La giostra dei pescecani

 

Nota della Redazione

L’avvocato Giuseppe Zappia, originario della terra del bergamotto e della liquerizia, è in attività dal 1990; si occupa, tra l’altro, di contenzioso in materia bancaria e finanziaria (anatocismo e usura in genere, aperture di credito, prestiti personali, mutui, carte revolving etc.) oltre a coltivare una passione semi professionale per la musica, il teatro, il cinema e la letteratura. L’ininfluente e marginale blog gli dà un caloroso benvenuto, tanto più perché ama i gatti e possiede una coscienza civile schiva ma ferrea. Dionisia lo ha invitato ad animare la rubrica: “Storie allo sportello”.

hmv Bristol 1985

1985: A VISIT TO HMV – BRISTOL

Glielo ripeto: “7.400,00 euro per commissioni di intermediazione”. Non mi crede ancora Mario Rossi che mi siede davanti, allo sportello dell’associazione dei consumatori con cui collaboro. Ecco adesso ha compreso, sgrana gli occhi stupefatto. Sul volto l’incredulità si muta in rabbia e indignazione.

Nel 2008 la spregiudicata società finanziaria Pescecane S.p.A ha concesso al Sig. Rossi un prestito con contestuale cessione del quinto dello stipendio. Della possibilità di accedere a tale finanziamento il Rossi era stato informato dal proprio datore di lavoro che gli aveva presentato il Sig. R. A. Pace, agente procacciatore di affari per conto della Pescecane.

Questo ha appreso ora il Sig. Rossi: che R. A. Pace per i suoi servigi consistiti essenzialmente nel procacciare il cliente alla finanziaria ha intascato l’astronomica somma di € 7.400,00.

Quei soldi non li ha pagati la Pescecane ma proprio lui, il Rossi. Che però non li aveva, considerato che li stava chiedendo in prestito. Era in difficoltà economiche dopo che sua moglie, come molti in quegli anni, aveva perso il lavoro. Così la Pescecane gli ha finanziato anche la suddetta predatoria commissione.

Dunque gli spiego: “con le quote che il datore di lavoro le trattiene mensilmente dallo stipendio lei sta rimborsando alla società finanziatrice, oltre al denaro avuto in prestito, anche questa esosissima e totalmente ingiustificata provvigione e sopra ci sta pagando anche gli interessi”.

Di tutto ciò il Sig. Rossi è rimasto ignaro per oltre sei anni.

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Lo informo ancora che malgrado la finanziatrice Pescecane gli abbia in effetti corrisposto soltanto € 15.000,00, dal contratto redatto su un modulo predisposto dalla stessa Pescecane, a caratteri talmente infinitesimali e ravvicinati da risultare praticamente illeggibili, risulta invece che il Rossi si è indebitato per € 26.000,00, cifra che nel contratto nemmeno compare.

Che fine hanno fatto i restanti 11.000,00 euro? € 7400,00 sappiamo già che se li è presi l’agente R. A. Pace; € 2.800,00 se li sono divisi la compagnia di assicurazioni Shark Spa (n. di f.) che ha venduto al Rossi 2 polizze assicurative (vita e infortuni) e la stessa Pescecane che ha fatto da intermediario con l’assicuratore nella vendita delle suddette polizze. Gli altri € 1.800,0 li ha presi ancora la Pescecane per le commissioni e le spese relative alla concessione del prestito.

A quel punto il Sig. Rossi si affretta a dirmi che né l’agente procacciatore né gli addetti della società finanziatrice lo hanno mai informato di tali costi esorbitanti a suo carico, perché altrimenti mai e poi mai avrebbe acconsentito a una cosa del genere. È evidente che dice il vero.

Le condizioni economiche del finanziamento sono talmente aberranti che soltanto una condotta all’insegna della totale opacità informativa può aver consentito alla finanziatrice di ottenere il consenso del malcapitato cliente.

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Quello del Rossi non è per nulla un caso isolato. Nei quattro anni che ho trascorso allo sportello consumatori di signori (e signore) Rossi finiti inconsapevolmente in pasto ai pescecani ne ho conosciuti tantissimi.

Quello delle cessioni del quinto dello stipendio o della pensione è infatti da tempo il terreno di scorribanda preferito di banche e finanziarie che per accaparrarsi clienti e massimizzare i profitti ricorrono a pratiche del tutto contrarie a correttezza e a buonafede.

È stata la Banca d’Italia con una comunicazione del 10.11.2009, a firma di Mario Draghi, stranamente o forse significativamente ignorata dai grandi media, a segnalare i gravi comportamenti anomali diffusi tra gli operatori finanziari nel settore dei prestiti con cessione del quinto.

