore non ne azzecca una per cui non varrebbe la pena di citarlo dopo decenni se non perché  appunto le idiozie sono talmente tante e così gravi e scritte a poche ore dagli avvenimenti storici che li smentirono totalmente che mi chiedo come fosse possibile che la nostra gente avesse sugli occhi fette di salame tanto spesse da impedirgli di vedere quanto stava per accadere o addirittura era già accaduto.

Dicevo che tutte le pagine di quel libretto erano piene di corbellerie ma in modo particolare il capitolo dedicato alla Libia e alle conquiste italiche. Sembra di leggere i rapporti del SID/SISMI/AISE degli anni successivi.

dannunzio.jpg.pagespeed.ic.i8Bn0GiUt5

Memori che Gabriele D’Annunzio affermava che l’Africa era la pietra su cui affilare la spada per “una conquista suprema” (dimenticandosi di dire di chi fosse la spada in oggetto), proviamo, a proposito di cazzari o di personaggi attendibili, a porci il problema del grado di “affidabilità” delle minacce ieri pronunciate dai portavoce del “Califfo più feroce del mondo”, da quando Maometto ha cominciato a predicare e della notizia che siamo pronti a lanciarci in una ennesima “avventura libica”. Tenete conto che già si parla di 5.000 uomini e di chi dovrà comandarli.

Passiamo all’affidabilità dell’ISIS: altissima. Quello che dice fa. Affidabilità dell’Italia rispetto alla questione libica: bassissima.

Siamo peggio del mitico Anton Zischka: non abbiamo saputo prevedere – in tempo – alcun avvenimento e soprattutto non abbiamo potuto portare a termine alcuna contromossa a quanto è poi accaduto. Ciechi, sordi e muti, non sono termini sufficienti per descrivere in che condizioni reali siamo stati lasciati dalla nostra intelligence. Assomiglia ad aver continuato a dire: Nizza e Savoia; spezzeremo le reni alla Grecia; gli anglo-americani li fermeremo sul bagnasciuga. La verità nuda e cruda che senza sovranità nazionale e senza aver coltivato e messa a punto una Strategia di Sicurezza Nazionale (a meno che tale documento esista ed io – ritiratomi in questo marginale e ininfluente blog – non ne sappia – come è giusto che sia  – nulla) saremo esposti ad una carneficina, tra la nostra gente e oltre mare. Saremo gli ascari di chi vuole continuare a giocare a Monopoli/Risico/Corteo e al su e giù del prezzo delle terre rare e dello specchietto per le allodole che – ormai – e il “barile di petrolio”.

libia-isis

L’ISIS, da poche ore, ha conquistato anche Bengasi (ex Libia) e a mio modestissimo avviso è pronta ad attaccare Tobruk a due passi dal confine egiziano e, da Mosul (ex Iraq)…. pronuncia minacce – ad personam – contro il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, definendolo “un crociato”. Chi glielo avrebbe mai detto, al “gentile” e “raffinato” Gentiloni (che nella vita è stato tutto meno che un “crociato”) di dover finire nel mirino (con nome e cognome) di spietati jihadisti? Comunque, la situazione precipita e l’arrivo, in poche ore, anche a Bengasi delle truppe del Califfo, racconta che ormai è questione di settimane e poi la “guerra tra la gente” libica (quindi tunisina, quindi algerina, quindi marocchina) diverrà irrisolvibile senza una guerra convenzionale di macro-dimensioni e dalle conseguenze imprevedibili. Gentiloni, innocente come pochi, paga decine di anni di complicità consumatesi in territorio libico tra centinaia di affaristi italiani e la corte di Gheddafi; Gentiloni – tra i pochi innocenti – paga lo sfruttamento che i faccendieri italiani, in accordo con una parte corrottissima della politica libica, hanno effettuato ai danni della popolazione di quelle terre; comportamento che gli jiadisti, considerano “colpa” da non perdonare. Gentiloni, seconda figura – per peso “internazionale”- del Governo, chieda a Renzi, in quanto capo diretto delle agenzie di intelligence (Aisi/Aise), se risponda al vero che (vedi post  Bersani in Libia: attento a non tagliarti le palle con l’affilata Spada dell’Islam) perfino Mario Monti tornò incazzato nero dalla Libia per come aveva trovato la situazione durante la visita che degli sprovveduti gli avevano organizzato.

