Parla pure Lupo Agnelli-Rattazzi. Lupo e Agnelli. Capite l’ironia dell’abbinamento?

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La Famiglia Agnelli, responsabile per generazioni di quanto è accaduto o non accaduto in Italia,  apre bocca o, meglio, messo dito al bonifico, si compra spazio sui giornali per dire quello che pensa su cosa si debba fare o non fare in questa già tanto sofferente e turbata Italia.

In particolare, il neo patriota (sarebbe il primo in oltre cento anni!) Lupo (che nome chic!) Rattazzi, figlio di una signora, Susanna, già Ministra della Repubblica e di Urbano Rattazzi, forte del denaro accumulato dai suoi parenti spremendo milioni di italiani senza mai, dico mai e ribadisco mai, porsi il problema del loro reddito, pensioni, salute e sicurezza sul lavoro, convivenza civile, anche lui, dopo il tedesco di turno, ci vuole dettare la linea. Dato per scontato che le colpe dei padri e delle madri non devono ricadere sui figli, se uno è un Agnelli, come gli ricordava sempre sua madre Suni, prima di parlare, dovrebbe riflettere.

Mi disturbano queste incursioni senza pudore.

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Gli Agnelli hanno sempre, paradossalmente visto il gioco di parole, tosato gli italiani. E questo è vero senza se e senza ma. Per tanto, la prima domanda che mi viene spontanea (è tra quelle che formulate in questo marginale e ininfluente blog non hanno ancora avuto risposta) è perché, con “la lana” ricavata grazie ai lavoratori italiani (meridionali in particolare), la sua famiglia (quella che gli ha negli anni consentito di studiare alla Colombia University e un po’ anche a Harward e poi comprarsi partecipazioni in compagnie aeree quali la Neos o l’Air Europe) abbia girato, anni addietro, 3.000 (tremila!!!!!!) assegni circolari, trasferibili, alla Loggia P2. Quella. Cosa apparentemente minore, ad anni di distanza, ma di cui non abbiamo mai avuto il piacere di avere spiegazioni. Se proprio uno deve, giustamente, soddisfare delle curiosità …

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mi chiedo perché non parta dall’apertura degli armati chiusi nelle stamberghe in cui vive, a suo tempo comprate con i margini fatti, busta paga per busta paga, bombardamento per bombardamento, carro armato per carro armato che riguardano le proprie radici, il proprio privilegio, la propria possibilità di comprare, a cose fatte, pagine di quotidiani. Per dire cose banali fino allo sfinimento. Siamo noi altri, eventualmente, che possiamo (e dobbiamo) criticare le scelte errate fatte dai nostri rappresentanti politici.

Non se ne può più di passeggiatori nei meandri dei super poteri (immaginate che il parente alla lontana di Lupo Rattazzi, Luca Cordero di Montezemolo, in queste ore, anche lui impegnato con gli aereoplanini, opportunamente, è incriminato per la “sola” che vi ha fatto con l’Alitalia dopo quella rifilatavi con i trenini) che si scoprono saggi, equilibrati, lungimiranti.

Quella storia delle colpe che non devono ricadere sui figli, nel caso degli Agnelli/Ratazzi, ha bisogno di un’eccezione.

