Angelo Tofalo e l’Arma dei Carabinieri

carabinieri

Occorre una particolare intelligenza per scoprire il significato ultimo del tempo. Noi lo viviamo e vi ci identifichiamo tanto da vicino che non riusciamo ad accorgercene. Il mondo dello spazio, che circonda la nostra esistenza, non è se non una parte del nostro vivere: il resto è tempo. Le cose sono le sponde, ma il viaggio si svolge nel tempo.  Questo è vero per le persone e per le istituzioni tanto da suggerire la massima attenzione nel esercitare la capacità di raccontare il rapporto sottile, quasi invisibile, che esiste tra le vite individuali e la storia collettiva.

Un esistenza ad esempio non è mai spiegabile in se stessa, ma solamente attraverso il tempo. Per le persone, tengo a ripeterlo e per le Istituzioni che vale la pena di considerare tali. Ieri, ad esempio, si è teso un filo infinitesimale (ma che deve divenire robusto e visibile) tra il “compleanno” (204esimo) dell’Arma dei Carabinieri e il sottosegretario alla Difesa,  ing. Angelo Tofalo. Proprio ieri infatti era il 13 luglio e il pentastellato Tofalo, per anni al COPASIR a farsi esperto delle complessità implicite nel mondo dell’Intelligence, si è visto affidare la delega a prendersi cura dei rapporti tra tale Istituzione centenaria e il Governo della Repubblica. Tornando al tempo fu infatti il 13 luglio del 1814 che il Re Vittorio Emanuele I, rientrato nel maggio dello stesso anno dall’esilio, essendosi reso conto del pessimo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica del suo Regno decretò la Regie Patenti Istitutive del Corpo dei Carabinieri Reali che segnano la nascita appunto dell’Arma dei Carabinieri. In quel momento, per tornare ai livelli di consapevolezza di quanto accade nel tempo, il Re stesso – penso – non si sia potuto immaginare che stava dando vita all’Arma così come oggi la conosciamo, realtà che sarebbe sopravvissuta anche alla Monarchia e che, ecco ancora l’equazione spazio-tempo, avrebbe servito fedele per secoli e nei secoli lo Stato Italiano, oggi repubblicano. Un anniversario quindi quello di ieri che tende dei fili invisibili tra la vita individuale dell’esponente del Governo Conte e l’Arma dei Carabinieri. Un anniversario, un anello  in quanto in latino la particella an arcaicamente annus ha il significato di circolo, e annulus è appunto l’anello. In realtà quelli che sanno di queste questioni etimologiche e arcaiche sanno che l’anno è l’anello del tempo, il moto circolare che non è solo un’immagine poiché la Terra gira realmente intorno al sole o, se volete, che nessuno si scandalizzi per la castroneria scientifica di cui scrivo, dal punto di vista di chi vive sul Pianeta, il Sole intorno alla Terra.

anello serpente

Il tempo è anche possibile rappresentarlo con un serpente che mangia la sua coda ma che così facendo si rinnova mangiando non solo la sua coda ma l’anno vecchio. Quello che quindi ieri ha avuto scadenza e inizio, è un anello vitale. E che tale sia auguriamo ad Angelo Tofalo. Per lui (come è giusto che sia), per l’Italia e per la continua rigenerazione che deve assistere l’Arma, i suoi vertici, i suoi ufficiali, in SPE o in ferma prefissata che siano, i suoi marescialli, i suoi brigadieri, i suoi carabinieri.

Anello vitale per tutta la Famiglia della Carabina (come mi piace chiamarla) in quanto il nome “carabiniere” deriva, come certamente sapete, dall’arma individuale (la più leggera e precisa per l’epoca) assegnata ai militari del Corpo sin dalla fondazione.

Per aggiungere un dato storico, sperando di non lasciare traccia di inadeguatezza personale nella ricostruzione: nel 1814 esisteva in Piemonte la fabbrica d’armi di Valdocco, la sola in Europa in grado di costruire la carabina in dotazione alla Gendarmeria francese. Con l’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone, quella fabbrica divenne di pertinenza dell’Imperatore e continuò a produrre quell’arma anche dopo la caduta del grande “corso”, tant’è che che la scorte inutilizzate poterono essere acquistate per l’esordiente Corpo dei Carabinieri Reali, appunto. Pure quella prima arma in dotazione ci unirebbe con i fratelli (e non da chiamare ostilmente “cugini”) francesi se si dovesse, un giorno, ragionare d’Europa dei popoli da unire realmente.