libia

Tutto questo, in un dibattito parlamentare serio e in un altro paese, sarebbe non solo, non smentibile, ma sufficiente, alla vigilia di una guerra, perché cadesse il Governo dei “toscanelli” e degli irresponsabili. Dalla primavera del 2011, con modalità ridicole di cui sono stato testimone (si è arrivati a ritenere che uno come il vecchio socialista Se.Re., ombra e segretario di fiducia – da sempre – di C.M., potesse essere di una qualche utilità nell’interpretazione degli avvenimenti in corso in Libia e perché tenesse contatti col mondo che contava, forse, qualcosa durante il regime gheddafiano ma zero spaccato, ormai, nella primavera del 2011) si annaspa peggio di prima e si rifilano cazzate alla ministra Roberta Pinotti tanto che l’ingannata, è arrivata ad affermare, poche settimane fa, che l’Italia si preparava ad addestrare elementi militari filo-governativi. Ma filo di che e filo di chi? Ma se non c’è più nulla e nessuno “da filare”, per gli Italiani, nel ex Libia, da anni, mi dite di cosa si sente parlare? Non c’è più niente da fare perché – banalmente – non esiste più la Libia! A fronte di questa super produzione intelligente nessuno ha rinunciato ad un centesimo delle retribuzioni fantasmagoriche che nelle nostre “agenzie” ancora si dispensano, con indennità di cravatta, inclusa o meno. Anzi, uomini senza onore, stanno tutti  immobili ad aspettare che passi il tempo impunemente e che la congrua liquidazione e la pensione inalienabile, finalmente maturi. Gentiloni chieda, subito, ai signori diplomatici che ancora lo circondano alla Farnesina, cosa succederà della sua vita dal momento che, al Ministero degli Esteri, per anni, un gruppetto di ambasciatori ha sostenuto che solo loro capivano quanto stava avvenendo e che loro, “erano l’intelligence del Paese”. Con questi diplomatici – a dir la verità – non è mai stato chiaro quale fosse il paese di cui si parlavano!

rutelli gentiloni

Quanto, invece fosse “intelligente” questa loro “intelligence”, non credo che ormai ci siano più dubbi. Mi rivolgo a Francesco Rutelli (che mi conosce da anni e bene) che ha troppo affetto per Paolo Gentiloni per non suggerirgli di chiedere a Matteo Renzi e al Presidente Sergio Mattarella, di fare piazza pulita di quanti ci hanno messo – scientemente – in questa situazione internazionale, gente mai mossa dall’amore per l’Italia e sempre al servizio di Paesi terzi. Troppo duro questo Leo Rugens? E’ il minimo che questi vanesi arroganti strapagati si meritano. Ora il capro espiatorio, il colpevole agli occhi distorti dal fanatismo islamico, dobbiamo consentire che diventino Paolo Gentiloni o Roberta Pinotti o i nostri cittadini onesti divenuti soldati? Prima di loro ci sono mille altri colpevoli di questo sfacelo, facilmente individuabili, che però non sta me indicare. E questo chiamarli per nome lo evito non certo per viltà ma perché la fase e delicatissima. L’ora è drammatica(guardate in queste ore in Danimarca) ed è opportuno e urgente che il suggerimento – che affido alla rete ma cautelandomi, invio il post a 700 indirizzi qualificati compreso quello di Rutelli – arrivi al ex Sindaco di Roma e, da lui, al suo amico Paolo Gentiloni.

pinotti

Amico, prima che compagno di avventura politica. All’ISIS va dato un segnale e, questo segnale, deve essere la rimozione di chi ci ha messo in questa situazione. Forse, paradossalmente, dalle parti di Mosul, apprezzeranno o almeno avranno rispetto, di questa scelta, sinonimo di schiena dritta. Per difendersi o meglio per poter attaccare con qualche speranza di successo, bisogna preventivamente applicare il “metodo Ali la Pointe” (repulisti nella casbah) che spero sappiate quale sia e in che circostanze (Battaglia d’Algeri) sia stato adottato. Tanto, se si ritiene che questi “servitori dello Stato, ci difendano o sappiano fare analisi, stiamo “freschi”. Anzi stiamo caldi. Anzi, stiamo arrosto e dentro una gabbia infuocata.