Oreste Grani/Leo Rugens


GRAN FRATELLO E SORELLA FIAT: OVVERO PERCHÉ ANCHE GLI AGNELLI PRENDEVANO ORDINI

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Il 21 ottobre 2014 ho postato un pezzo dedicato all’attività di finanziamento della Famiglia Agnelli e del Gruppo Industriale FIAT alla massoneria ed in particolare al Grande Oriente d’Italia, oggi nelle mani di Stefano Bisi, all’epoca dei fatti, in quelle di Licio Gelli e del Gran Maestro Lino Salvini. Il 29 agosto del 1982 si potevano leggere – sul settimanale L’Espresso – alcune considerazioni su questo rapporto certo (assegni circolari fatti emettere in banche compiacenti che non ritenevano necessario appurare l’identità del nome fittizio a cui venivano intestati i titoli da far girare e trasformare in soldi il pezzo di carta) che nel tempo in pochissimi giornalisti, studiosi, cittadini comuni hanno voluto/potuto ricordare. Eppure, quando questo denaro passava di tasca e andava a rafforzare quella struttura criminale e segreta, gli Agnelli erano la famiglia più potente d’Italia. Certamente forte in Europa e nel Mondo. Gianni Agnelli era considerato autorevole da milioni di nostri concittadini che ignoravano molti aspetti politici e culturali di chi guidava quella dinastia di amorali, avidi, arricchitisi con le guerre e grazie alla complicità con i Savoia, con il fascismo prima e la partitocrazia post bellica, dopo. Gli Agnelli, senza queste stampelle, non sarebbero mai diventati ciò che sono stati. In particolare, senza le spinte/direttive di quei circoli latomistici anglosassoni che, a loro volta, diedero vita a quell’arcipelago di strutture paramassoniche tipo Trilateral Commission o Bildelberg che vedevano l’avvocato più famoso d’Italia frequentarle assiduamente. Quelle strutture messe su, per intenderci, da gente come Henry Kissinger che, se solo lo volessero (solo Kissinger in realtà è vivo), potrebbero confermare chi era che dettava la linea in Italia, Fiat compresa. Altrimenti se gli Agnelli fossero stati liberi di fare a loro piacimento, tirchi come erano, tutto quel fiume di soldi Salvini, Gelli, Ortolani, con il cannocchiale l’avrebbero visto. Questa storia la riprendo quindi non perché gli Agnelli contino ancora qualcosa ma semplicemente perché riflettiate su chi sono i veri burattinai e come influenzino le vite delle persone. Piervittorio Buffa scrisse un pezzo che vi sono andato a ricercare proprio in spirito di servizio alla vostra memoria (e possibilità di deliberare) in quanto non è cosa semplice capire che un Agnelli passa ma non la quella massoneria. Difficile capire che ritenere all’epoca l’Avvocato un grande uomo, utile agli italiani, fosse un gravissimo errore, come lo sarebbe oggi una tale opinione di Mario Draghi. Agnelli era uno artificiosamente fatto diventare ciò che era così come l’orfano Draghi fu messo in carriera per servire i suoi padroni. Che certamente non sono i cittadini europei. Contributo informativo a questa staffetta ideale (Agnelli-Draghi) che potrebbe prendere corpo nelle vostre menti, riporto un post dedicato agli inizi della carriera del massone Mario Draghi perché non commettiate l’errore anche questa volta di ritenerlo un campione di intelligenza, di visione, di “patriottismo”. Androidi programmati. Punto.

Oreste Grani/Leo Rugens

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ANCORA CI DEVONO DIRE PERCHÉ GLI AGNELLI VERSARONO 3000 ASSEGNI (15 MILIARDI) A GELLI, FIGURARSI SE QUALCUNO CI DICE COSA C’È DIETRO AI 2 MILIONI VERSATI A RENZI

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Quando sento o leggo che a qualcuno piace il piglio di Marchionne, penso, ovviamente, con antipatia, all’adulatore di turno e in generale, alla FIAT. Ma non alle automobili che, viceversa, mi sono sembrate (quasi tutte) belle: dalla Topolino decappottabile, che la mia famiglia ha posseduto e in cui tre figli viaggiavamo, comodissimi (così, da piccoli, ci sembrava),”dietro”, come si diceva, fino alla 600, auto che, per prima, ho imparato a guidare, in Africa e senza patente.