 

Giorno fausto il 13 luglio, dunque, per ricevere una delega, mai data ad un sottosegretario così giovane. Delega da onorare. Delega determinante per rispondere alla domanda sempre più diffusa e urgente di legalità, di stabilità sociale e politica, di tutela delle istituzioni dalle minacce esterne e interne.  Senza annunci ad effetto ma in stile consono all’Arma, con tanto senso di sacrificio e di quotidianità.

Ancora una volta vengono in soccorso le preziose parole del pensatore complesso Maurizio Viroli che sembrano pensate e scritte per l’Italia tutta, per il personale che serve spesso in condizioni non ottimali, per i decisore politico che sta ricevendo tanto carico di responsabilità.

0013-REGNO DI SARDEGNA 9
“Soltanto la persona moralmente libera, vale a dire la persona che ha senso del dovere, può servire bene la Repubblica. Chi non ha senso del dovere è una persona banale o una persona d’animo servile. Le persone banali possono obbedire con zelo e svolgere le loro mansioni con molta efficienza. Poiché non hanno convinzioni profonde sono però disponibili a servire qualsiasi regime: il terzo reich o la libera repubblica fa poca differenza. Le persone d’animo servile sanno servire bene un uomo o alcuni uomini, non un ideale, e tanto meno la Repubblica. Tanto le persone banali quanto le persone d’animo servile hanno l’animo meschino, spesso miserabile. Possono essere astuti, mai saggi. Sanno pensare soltanto in piccolo; non hanno la finezza intellettuale che nasce dall’impegno a capire qualche cosa che è più importante della vita privata e familiare. Possono essere dunque burocrati di uno stato autoritario o ottimi cortigiani, mai veri servitori della Repubblica.
Per un’altra ragione ancora soltanto le persone moralmente libere sono in grado di servire la Repubblica. Esse sole hanno la forza interiore necessaria per assolvere compiti che comportano fatiche, delusioni e pericoli. Chi invece serve la Repubblica per interesse, cerca di evitare fatiche e pericoli e quindi verrà meno ai suoi doveri. Nei casi peggiori, ma tutt’altro che rari, chi serve per interesse si lascia corrompere dalla promessa di un premio. Se una Repubblica può contare esclusivamente su magistrati, forze di polizia, forze armate e pubblici funzionari che agiscono per interesse, ha fondamenta assai fragili. È destinata presto o tardi a trasformarsi in una tirannide, o in un’oligarchia, o in una democrazia corrotta. Se l’interesse personale non serve allo scopo, quali sono le giuste motivazioni a servire bene la Repubblica? Una risposta potrebbe essere “il puro senso del dovere che la coscienza addita”. È una risposta ineccepibile ma esposta ad un’obiezione seria. Come sappiamo per esperienza, e come insegna la storia, la maggior parte degli esseri umani non rispetta i principi che pur ritiene giusti. La voce della coscienza che insegna la giustizia nei più è sovrastata dalla voce delle passioni, prime fra tutte la paura o il desiderio sfrenato di superiorità e privilegi. Sono dunque necessarie altre passioni, ma quali?
La prima passione che indico è il sentimento dell’onore. La nostra Costituzione, all’art. 54, addita esplicitamente l’onore, accanto alla disciplina, quali principi fondamentali che devono ispirare l’agire di tutti i cittadini ai quali sono affidate funzioni pubbliche. Nel significato proprio, il termine onore indica una dignità e a un valore. “Ti onoro” vuol dire riconosco il tuo valore: ammiro il tuo valore per quello che hai fatto e fai. Il vero sentimento dell’onore non consiste tanto nel valore che abbiamo per gli altri, ma nel valore che abbiamo ai nostri occhi se assolviamo i nostri doveri. Quanto è grande il valore che una persona ha ai propri occhi quando vive secondo il senso del dovere e agisce rispettando il dettame della propria coscienza? È un valore infinito. Nessuno può corromperla perché non c’è prezzo che valga il sacrificio di non esser più se stessi.
Accanto al sentimento dell’onore colloco, fra le passioni che aiutano a essere dei veri servitori della Repubblica, lo sdegno, il senso di repulsione che proviamo di fronte all’ingiustizia. È la passione degli animi grandi. La persona meschina è incapace di sdegno: resta indifferente di fronte alle ingiustizie, ai soprusi, alle umiliazioni inflitte ad altri. Diverso dalla compassione che proviamo nei confronti della sofferenza immeritata di altri, lo sdegno si rivolge non alle vittime ma contro gli aguzzini. Diverso dall’invidia, cioè la sofferenza per un bene che altri hanno e noi non abbiamo, lo sdegno disprezza la forza o l’astuzia degli oppressori. In senso stretto, lo sdegno è l’ira dei buoni, l’ira per giusti motivi, l’ira nei confronti delle persone contro le quali è giusto provare ira.