Ali_la_pointe

Prima si fa piazza pulita a casa nostra, tra le nostre fila, e prima possiamo ipotizzare di organizzare un qualcosa che abbia un senso nell’interesse della nostra collettività. Non si deve accettare di andare in una nuova guerra (questa particolarmente foriera di gravi pericoli per la nostra gente in Patria, come Francia e Danimarca insegnano) senza il repulisti auspicato. Dobbiamo pensare a proteggere la nostra collettività (se pure in modo non esclusivo) ma questo sacrosanto dovere sarebbe impossibile se nulla cambiasse nei nostri apparati di sicurezza. Che oggi sono tutto, meno che tali.

isis_parade_460

Ora sì che comincio, dopo queste parole, vecchio e stanco come sono, a correre qualche rischio. Comunque, questo sentivo il dovere di dire e questo ho detto.

Oreste Grani/Leo Rugens


ALMENO 300 VARIANTI CONSIGLIANO PRUDENZA NELLO SCENARIO LIBICO-TUNISINO

300-1

Le attività rivoluzionarie dell’ISIS e di tutte le fazioni armate autoctone, il fattore tempo, le fughe in avanti degli altri paesi competitori nel Mediterraneo e non, la sindrome di una ricerca spasmodica di leadership da parte del Governo Renzi per motivi dire elettoralistici sarebbe già dare dignità ai comportamenti, sono quattro fattori (potremmo elencarne altri) che certamente rendono quasi impossibile, per degli sprovveduti quali ogni giorno di più appaiono i nostri politici, fare scelte o semplicemente farsi consigliare su quanto si debba fare in Libia e quindi implicitamente in Tunisia, dopo poco o al tempo stesso. Dico questa cosa della Tunisia e della Libia da considerare “un solo scenario”, essendo le due realtà geograficamente e quindi politicamente vicine e in alcuni tratti di difficile “separazione”.

Contare fino a 4 per alcuni cooptati a guidare il Paese risulta difficile figurarsi se gli “if” cominciano a diventare almeno 15 per ognuna delle quattro varianti ipotizzate. Tenete conto che per ogni “if/se” bisognerebbe saper rispondere, con relativa certezza, alle cinque W (chi, dove, quando, come, perché) basilari che non valgono solo per il business ma per qualunque realtà complessa si debba affrontare. Diciamo che i Nicola La Torre o i Marco Minniti, quando provano a dire cose sensate relative a cosa si debba fare in Libia (e Tunisia) dovrebbero, nel lasso di tempo in cui un giornalista gli pone un quesito, essere in grado di valutare scenari che contengono almeno varianti che assommano a “4 per 15 per 5”, cioè 300 elementi a loro volta in work in progress di cui andrebbe tenuto conto. Mentre si parla, se non si vuole parlare “come se piovesse”, sarebbe opportuno mordersi la lingua, invitare i giornalisti a riflettere loro per primi che non è cosa e ritirarsi in buon ordine a studiare la materia. Ma potrebbe essere troppo tardi perché le attività insurrezionali (quelle sì pre-pensate) sono in atto, i competitori hanno dei loro piani e a complicare tutto c’è l’ambizione spasmodica di Renzi e dei suoi.