Quando penso alla Fiat penso, inoltre, a tutto ciò che quegli arroganti degli Agnelli si sono portati via sfruttando la semplicità e la dedizione dei nostri emigranti (pur di compiacere il padrone, diventavano persino tutti juventini!), alla complicità della politica nazionale e torinese in particolare, ai sindacati “giallissimi”, ai massoni piemontesi, ai Servizi segreti compiacenti (la Fiat ha sempre fatto soldi anche con gli armamenti) e, in particolare, a quanto non hanno mai voluto spiegare della loro storia finanziaria. Certamente penso, con orrore, al loro periodo gheddafiano. Non è questo, però, il buco nero che vi suggerisco oggi di provare a ricordare. Ci sono mille cose (intrighi politici, scandali, tormentoni), che non cessano mai di essere ricordati dalla nostra Italia giornalistica e panflettistica ma non trovo, se non raramente, ricordato l’oscuro episodio dei tremila (3000), dico e scrivo, tremila (3000) assegni, corrispondenti a 15 (quindici) miliardi di lire (assegni staccati tra il 1971 e il 1976) che, dalle casse della FIAT, finirono in quelle del Gran Maestro Lino Salvini e di Licio Gelli.

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Successivamente si appurò che i due erano mestatori ma a quei tempi escludo che i Servizi Segreti dell’epoca, sempre a disposizione dell’avvocato Agnelli, per scovare e segnalare gli operai “commmunisti”, non sapessero ragguagliare la Famiglia torinese sulla pericolosità di eventuali legami con la loggia Propaganda 2. Dimenticavo di ricordare a me stesso  che i vertici dei Servizi Segreti erano tutti affiliati alla banda dei “grassatori” gelliani e, quindi, difficilmente, avrebbero sputato nel piatto in cui mangiavano. Su questa storia dei tremila assegni, quello svagato dell’avv. Gianni Agnelli, non ha mai voluto dare spiegazioni.Tanto meno, successivamente, Cesare Romiti. Ne la ministra repubblicana, super democratica, Susanna.  Alla fine, la questione rimase irrisolta. O, almeno, così mi pare ma, spero di sbagliarmi e di ricevere lumi dall’amica rete. Gli Agnelli, certamente, non hanno mai dato risposte, né alla magistratura, né alla stampa, né alla politica o ai sindacati né, tantomeno, alla pubblica opinione. Brutta gente gli Agnelli (tranne, mi sembrò, Umberto quando lo conobbi a Roma, nel 1979, alla fine del suo periodo politico da senatore democristiano); bruttissima gente, i loro servi e i servi dei loro servi. Oggi, non so bene dove collocare il furbo/nevrotico/maglionato/avido Sergio Marchionne. Comunque, non mi piace e non mio piacciono i suoi stimatori/adulatori. Qualcuno di voi, lo richiedo, sa con che scopo (difficilmente gli Agnelli avrebbero fatto filantropia) furono intestati quegli assegni (così tanti e per un tale importo complessivo) nel lontano periodo ’71/’76?

Oreste Grani/Leo Rugens

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P.S.

I due milioni di euro (quelli dichiarati) che risultano, oggi, raccolti a favore del progetto politico maggioritario di Matteo Renzi, riportati ai valori del periodo 1971-1973, sono molto vicini (ci si comprano le stesse cose e lo stesso numero di persone) ai quei famosi 3000 assegni per l’importo di 15 miliardi di lire di cui sopra. All’epoca, Salvini e Gelli, se li fecero dare da un solo padrone. Oggi, i due milioni della Leopolda, potrebbero essere stati raccolti grazie alla generosità di più burattinai. Ma sempre una storia di complicità e di marionette fatte agire per “fottere” gli italiani, si tratta. Difficilmente in quegli anni, i profani, capivano cosa covava a Torino. Altrettanto, difficilmente, si capisce cosa covi, oggi, a Firenze. L’unico dato certo della “sciarada” è che entrambe le città sono state Capitali d’Italia ed entrambe, ancora oggi, sono covi di pseudo massoni. O meglio, di logge che radunano, per i più diversi motivi, un’accozzaglia di affaristi in cerca di gonzi, agenti sempre al servizio di paesi terzi e,ovviamente, di “messi in mezzo”. Cercate bene, come suggerisco da tempo non sospetto, e troverete, intorno a Renzi, sempre e solo, gli avanzi, le proiezioni, le metamorfosi del mondo che generò la crescita improvvisa della Loggia Propaganda 2. La riempirono e la fecero riempire di soldi dai tanti imprenditori “americani” tipo Agnelli (Sergio Marchionne non inventa niente in quanto Gianni Agnelli fu sempre un “americano”, di cultura e di portafoglio) e, riempendola di soldi (dollari), al momento opportuno (così come continua ad accadere oggi intorno alla Fondazione Leopolda), indirizzarono  la vita della nostra Italia. Quando non bastavano i soldi, si passava ad atri metodi. I suggerimenti che da oltre oceano pervenivano, tramite la P2, erano pensati negli stessi ambienti che ancora oggi si organizzano per determinare le nostra politica, interna ed estera. Renzi è il burattino e gli amici di Michael Ledeen, i pupari. Gli Italiani sono gli spettatori paganti.