Guidato sempre dalla ragione, lo sdegno vive anche nelle persone più miti. Impone di operare anche quando le speranze di vincere sono esigue o nulle, quando bisogna agire nell’indifferenza dei più e quando i pericoli sono gravi. Spinge a difendere la libertà nei tempi bui, mentre i più piegano la schiena e si rassegnano all’oppressione. Norberto Bobbio l’ha definito “l’arma senza la quale non vi è lotta che duri ostinata, senza la quale, vittoriosi, ci si infiacchisce, e, vinti, si cede”. È la virtù dei precursori, degli anticipatori, di quelli che dimostrano che si può lottare e incoraggiano gli altri a seguire il loro esempio anche quando la prudenza consiglia di stare fermi, di tacere, di adeguarsi.
Un’altra passione che deve vivere nell’animo di chi serve la Repubblica è la carità, il valore fondamentale della religione cristiana che ha tuttavia radici nella cultura classica. Per carità intendo la sofferenza che proviamo nei confronti di chi subisce ingiustizia. Nei secoli, e nei più diversi contesti storici, la carità, ha sempre motivato, il servizio e l’impegno. È stata ed è il fondamento dell’amore della patria nel suo significato più nobile. L’amor di patria, ricordiamolo in questi tempi in cui esseri a mio giudizio ripugnanti vaneggiano di amor di patria fascista, è la passione che dà al cittadino la forza di elevare il bene comune al di sopra del bene privato. Servire la Repubblica altro non è che servire il bene comune.
Soltanto chi sa servire può, in una Repubblica degna del nome, comandare. Oltre a volere e sapere servire, chiunque ha l’onere e l’onore del comando deve combattere la vanità che porta a cercare la fama. Chi non sa vincere la vanità non è capace né di vera dedizione alla causa, né di distacco critico. Il comandante vanitoso diventa una sorta d’istrione che prende alla leggera la propria responsabilità. Più che delle conseguenze delle sue decisioni, si preoccupa dell’impressione che riesce a suscitare. Scambia l’apparenza del potere per il potere reale e gode del potere semplicemente per amore della potenza, “senza uno scopo concreto”, come scrive Max Weber. Esercita una forte influenza ma opera di fatto nel vuoto e nell’assurdo; non sa ottenere obbedienza fondata su vera e sincera lealtà; non costruisce una cultura. Non è il leader di cui ha bisogno una repubblica. C’è posto per l’ambizione, fra le qualità di un leader? Deve esserci. L’ambizione è una passione forte che nasce dal desiderio di emergere, di distinguerci, di essere ammirati. È una passione naturale e lecita, se bene intesa, ovvero se intesa come desiderio di primeggiare per dedizione, per saggezza, per finezza di consiglio, per esempio di vita, non come brama di essere primi con qualsiasi mezzo per avere potere, ricchezza, celebrità. Nel suo significato più nobile, l’ambizione è passione degli animi grandi; nel suo significato corrotto è la passione dei miserabili che pretendono di servire la repubblica e vogliono comandare soltanto per vanità meschina. Se avessimo dei leader politici e dei comandanti consapevoli della dignità del servire il bene comune, e motivati da giusta ambizione, la nostra Repubblica vivrebbe giorni molto migliori.”

E mi scuso con Viroli se ritenesse inopportuno questo uso sistematico del suo pensiero a sostengo delle mie tesi. In realtà lo saccheggio pieno di ammirazione.

Oreste Grani/Leo Rugens