Abbiamo pubblicato rumori intorno a gravi tensioni all’interno di quello che avanza dell’Intelligence nostrana dedicata per la vecchia (obsoleta) divisione esteri, AISE. Riportiamo il brano tenendo conto che negli ultimi anni abbiamo già inanellato gravissimi sbandamenti e che non si può neanche ipotizzare di “andare in guerra” (in guerra ci si va per uccidere o essere uccisi) senza teste pensanti: penso che oggi sia chiara la gravità di una situazione organizzativa in cui il vero capo dei “servizi segreti” è uno come Matteo Renzi, cioè il capo di un Governo che potrebbe avere le ore contate per una questione (degnissima ma…) di affitto di uteri. Prima di Renzi, Enrico Letta è stato per una breve stagione il responsabile dell’Intelligence. Prima ancora Mario Monti e, manco a ricordarlo, prima Silvio Berlusconi. Una girandola colorata dove è successo di tutto mentre i nostri ogni volta riprendevano le misure per capire cosa pensasse il Nuovo Capo di loro e quanto fossero al sicuro i loro “culi”. E con essi i super stipendi che girano nell’Intelligence. Oltre ad altri soldi (imbarazzanti) come si mormora che anche in questi ultimi episodi drammatici siano girati. Solo il 21 gennaio 2012 (un batter di ciglio rispetto agli avvenimenti ancora in essere), in visita a Tripoli, in Libia, Mario Monti ebbe veramente paura delle condizioni di insicurezza in cui operavano i nostri nel vano tentativo di rendere sicura la sua di visita. Tanto è vero che, a mala pena, mise il naso fuori dalla residenza scelta per il suo soggiorno e per i colloqui.

Cosa dovrebbe essere realmente successo di “rivoluzionario” perché qualcosa fosse cambiato? Di rivoluzionario c’è solo la fase post terroristica dell’ISIS (semplifico dietro questo brand le decine di sigle che nascondono i più diversi interessi) ormai in grado di sviluppare attività insorgenti anticamera di un sommovimento totale. Di cambiato, negli ultimi 5 anni, oltre alla morte di Gheddafi c’è che al posto di Scaroni renzi il Rottamatore ha nominato De Scalzi, cioè Scaroni. Se non è zuppa è pan bagnato. Ma, da quando all’ENI, si aggirava Scaroni, il prezzo del barile è sceso al mercato nero a meno di 30 dollari. Prima i “nostri” sembravano abili perché potevano far mangiare tutti. Ora li voglio vedere districarsi nel conflitto d’interessi implicito quando gli avvenimenti (uno dei 300 if/se!) ci obbligheranno alla guerra!

Nelle ore dopo la caduta della dittatura libica i nostri dovettero trovare e far sparire centinaia di dossier che in modo maniacale e paranoico Gheddafi faceva redigere su tutto quello che da prima del ottobre/novembre 1969 era accaduto in Libia e, in particolare, tra la Libia e l’Italia.

Corsero rischi ma si dice che ci riuscirono. Io dico che come al solito (non ho le prove) qualcuno ha avuto la prudenza e la malignità di portare in patria le prove della corruzione di una intera classe dirigente ruotata intorno agli affari che la famiglia di Gheddafi faceva con il petrolio (ENI), le armi (Finmeccanica), la finanza (Unicredit) e un po’ di svago calcistico con la FIAT/Juventus triangolando con i partiti e la classe dirigente italiana. Mentre a Lockerbie, il 21 dicembre dell’1988, esplodeva un aereo con 270 persone a bordo. Ma i soldi sono i soldi.

Oreste Grani/Leo Rugens che mai come questa volta teme l’effetto protagonismo del premier Renzi che “La ruota della Fortuna” ci ha dato in sorte.


CARRAI E LE TROJEN DI STATO

Tutti i paletti della Camera sui piani di Renzi per la cyber security
Michele Arnese e Michele Pierri

A leggere l’articolo apparso in “Formiche” viene da dire che il “paletto” andrebbe conficcato nel cuore del sistema che pensa di ridurre l’Italia a cosa propria.

Per fortuna c’è chi non si distrae, come il cittadino e deputato membro del COPASIR Angelo Tofalo che denuncia l’ennesimo tentativo di fare una porcata e che ha denominato: Trojan di Stato.

Schermata 2016-02-01 alle 14.37.26.png

Nel discorso del deputato a 5 “splendenti” stelle colpisce il termine “conflitto d’interessi” riferito a Carrai, giacché proprio questo Leo Rugens denunciava il 3.12.15: LE CSY4 E LA CGNAL SONO START-UP DELL’UNIT 8200?