 

 


POLITICA ESTERA E UR-LODGES. A PROPOSITO DI QUEL NEMICO DELL’ITALIA DI VALERY GISCARD D’ESTAING


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Un consiglio ai miei lettori. Chi ne sa più di me sostiene che se si vuole misurare la politica di un paese verso un’altro esiste un test pressoché infallibile. Se due paesi scoprono di avere interessi comuni e vogliono preparare la pubblica opinione al miglioramento dei loro rapporti, i loro diplomatici (o suggerisco io – per i futuro – i loro operatori di intelligence culturale) vanno a scovare nella storia qualche esempio della loro vecchia amicizia. Quando nei rapporti diplomatici si intravede un barlume di cambiamento (in positivo) nei brindisi, ovviamente riservati, compaiono, ad esempio, espressioni come “qualcosa che si addice alle nostre due antiche civiltà”. Se si ha la possibilità/capacità tecnologica di ascoltare una tale espressione (o similari) state avendo una vera informazione intelligente su cui è possibile costruire scenari di previsione. E questo è uno dei modi di inventarsi al professione del diplomatico. Perché dico una cosa tanto riduttiva e offensiva del mondo della diplomazia? Non certo per farina del mio sacco dal momento che io notoriamente sono un’uomo pigro e particolarmente provinciale ma perché quelli che ne sanno dicono che un diplomatico italiano riceve poche direttive. La pigrizia dei ministri (e aggiungo io la impreparazione, immaginando cosa sappia o non sappia fare di sua iniziativa ad esempio uno come Angelino Alfano), l’instabilità dei governi (alla Farnesina girano ministri come trottole), le incertezze a Palazzo Chigi che tendono a non spiacere a questo e a quello, creando una strana condizione di vaghezza e di assenza sostanziale di una strategia. Lasciato a se stesso (questo raccontano gli occhi indiscreti e le orecchie attente) il diplomatico (se non è uno sfaccendato per sua natura, cosa che potrebbe essere) impiega buona parte del suo tempo a cercare di capire la politica interna ed estera del paese dove è stato destinato. Poi stila rapporti: molti ambasciatori (anche persone di grande valore) lasciano intendere (nelle memorie che spesso scrivono quando si ritirano), che hanno la ragionevole certezza che il signor ministro degli Esteri di riferimento non legge quei rapporti che pure in qualche modo arrivano sulla sua scrivania. Spesso perché sono ministri piazzati alla Farnesina fuori da ogni criterio meritocratico e di competenza. Torno a richiamare la vostra attenzione sula figura di Angelino Alfano e ditemi se mai potreste immaginarlo capace di intellegere rapporti che riguardino l’Iran, la Corea del Nord, la vicina Libia, o la vicinissima Tunisia?

