Dopo aver parlato di energia parliamo di tecnologia Blockchain

Nella giornata di ieri, 20 giugno, Leo Rugens ha sentito il dovere di dire la sua sul primo passo pubblico dell’onorevole Angelo Tofalo nella veste impegnativa di sottosegretario alla Difesa.

Si è fatto cenno nel post  ANGELO TOFALO (M5S) ESORDISCE DA POSIZIONI DI GOVERNO SUL TEMA STRATEGICO DELL’ENERGIA. a complessità legate al mondo energetico e a come l’arcipelago della Difesa si prepari ad affrontare tali sfide strategiche.

Oggi, reiteriamo l’attenzione su Tofalo (e a ciò che rappresenta) dedicando un annuncio e alcune semplici riflessioni ad un’altrettanto delicata questione attinente la diffusione della cultura della sicurezza  secondo gli intendimenti di “Intelligence collettiva”, luogo mentale e organizzativo, ideato e “messo in MoVimento”, grazie all’impegno di un gruppo di appassionati cultori della materia, coordinati dallo stesso Tofalo e da Michele Maffei, suo storico stretto collaboratore.

Dice il comunicato che compare in rete per invitare i cittadini  a partecipare a questa iniziativa che si presenta particolarmente interessante:

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Bene, fin qui l’iniziativa del M5S a cui anche noi abbiamo deciso di partecipare.

A questa doverosa e sentita segnalazione, facciamo seguire alcune considerazioni di tipo valoriale generale, nostro terreno più usuale di quello stretto della tecnologia Blockhain o fosse un’altra. In alcune sedi di dibattito, giustamente, la Blockchain viene definita un paradigma, cioè un fatto prettamente culturale.

Ho potuto assistere, da vicino, alle attività relative a questi luoghi di produzione di beni immateriali e in cui dovrebbero avvenire produzioni immateriali in assoluta sicurezza.

L’ho fatto da profano curioso, ma l’ho fatto. Preferisco non entrare nel merito di che sensazione da “selva oscura” ho percepito ma, nella mia marginalità, ritengo opportuno affidarvi un’ultima considerazione. Direi di non consentire di rimuovere la delicatezza del rapporto sempre esistente tra questi “ingranaggi” (mi riferisco con questo termine improprio anche alla tecnologia “Blockchain”che si tratterà domani) e quelli della mente umana. E questa vigilanza la possono esercitare solo l’etica e la morale.

Qualche anno addietro ho pubblicato un pensiero sugli “Gli ingranaggi della mente” di Colin Blakemore che oggi ritengo giusto, alla vigilia di una appuntamento importante, riproporre a chi avrà pazienza e amore sufficiente per leggerlo. La Quarta rivoluzione industriale, prefigurata da Alan Mathison Turing delinea/determina sempre di più lo spazio che cominciamo a chiamare Infosfera. Se vogliamo respirare la miscela gassosa necessaria per vivere (l’Infosfera è ormai un luogo in cui vivono centinaia di milioni di persone e di “cose”), e non paradossalmente morirne soffocati, su qualche pensiero è opportuno/doveroso soffermarsi.

Oreste Grani/Leo Rugens

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Gli ingranaggi della mente

Posti di fronte al compito di spiegare le massime conquiste della mente dell’uomo nei termini di quel meccanismo ben oliato che è il suo cervello, filosofi e scienziati si sono ridotti all’uso di metafore, analogie con la tecnologia a loro contemporanea. Nel secolo scorso il cervello era paragonato a una locomotiva a vapore o a un magico meccanismo a orologeria. Nel nostro secolo, le metafore sono cambiate più e più volte, via via che la tecnologia progrediva.

E così il cervello è stato paragonato di volta in volta a un “telaio incantato”, a un centralino telefonico, a un ologramma o a un laboratorio chimico. Ma la metafora più forte, e in un certo senso anche più terrorizzante, è quella del computer.

Un computer, in senso lato, è una macchina da calcolo, un congegno che serve a elaborare informazioni in base a un programma, cioè a un insieme di istruzioni formalizzate.

