Cent’anni fa moriva Roberto Sarfatti

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Roberto Sarfatti (Venezia, 10 maggio 1900 – Col d’Echele, 28 gennaio 1918) è stato un militareitaliano, medaglia d’oro al valor militare.

Medaglia d’oro al valor militare
«Volontario di guerra, appena diciassettenne, rientrato dalla licenza ed avendo saputo che il suo battaglione si trovava impegnato in una importante azione contro formidabile posizione nemica, si affrettava a raggiungere la linea. Lanciatosi all’attacco di un camminamento nemico, vi catturava da solo 30 prigionieri ed una mitragliatrice. Ritornato nuovamente all’attacco di una galleria fortemente munita, cadeva mortalmente ferito. Case Ruggi (Val Sasso), 28 Gennaio 1918.[8]»

Roberto Sarfatti, figlio di Margherita Sarfatti, appartiene a quella schiera di giovani italiani che Vincenzo Di Nicola ha sentito il dovere di ricordare il 22 giugno 2018 presso la Saletta dei gruppi Parlamentari nel settimo appuntamento di Intelligence collettiva organizzato da Angelo Tofalo e Michele Maffei, dedicato al tema della blockchain.

La Grande Guerra è un’idea del Di Nicola il quale ha pensato di raccontare a cent’anni di distanza gli accadimenti del primo conflitto mondiale attraverso Twitter così, alla fine del suo intervento ha fatto presente a una platea di militari, ex agenti, parlamentari, semplici cittadini che nei giorni immediatamente precedenti il 22 giugno aveva avuto inizio la cruenta Battaglia del Solstizio

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​​​​​​​​Fu l’ultima grande offensiva sferrata dagli austriaci nel corso della prima guerra mondiale e si spense davanti alla valorosa resistenza dei soldati italiani. Il nome “battaglia del solstizio” fu ideato dal poeta Gabriele D’Annunzio, lo stesso che poco dopo, il 9 agosto 1918, con 11 aeroplani Ansaldo sorvolerà Vienna gettando dal cielo migliaia di manifestini, inneggianti alla vittoria italiana.

Nel 1918 gli austriaci pianificarono una massiccia offensiva sul fronte italiano, da sferrare all’inizio dell’estate, in giugno. A causa delle loro gravi difficoltà di approvvigionamento, volevano infatti raggiungere la fertile pianura padana, sino al Po, e soprattutto, in un momento di grave difficoltà interna dell’Impero per il protrarsi della guerra, gli Austro-ungarici intendevano dare al conflitto una svolta decisiva, che permettesse un completo sfondamento d​el fronte italiano, come era già avvenuto con l’offensiva di Caporetto, e consentisse quindi di liberare forze da concent​rare in un secondo momento sul fronte franco-tedesco.

L’offensiva fu preparata quindi con grande cura e larghezza di mezzi dagli austriaci che vi impegnarono ben 66 divisioni.
Gli italiani avevano intuito i piani del nemico, tanto che nella zona del Monte Grappa e dell’ Altopiano dei Sette Comuni i colpi di cannone delle artiglierie italiane anticiparono l’attacco degli austriaci, lasciandoli disorientati.

Le artiglierie del Regio Esercito, appena dopo la mezzanotte, per quasi cinque ore spararono decine di migliaia di proiettili di grosso calibro, tanto che gli alpini che salivano a piedi sul Monte Grappa videro l’intero fronte illuminato a giorno sino al mare Adriatico.
Ai primi contrattacchi italiani sul Monte Grappa, molti soldati austriaci abbandonarono i fucili e scapparono.

La mattina del 15 giugno 1918, gli austriaci arrivando da Pieve di Soligo-Falzè di Piave, riuscirono a conquistare il Montello e il paese di Nervesa. La loro avanzata continuò successivamente sino a Bavaria (sulla direttiva per Arcade), ma furono fermati dalla possente controffensiva italiana, supportata dall’artiglieria francese, mentre le truppe francesi erano stazionate ad Arcade, pronte ad intervenire, in caso di bisogno.

La Regia Aeronautica italiana mitragliava il nemico volando a bassa quota per rallentare l’avanzata.

Abbattuto con il suo aereo moriva il maggiore Francesco Baracca, asso dell’aviazione italiana.

Le passerelle gettate sul Piave dagli austriaci il 15 giugno 1918 vennero bombardate incessantemente dall’alto e ciò comportò un rallentamento nelle forniture di armi e viveri. Ciò costrinse gli austriaci sulla difensiva e dopo una settimana di combattimenti, in cui gli italiani cominciavano ad avere il sopravvento, i nemici decisero di ritirarsi oltre il Piave, da dove erano inizialmente partiti.

Centinaia di soldati morirono affogati di notte, nel tentativo di riattraversare il fiume in piena.