Roma: Alfano, piano di Gabrielli e Marino in 8 ambiti

Ma torniamo ai soliti raccontini possibili grazie alla “macchina del tempo”. Lo dico perché continuerò a ripetere che la politica estera è tutto e senza una macchina del tempo difficilmente si possono capire gli avvenienti contemporanei. Ad esempio si sente spesso parlare dei G7/8/20  o quanti volete. Io mi fermo al racconto di come nasce il G5.

Intorno alla nascita del G5 gira, a mio giudizio marginale ed ininfluente, la chiave interpretativa di molto di quanto è poi accaduto tra la Francia e l’Italia nel periodo che va dal maggio del 1974 al maggio del 1981. Un periodo estremamente significativo se si considera cosa è accaduto durante quegli anni. A cominciare dalla morte di Aldo Moro, passando per Ustica e Bologna. Quel periodo è il periodo in cui Valery Giscard d’Estaing è presidente della Repubblica francese. Giovane, non come Macron, ma molto giovane e intraprendente.

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Valery Giscard d’Estaing è l’inventore del G+qualche numero. Prima di fare il Presidente, il nostro fu per molti anni ministro delle Finanze cioè in Francia responsabile dell’economia e del Tesoro. Lo era quando avvennero episodi che agitarono il mondo come pochi dalla fine della Seconda guerra mondiale: lo era il 15 agosto del 1971 quando le monete, saltato l’accordo di Bretton Woods, cominciarono ad oscillare disordinatamente incasinando i commerci di tutto il mondo. Così almeno si disse. Un’altra crisi scoppio nell’ottobre del 1973, quando il presidente egiziano Sadat attaccò Israele. A quell’attacco militare pensò il non ancora vecchio Kissinger ma sul piano economico e finanziario i danni furono peggiori di quelli geopolitici militari.  In pochi mesi il prezzo del petrolio quadruplicò e l’oro schizzò alle stelle (come metaforicamente si dice). In quella turbolenza la lira fu massacrata. Qualche mese dopo , stremati da questi giochi speculativi fummo costretti a chiedere prestiti (mi sembra oltre due miliardi di dollari) alla Germania e a consegnare il nostro oro in garanzia. Tenete d’occhio chi sale e chi scende (e chi muore) da questo momento e come la partita si apparecchia per gli anni a venire nelle sedi più diverse. Il ministro tedesco che ci fa il prestito è, ad esempio, Helmut Schmidt. Per tenere sotto controllo questo guazzabuglio innescato non si sa bene da chi, si costituisce un gruppo, quasi informale (dico così perché all’epoca non si chiamava G Niente), di ministri economici composto di rappresentanti di cinque paesi: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania e Giappone. Il mini club si riuniva in gran segreto nella biblioteca della Federal Reserve e per tanto loro stessi, in modo autoironico (ma possono mai essere ironici dei ministri delle finanze?) si definivano “bibliotecari”.