Secondo una definizione così elastica, il cervello non è soltanto simile a un computer: è un computer. Per dirla con le immortali parole di Marvin Minsky del MIT (Massachusetts Institute of Technology), uno dei fondatori della nuova scienza dell’intelligenza artificiale, il cervello è una “macchina di carne”.

John McCarthy della Stanford University in California, che ha inventato il termine “intelligenza artificiale”, scorge nel funzionamento delle macchine, anche delle più rozze, l’equivalente delle funzioni superiori della mente umana credenze, pensieri e coscienza: “Si può affermare che anche macchine semplici come i termostati abbiano le loro convinzioni. […] Il mio termostato ha queste tre: qui dentro fa troppo caldo, qui dentro fa troppo freddo, qui dentro c’è la temperatura giusta!”.

Naturalmente le affermazioni di McCarthy erano deliberatamente provocatorie; ma a meno di sostenere che nel cervello vi sia qualcosa di magico e indefinibile, dobbiamo per forza concludere che esso è una macchina calcolatrice.

In tal caso, c’è da chiedersi se la struttura dei moderni computer digitali sia in grado di fornirci qualche spiegazione circa i meccanismi del pensiero e dell’intelligenza umani. Gli esseri umani sono in grado di risolvere problemi logici, di seguire determinate strategie in giochi come quello degli scacchi, di effettuare calcoli matematici. I computer sono capaci di fare tutte queste cose, e sotto molti punti di vista di farle in modo più efficiente. Tuttavia, come nella favola della lepre e della tartaruga, i cervelli umani sono in grado di superare i computer in tanti modi diversi perché si servono di abili trucchi che battono la mera velocità e la prodigiosa memoria delle macchine fabbricate dall’uomo.

Malgrado la potenza dei computer e l’influenza che hanno avuto sulla nostra vita, fondamentalmente il loro modo di pensare è di un’ingenuità incredibile. Il computer universale archetipico, quale lo immaginò il brillante matematico di Cambridge Alan Turing, non è altro che un sistema che reagisce a una semplice sequenza di messaggi scritti su un nastro di carta o a qualche altra forma di presentazione seriale. Tuttavia, per mezzo di programmi espressi in istruzioni della massima semplicità, che consistono unicamente di una serie di zero e di uno, una simile macchina digitale universale è in grado – come ha dimostrato Turing – di affrontare e risolvere qualsiasi problema che possa essere espresso in termini di uno specifico insieme di istruzioni e di regole.

Alan Turing descrisse questo tipo di architettura informatica in un famoso articolo scientifico pubblicato nel 1937 poco dopo essersi laureato a Cambridge e molto prima che un’équipe di Philadelphia capeggiata da un matematico altrettanto eminente, John von Neumann, mettesse a punto ENIAC, il primo computer digitale del mondo.

Turing era uno di quei geni eccentrici ma dagli innumerevoli talenti che la scienza produce di tanto in tanto. Morì nel 1954 all’età di soli quarantuno anni, dopo aver ingerito del cianuro che aveva sintetizzato nel suo laboratorio casalingo. Quattro anni prima di morire pubblicò il suo scritto forse più controverso e provocatorio, intitolato “Computing Machinery and Intelligence”. In questo testo, Turing affronta un interrogativo poi divenuto centrale per la psicologia cognitiva e la filosofia, cioè se le macchine possano davvero avere una mente come gli esseri umani. Si ricordi che i pochi computer digitali del tempo erano congegni mostruosi e del tutto inaffidabili, con meno memoria di una moderna calcolatrice tascabile.

Ciononostante, Turing è stato tanto preveggente da interrogarsi, in quel suo lavoro pionieristico, sul rapporto fra mente umana e computer.

Turing si era reso conto che pensiero e coscienza sono esperienze squisitamente private. Sebbene io sia convinto che gli altri esseri umani pensino in modo assai simile a come penso io, non ho prove dirette del fatto che abbiano una mente cosciente. Possiamo conoscere i pensieri altrui solo attraverso le azioni che li rivelano (che comprendono l’uso del linguaggio per descriverli). Turing osservava che «entrare dentro» gli altri esseri umani per studiare la natura delle loro cogitazioni coscienti non è affatto più facile che penetrare nel mondo mentale di un computer. Invece, egli propose un test per valutare l’intelligenza di una macchina.