Veniamo al punto; sappiamo dalle cronache che l’Hacking Team collaborava con le forze di sicurezza italiane e siamo certi che le agenzie di intelligence nazionali li conoscessero per nome e cognome. Sappiamo che la visita di Netanyahu all’EXPO2015 è stata messa in sicurezza dalle aziende di Carrai quindi intrecciandosi con le agenzie italiane preposte al compito di proteggere un uomo di quel peso. Ne consegue che da qualche parte e in qualche archivio vi sia un bel fascicolo in cui Carrai & Co hanno ricevuto le dovute attenzioni. Logicamente quel fascicolo deve essere vicino a quello dell’Hacking Team dato che fanno lo stesso mestiere. Ne consegue che qualcuno interno alle istituzioni guardava contemporaneamente alle due realtà e volesse il cielo non abbia pensato di favorire l’una a scapito dell’altra.

Un pensiero così orrendo, ma così coerente, lo suggerisce un articolo maligno de il Tempo, oggi la mazza chiodata di Bisignani, che accosta vicende del passato mai passato (da Ocalan alle Greta e Vanessa profumatamente riscattate):

Carrai e soldi per i sequestri. Caos 007
“Ricollocati” tre funzionari dell’Aise. Ed è giallo sui 12 milioni per liberare due italiane
Tutto sarebbe accaduto martedì mattina, all’improvviso. All’interno di Forte Braschi, la sede dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, un terremoto si è abbattuto su tre dipendenti di «spicco» che dall’oggi al domani si sono trovati defenestrati, forse per questioni di lotte interne. Questa è la storia che si racconta in queste ore sulla sorte toccata a Giuseppe Bruni, capo reparto esteri, Nicola Boeri, direttore di divisione, e Ester Oliva, direttrice della divisione analisi. Il primo avrebbe addirittura trovato il suo ufficio sigillato senza la possibilità di recuperare neanche la borsa.

«Non si tratta di licenziamenti – fanno sapere fonti interne – Due di queste tre persone sono state ricollocate nell’ambito di un progetto di riorganizzazione più ampio che include anche altri 14 elementi. Il terzo invece è andato in pensione». Una riorganizzazione che avrebbe fatto tornare all’Ente di provenienza, il Miur, Ester Oliva. Boeri, invece, sarebbe finito alla divisione analisi e Bruni in pensione (qualcuno dice “buttato fuori”). Una storia che, come sempre in questi casi, ha i suoi lati oscuri ed è accaduta nelle stesse ore in cui alla Commissione difesa del Senato è stata deliberata un’indagine conoscitiva sulla cybersecurity voluta dal deputato di FI, Elio Vito. A Palazzo Chigi, infatti, la presenza di Marco Carrai nella gestione della sicurezza informatica aleggia ancora come un fantasma. «Nel programma non si parla di Carrai – spiega Vito – l’idea dell’indagine è nata prima che scoppiasse il caso».

Dopo lo stop alla creazione di un’agenzia ad hoc per l’amico fraterno, Renzi avrebbe in progetto di inserirlo tra i suoi consiglieri di fiducia, magari in una sorta di organismo ibrido, una specie di Comitato sulla sicurezza, in cui l’imprenditore entrerebbe come consulente della cybersecurity, in barba a tutti gli esperti che lavorano nelle divisioni dell’intelligence. Tornando a Forte Braschi, la storia che si racconta, ancora una volta, parla di «rapporti fiduciari incrinati», forse legati al passato o forse – stando ad alcuni rumors, legati a operazioni recenti della nostra intelligence. Boeri è stato capo centro a Mosca durante il caso Ocalan (quando il leader del Pkk fu portato da Ragusa a Mosca con un volo Eni), e vicino negli anni a D’Alema, Battelli e Venturoni. All’epoca di Ocalan al governo c’era proprio Massimo D’Alema e il caso finì al centro di una accesa polemica sul diritto d’asilo (chiesto da Ocalan) e l’estradizione forzata. Ma in questo tourbillon di promozioni e rimozioni si sussurra anche di un certo malessere per l’operazione di liberazione di due nostre cooperanti in Siria collegata al pagamento del riscatto da 12 milioni di dollari. Si parla anche di un’inchiesta penale, ma le smentite ufficiali fioccano.

Francesca Musacchio 29.1.16 Il Tempo

Il tempo renderà tutto più chiaro.

La redazione