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Dei cinque bibliotecari, due fecero ulteriore carriera divenendo uno Presidente dei francesi e l’altro Cancelliere dei tedeschi. Parliamo quindi di Giscard e di Schmidt che la sorte (o altro) fece diventare il leader della Germania dal momento che fu beccata una spia della DDR/KGB tra gli stretti collaboratori di Willy Brandt che uscì di fatto di scena per la corsa al Cancellierato. Fu in quel momento che Giscard fece la proposta di trasformare il club dei cinque “bibliotecari” in qualcosa di maggiore importanza. Come loro due avevano fatto il balzo, era opportuno che i rappresentanti di vertice dei cinque Stati si preparassero a guidare il mondo che contava. Fu Giscard a invitare nel castello di Rambouillet (vicino a Versailles) i potenti della terra ma chiedendo la massima segretezza/riservatezza tanto che al seguito ogni capo di Stato si potevano portare solo due collaboratori.  Tenete conto che nel tragico G8 di Genova (2001) ci sono state delegazioni con oltre 600 membri! E l’Italia perché non era tra gli invitati? Intanto perché non era tra i “bibliotecari” che si riunivano in gran segreto e poi perché (e questa è la mia chiave interpretativa) era proprio tra i Paesi che andavano cucinati. Soprattutto nei pensieri di Giscard. E qui torniamo al periodo che ho indicato inizialmente: maggio 1974 – maggio 1981. Mi potrei fermare senza ricordare come Hiperyon (capito cretino con scoppoletta al seguito?) si struttura a Parigi proprio in quegli anni e come da quel momento in poi il doppio gioco dei servizi francesi fa il resto. Altro che la solita CIA. La crescita esponenziale della Lotta armata in Italia, con tutto quello che ne consegue, è questione mediterranea. È questione palestinese, libica, egiziana, tunisina, algerina, libanese, maltese e dei rapporti che potevamo o meno intessere con queste realtà. Israele compresa e USA ovviamente di riflesso. La lotta armata è una questione tra Italia e Francia come la vicenda attuale di Battisti conferma. Battisti che se dovesse rientrare non è certo per merito dei francasi e dei loro servizi. Se non ci fosse stato a Presidente della Repubblica un incazzoso e fiero Sandro Pertini, noi per il signor Giscard, dovevamo solo stare a cuccia in attesa delle decisioni franco-tedesche. Finita la possibilità di fare incontri realmente ultrasegreti i G + qualcosa, sono cresciuti fino a diventare quelle cerimonie per gonzi che oggi si possono anche far organizzare agli ingenuotti (in questo campo) alla Silvio Berlusconi. Che non a caso si beccò il cerino del G8 genovese con quello che ne seguì. Ma chissà a quali paesi appartenevano – in maggioranza – i ragazzotti in nero che devastarono Genova e la nostra già tanto scossa credibilità internazionale? Certamente la Francia, erede del pensiero elitario di Valery Giscard d’Estaing, in quegli negli anni e in quelli successivi, ha protetto non solo Cesare Battisti e le altre decine di terroristi che si sono rifugiati a Parigi. La Francia, in quegli anni (1974-1981), ha impostato la sua politica estera decidendo che l’Italia non doveva mai arrivare a poter a sua volta decidere avendo una serenità interna e quindi la possibilità di lavorare alla propria sovranità e al proprio benessere.   

Se non è guerra questa cosa lo è?

Oreste Grani/Leo Rugens che non dimentica quando il “francese/trasteverino” lo accusò di essere sostanzialmente inattendibile in quanto esageratamente filo M5S. Tra Giuseppe Grillo da Genova e Valery Giscard d’Estaing, per tutta la vita che mi rimane da vivere, scelgo il mio mangiatore di trenette al pesto e di farinata di ceci.

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P.S.

Valery Giscard d’Estaing è stato affiliato ad una delle più bieche e sanguinarie Ur-Lodge del Pianeta: la “Three Eyes”, in combutta con gente come David Rockefeller e Henry Kissinger. Nella Three Eyes, la fonte “Giole Magaldi” (mai smentita), sostiene che nello stesso momento in cui qualcuno si libera di Aldo Moro (che massone certamente non era) quell’antitaliano di Giorgio Napolitano, vien e affiliato alla super loggia massonica di cui sopra. Era l’aprile del 1978 e Moro era ancora vivo e detenuto nel Carcere del Popolo, ad opera delle BR.                      

Basterebbe guardare i visti sul passaporto di Napolitano per avere una prima conferma. I modi con cui da quel momento si è rapportato al fratello Henry, ci rafforzano nella nostra opinione che Napolitano non è certamente un Sandro Pertini.