Nelle ore successive alla ritirata austriaca, il re Vittorio Emanuele III visitava Nervesa liberata e completamente distrutta dai colpi di artiglieria. Ingenti i danni alle antiche ville sul Montello e al patrimonio artistico della zona.

Stessa cosa per Spresiano: completamente distrutta. Gli austro-ungarici nella loro avanzata arrivarono sino al cimitero di Spresiano, ma l’artiglieria italiana che sparava da Visnadello e i contrattacchi della fanteria italiana riuscirono a bloccarli.

La mattina dell’attacco, sin dalle ore 4.00, dal suo posto di osservazione posto in cima ad un campanile di Oderzo, il comandante delle truppe austriache, il feldmaresciallo Boroevic, osservava l’effetto dei proiettili oltre Piave.

Le prime granate lacrimogene ed asfissianti ottenevano pochi risultati, grazie alle maschere a gas “inglesi” usate dagli italiani.

Durante la Battaglia del Solstizio gli Austriaci spararono 200mila granate lacrimogene ed asfissianti. Sul fronte del Piave, quasi 6.000 cannoni austriaci sparavano sino a S.Biagio di Callalta e Lancenigo. Diversi proiettili da 750 kg di peso, sparati da un cannone su rotaia, nascosto a Gorgo al Monticano, arrivarono fino a 30 km di distanza, colpendo Treviso.

Dall’altra parte del fronte, i contadini portavano secchi d’acqua agli artiglieri italiani per raffreddare le bocche da fuoco dei cannoni, che martellavano incessantemente le avanguardie del nemico e le passerelle poste sul fiume, per traghettare materiali e truppe. Il bombardamento delle passerelle fu determinante, in quanto agli austriaci vennero a mancare i rifornimenti, tanto da rendere difficile la loro permanenza oltre Piave.

Nel frattempo gli italiani, alla foce del fiume, avevano allagato il territorio di Caposile, per impedire agli austriaci ogni tentativo di avanzata. Dal fiume Sile i cannoni di grosso calibro della Marina Italiana, caricati su chiatte, che si spostavano in continuazione per non essere individuati, tenevano occupato il nemico da San Donà di Piave a Cavazuccherina. Il punto di massima avanzata degli austriaci, convinti di arrivare presto a Treviso, fu a Fagarè, sulla provinciale Oderzo-Treviso.

Gli Arditi, forti della fama che li accompagnava, ricacciarono gli austriaci sulla riva del Piave da cui erano venuti. Non facevano prigionieri e andavano all’attacco con il pugnale tra i denti, al punto che la loro presenza terrorizzava il nemico.

La testa di ponte di Fagarè sulla direttiva Ponte di Piave-Treviso fu l’ultimo lembo sulla destra del Piave a cadere in mano italiana. La tentata offensiva austriaca si tramutò quindi in una pesantissima disfatta: tra morti, feriti e prigionieri gli austro-ungarici persero quasi 150.000 uomini.

La battaglia fu tuttavia violentissima e anche le perdite italiane ammontarono a circa 90.000 uomini.

In tale situazione la battaglia del Solstizio era l’ultima possibilità per gli austriaci di volgere a proprio favore le sorti della guerra, ma il suo fallimento, con un bilancio così pesante e nelle disastrose condizioni socio-economiche in cui versava l’Impero, significò in pratica l’inizio della fine.

Dalla battaglia del Solstizio, infatti, trascorsero solo quattro mesi prima della vittoria finale dell’Italia a Vittorio Veneto.

Di Nicola dichiara da amare l’Italia e non ho dubbi circa il suo sentimento, ma l’Italia oltre a essere monti fiumi mari laghi e monumenti è anche le genti che la popolano. Si da il caso che tra le comunità che la abitano e hanno contribuito a renderla unita oltre ad averla difesa versando il proprio sangue, vi sia la comunità ebraica.

Roberto Sarfatti, italiano ed ebreo, classe 1900, morì che non aveva diciotto anni. Di lì a poco Benito Mussolini, un non colto giornalista socialista, fondò il Partito Nazionale Fascista e grazie alla cultura e alle relazioni internazionali di Margherita Sarfatti, nata Grassini, divenne qualcosa di accettabile agli occhi del mondo.

La storia e nota; nel 1938 le leggi razziali obbligarono Margherita all’esilio e condannarono migliaia di italiani ebrei, anche quelli che contribuirono a rendere forte e grande il PNF, a morire o a fuggire.

Un tradimento così grave e violento non solo non può essere dimenticato ma deve essere interpretato al pari delle centinaia di migliaia di morti, così spero che Di Nicola trovi un posto nella sua Guerra anche per Roberto Sarfatti.

Voglio ricordare che la sua mamma, per onorare la memoria del coraggioso e sfortunato figlio, fece erigere un monumento funebre sul Col d’Echele presso Sasso (Asiago) affidandone il progetto al più importante architetto italiano del Novecento, Giuseppe Terragni che lo realizzò nel 1935.

Alberto Massari

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