Nel «test di Turing» un esaminatore siede davanti a una telescrivente che comunica con due persone diverse che egli non vede. A queste due persone, l’esaminatore pone alcune domande riguardanti le loro esperienze mentali, e magari tenta d’indovinare chi dei due è un uomo e chi una donna. Il passo successivo è sostituire una delle due persone con un computer: l’esaminatore è capace di distinguere la macchina dall’essere umano? Se non ci riesce, Turing conclude che il computer ha superato la prova dimostrando di saper pensare come una persona.

Ora, gli scritti di Alan Turing hanno suscitato un dibattito sulla natura dell’uomo non meno acceso della nota querelle seguita alla pubblicazione della teoria dell’evoluzione di Darwin. AI pari di quest’ultimo, Turing è stato accusato di essere un gretto materialista privo di qualsiasi sensibilità per l’aspetto spirituale degli esseri umani. Nulla di più falso.

È paradossale che un uomo tanto fuori dal comune – la cui eccentricità nessuno penserebbe mai di far imitare da una macchina – sia stato capace di esprimere un punto di vista tanto raziocinante e distaccato sulla natura dell’intelligenza umana.

In Faster than Thought, un divertente volume sulle origini storiche del computer, B.V. Bowden ha scritto: “È improbabile che una macchina possa mai imitare l’opera di quei pochi individui straordinari ai cui sogni e ai cui sforzi si devono la crescita e la fioritura della nostra civiltà».

Ora, Turing è senz’altro uno di questi; eppure per lui il computer era assai più di una metafora della mente: era uno strumento potenzialmente dotato di vera intelligenza.

La morte di Alan Turing è stata seguita a breve distanza di tempo dalla nascita dell’intelligenza artificiale, la nuova scienza fondata sulla sua visione delle macchine dai pensieri umani. La marcia della tecnologia è stata un milione di volte più rapida del lento progresso dell’evoluzione animale.

Nel volgere di pochi anni, i computer sono tanto cambiati da essere del tutto irriconoscibili: le loro dimensioni sono diminuite mentre la loro memoria e velocità sono aumentate. La capacità del primo computer, realizzato da John von Neumann nel 1946, era di sole venti “parole»: ma la memoria delle macchine è passata in un baleno alle migliaia, e poi ai milioni, e finalmente ai miliardi di unità d’informazione.

Via via che le macchine diventavano più potenti, cresceva la complessità dei linguaggi e delle tecniche per programmarle. Per i primi anni della rivoluzione dell’intelligenza artificiale – dal 1957 circa alla metà degli anni Sessanta – i profeti di questa nuova religione del semiconduttore sono stati di un ottimismo inconsulto. Si erano prefissi l’obiettivo di insegnare alle macchine l’esecuzione di compiti che, negli esseri umani, giudichiamo come il massimo dell’intelligenza: risolvere problemi matematici e logici, giocare a scacchi. L’incredibile velocità, la prodigiosa memoria e la straordinaria precisione (quando è in giornata buona) dell’odierno computer digitale gli conferiscono una forza bruta in grado di risolvere con notevole successo problemi del genere.

Nel giro di due o tre anni dall’avvio – al Massachusetts Institute of Technology – del progetto intelligenza artificiale, era già pronto un programma computerizzato in grado di eseguire calcoli come un laureato in matematica. Ancora qualche anno, e il campionato mondiale di backgammon sarebbe stato vinto da un programma elaborato da Hans Berliner. Sembrava proprio che le macchine vincessero su tutta la linea contro la mente umana. E invece, nei vent’anni successivi, l’ottimismo è sbollito e persino i fanatici dell’intelligenza artificiale hanno capito che i computer sono ancora lontani dall’eguagliare le conquiste del pensiero umano.

È ormai chiaro che i computer riescono tanto bene in certi compiti solo in virtù della loro spettacolare velocità e della loro sconfinata memoria, ma sono ben lungi dal possedere la sottigliezza e la creatività tipiche dell’intelletto umano.