Vediamo di aggiungere qualche dettaglio alle interferenze “francesi” (non solo USA quindi) nella politica italiana: è stato il massone francese D’Estaing (insieme a Kissinger) a forzare il passaggio di consegne nella P2 a vantaggio di Licio Gelli, facendolo diventare Maestro Venerabile. Ma se la P2, a guida Gelli, è opera della Three Eyes e nella Super Loggia Tre Occhi, il francese operava a braccetto con l’americano, come ci mettiamo miei cari pistaroli, eccessivamente semplificatori di cose che semplici non sono? Gelli era stato piazzato a fare il segretario organizzativo del braccio armato della Tre Occhi (in Italia e ovunque fosse necessario) per spinta e decisione di Kissinger che all’epoca era solo il consigliere per la sicurezza nazionale USA, di Richiard Helms, semplicemente  il direttore della CIA ed in fine John Edgar Hoover, direttore semplicemente dell’FBI. Ma in Europa (e pertanto in Italia), le decisioni si prendevano in accordo con il Presidente della Francia, in quanto massone e non capo dei nostri vicini. In ultimo ma non come ultima cosa: in quegli anni, quando in Italia si rafforza il potere di Licio Gelli (in realtà con esso le interferenze del francese Valery Giscard suo sostenitore), la famiglia Agnelli fa pervenire, in modo certo e documentato, oltre 3.000 assegni per un totale di oltre 15 miliardi di lire nelle casse di Lino Salvini e Licio Gelli, gestori dei soldi P2. E non mi pare che Gianni Agnelli non fosse “buon amico” di Henry Kissinger e di Valery Giscard d’Estaing. Mi fermo (per oggi) ma mi pare che quegli anni ’70 vadano riletti certamente attraverso la morte di Aldo Moro ma non dimenticando la fine della dittatura dei colonnelli greci o della rivoluzione democratica dei “Garofani rossi” in Portogallo. Avvenimenti che vedevano la Tre Occhi schierata, da anni, a sostegno del dittatore portoghese Salazar e, dal 1967, dei militari golpisti greci. Quando cadono i  due sanguinari regimi siamo nel 1974 e ai signori con “tre occhi” queste attività democratiche, in Europa e nel Mediterraneo, non andarono proprio bene.

Per capire chi tramava forse è ora di allargare lo sguardo. almeno all’intero Pianeta. Per Marte e Venere c’è sempre tempo

Ri-firmo per non sbagliarmi.

Oreste Grani

2 thoughts on “Parla pure Lupo Agnelli-Rattazzi. Lupo e Agnelli. Capite l’ironia dell’abbinamento?

  1. Ma Mi leggete nel pensiero? Cfr commenti in Vs post precedente…

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  2. Oddio che bello!
    Chiarissimo. Io all’ epoca dei 3000 assegni avevo 12 Anni, quindi mi stavo specializzando con le falangi della mano sui periodici di F. Cardella (che hanno lasciato il segno, tra l’ altro il pettegolezzo popolano allora captato dal mio barbiere “Erasmo”, dispensatore di patinati per felicità manuali, diceva allora che dietro il business delle riviste porno, ci fosse lo zampino dell’ Avvocato di Torino).
    Però, oggi, terminato il periodo ormonale Nardelliano, passando dalla patonza al vil denaro, un aspetto che è passato in sordina tra i media, recentemente, è l’ operazione finanziaria di Acquisto, da parte della Fiat sulla Chrysler. Se rispolverate il web si fatica a trovare il fatto narrato allora: cioè, Il ciclope Obama (mio coetaneo), presta alla Fiat 8 Miliardi di € a breve termine, che dopo la ristrutturazione in FCA vengono rimborsati al Governo USA da FCA.
    CHE fiducia degli USA in Agnelli! oppure in portafoglio a garanzia esistevano già gli 8 Billions? Ma quale miglior sistema per ufficializzarli, facendo sparire le singole società madri che ricevono il prestito e poi la figlia lo restituisce?
    Sbaglio o si chiama riciclaggio? E la provenienza degli 8 B?
    Un altro aspetto è la partecipazione della Salini-Impregilo in societa assicurative USA in Joint con FCA-Agnelli.
    Ma questo Salini motore finanziario improvviso che sostituisce Gavio (ex supporter nel settore edile di Agnelli) in Impregilo, è lo stesso che ospita Renzi al battesimo della metropolitana di Riad? Pure Coincidenze, naturalmente.

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