Queste alcune delle “anomalie” rilevate all’Istituto di Vigilanza: 1) mancato rispetto delle regole e dei principi di trasparenza e correttezza nei rapporti con la clientela; 2) presenza di catene distributive abitualmente molto lunghe alla quale sono riconducibili alti costi di vendita con conseguenti aggravi nei confronti del prenditore dei fondi; 3) rilevante incidenza, sul costo complessivo a carico del cliente, delle polizze assicurative richieste per legge, i cui premi sono spesso determinati in modo scarsamente trasparente.

Le censure della Banca d’Italia alle società finanziatrici sono nette. Sono espresse però in un gergo tecnico per cui leggendo il documento non ci si fa un’idea precisa della gravità delle condotte rilevate. Ecco in concreto cosa emerge dai racconti dei consumatori.

Innanzitutto gli agenti / operatori delle finanziare non richiamano mai l’attenzione del cliente sul costo complessivo del prestito, espresso nel TAEG (tasso annuale effettivo globale), l’unico indice affidabile del costo reale del credito. Per di più spesso il TAEG viene manomesso, con l’esclusione di costi che invece dovrebbero essere ricompresi. Sviato in tal modo il cliente non si accorge degli abnormi costi accessori a suo carico. Se per caso invece se ne accorge allora gli si fa intendere che si tratta di condizioni non negoziabili, da accettare in blocco pena la mancata concessione del finanziamento. Più il cliente ha bisogno di soldi, più è gravato da precedenti debiti, più è facile imporgli condizioni predatorie.

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Per le cessioni del quinto dello stipendio / pensione le polizze assicurative sono obbligatorie per legge. Quello che non è obbligatorio è che esse abbiano costi spropositati. Accade invece puntualmente che i contratti assicurativi venduti ai debitori in pacchetto unico col prestito (la pratica è conosciuta come bundling) abbiano costi, per premi e commissioni di intermediazione, raddoppiati, triplicati, quadruplicati etc. rispetto a quelli praticati a chi compra le medesime coperture assicurative singolarmente (fuori dal pacchetto) e senza l’intermediazione delle società finanziatrici.

Banca d’Italia deplora poi le catene distributive lunghe. In alcuni casi più che di catene distributive si tratta di associazioni a delinquere finalizzate alla truffa. Non pare esagerato infatti configurare tale reato in relazione all’operato di agenti e mediatori che sottraggono a persone in gravi difficoltà economiche somme spropositate per prestazioni risibili e per di più svolte nella sostanza in favore delle banche / finanziarie mandanti.

Rispetto a tali condotte predatorie le suddette banche / finanziarie omettono ogni controllo. O meglio si voltano dall’altra parte.

Le cifre delle provvigioni indebite sono note alle società finanziatrici eppure esse fanno finta di nulla continuando ad avvalersi dei loro agenti e mediatori rapaci. Del resto al banchetto partecipano anche le finanziatrici stesse che incassano gli interessi sulle somme date in prestito per pagare le provvigioni predatorie.

E in definitiva quel che conta davvero è il flusso di nuovi prestiti che i rapaci assicurano. O anche il rifinanziamento dei prestiti esistenti. Derubato una volta il cliente indebitato e in difficoltà coi pagamenti può essere infatti facilmente derubato di nuovo. È tale flusso che genera le laute remunerazioni di cui si alimenta l’intero settore, uno dei più redditizi per i gruppi bancari operanti in Italia.

Si badi infatti che le finanziarie tipo la Pescecane fanno tutte parte dei suddetti gruppi bancari, italiani e stranieri.

All’ABI, come si fa in questi casi, diranno che si tratta di mele marce, che il sistema nel complesso è sano bla, bla, bla … È una totale falsità. A smentirla basta da solo il fatto che tutti i gruppi bancari sono presenti nel bengodi delle cessioni del quinto e godono in quel settore di ampi margini di profitto.

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Altro che casi isolati. Questa vicenda mostra semmai che è il sistema nel suo insieme ad aver abbracciato la filosofia di Mark Hanna, il cinico broker del film “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese: “Name of the game: move the money from the client pocket to your pocket”.

A questo punto qualcuno si starà chiedendo se in seguito all’intervento del 2009 di Banca d’Italia le cose siano cambiate. Non è così.

Come forse era prevedibile la semplice moral suasion è servita a ben poco. Il 30 marzo del 2018 l’istituto ha dovuto infatti predisporre ulteriori Osservazioni di vigilanza rilevando che “l’attività di controllo più recente e il confronto con il mercato di aprile 2016 hanno messo in evidenza il permanere di criticità nel settore e nei comportamenti verso i clienti che incidono sul livello e la struttura dei costi”.

Proseguendo nella lettura delle “Osservazioni” si scopre presto che le criticità sono le stesse censurate, dunque senza alcun effetto, nei precedenti interventi e che “i comportamenti impropri degli operatori, passati e recenti, appaiono all’origine del contenzioso tra intermediari e clienti che affluisce all’Arbitro Bancario Finanziario in maniera imponente”.

La giostra coi rapaci e i pescecani gira ancora.

Giuseppe Zappia

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