E ancora, si è visto che gli obiettivi fissati ai primordi dell’intelligenza artificiale – giochi matematici, problemi logici e partite a scacchi – non erano poi le cose più difficili che un uomo possa fare col proprio cervello.

Se giudichiamo la profondità dei nostri processi mentali col metro della difficoltà che gli informatici incontrano nel tentativo di creare programmi capaci di simularli, appare chiaro che le operazioni più complesse svolte dal nostro cervello sono quelle che tutti facciamo senza sforzo e in modo inconsapevole. Riconoscere i singoli oggetti nell’incredibile mosaico di forme dell’immagine retinica; decifrare il torrente di suoni che forma il linguaggio umano; restare ritti in piedi su due gambe, andare fino alla porta e aprirla. Sono questi i veri miracoli dell’intelligenza umana, che fanno apparire le più complesse operazioni dei computer simili agli exploit intellettuali di un lombrico. Il valore commerciale di una macchina che capisce la lingua parlata come la capiamo noi, o di un robot che manipola oggetti al pari di un artigiano in carne ed ossa, sarebbe enorme. Ma anche il più ottimista fra gli esponenti dell’intelligenza artificiale è disposto ad ammettere che si tratta di traguardi ben lontani. Ciò significa che il computer è solo un’altra metafora della mente umana, e che dobbiamo andare in cerca di nuove tecnologie che ci aiutino a capire come essa funzioni? Forse. O forse significa che il cervello è una macchina calcolatrice, ma che si fonda su principi diversi da quelli degli odierni computer fabbricati dall’uomo. È proprio vero: capire in che modo il cervello elabori la percezione di un volto o i movimenti della danza potrebbe aiutarci a progettare computer migliori, che vadano sempre più vicini a superare il decisivo test di Alan Turing.

COLIN BLAKEMORE

Neuroscienziato. Docente di Fisiologia all’Università di Oxford

Essere macchina sentire pensare saper distinguere il bene dal male come il blu dal giallo, in una parola, essere nato con un’intelligenza e con un sicuro istinto morale, e tuttavia non essere che un animale, sono dunque cose fra le quali non c’è contraddizione maggiore che fra l’essere una scimmia o un pappagallo e saper godere il piacere. […] Credo che il pensiero sia così poco incompatibile con la materia organizzata da sembrarne anzi una proprietà, come l’elettricità, la facoltà di movimento, l’impenetrabilità, l’estensione, eccetera. (JULIEN OFFROY DE LA METTRIE)

NON MI DIFFONDERÒ ULTERIORMENTE SU TUTTE QUELLE PICCOLE MOLLE SUBALTERNE CONOSCIUTE DA TUTTI. MA CE N’È UN’ALTRA PIÙ SOTTILE, E PIU VERMIGLIA, CHE LE ANIMA TUTTE: ESSA E LA FONTE DI TUTTI I NOSTRI SENTIMENTI, DI TUTTI I PIACERI, DI TUTTE LE PASSIONI DI TUTTI I PENSIERI. (…) IL CERVELLO HA I SUOÌ MUSCOLI PER PENSARE, COME LE GAMBE PER CAMMINARE. VOGLIO PARLARE DI QUEL PRINCIPIO ECCITANTE ED IMPETUOSO CHE IPPOCRATE CHIAMA ENORMON (L’ANIMA); QUESTO PRINCIPIO ESISTE, ED HA LA SEDE NEL CERVELLO ALL’ORIGINE DEI NERVI, MEDIANTE I QUALI ESERCITA IL SUO DOMINIO SU TUTTO IL RESTO DEL CORPO. CON ESSO SI SPIEGA TUTTO LO SPIEGABILE, IVI COMPRESI GLI EFFETTI SORPRENDENTI DELL’IMMAGINAZIONE. […) SICCOME TUTTE LE FACOLTÀ DELL’ANIMA DIPENDONO DALL’ORGANIZZAZIONE PARTICOLARE DEL CERVELLO E DA QUELLA DI TUTTO QUANTO IL CORPO A TAL PUNTO DA NON ESSERE CHIARAMENTE ALTRO CHE QUESTA STESSA ORGANIZZAZIONE, ECCOVI UNA MACCHINA!