La rete delle reti e i vertici dei Servizi

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Quando mi posi il problema di chi fosse Robert Reich era il lontano ottobre del 1994 e noi, come Paese, ci eravamo beccati, da poco, l’ipocrita tentativo liberista guidato dal mafioso Marcello Dell’Utri e dal suo boss Silvio Berlusconi. Reich mi aveva colpito in quanto citato in un libro come autore di un pensiero che oggi vi ripropongo:

Non ci saranno più prodotti o tecnologie nazionali, società o industrie nazionali. Tutto ciò che rimane incluso in confini nazionali sono i cittadini che formano una nazione. Il bene fondamentale di ogni nazione sarà dato solo dalla capacità e dalla cultura interiore dei suoi cittadini.

In realtà Reich ci cominciava a parlare di un liberismo dei valori, elemento fondante di uno scenario caratterizzante il nuovo rapporto necessario tra cittadino e Stato, tra Stato e mercato, tra iniziativa economica individuale e intervento pubblico nelle politiche redistributive.  Reich evocava e suggeriva le basi di un dibattito evoluto perché si potesse passare dall’assistenzialismo dei consumi agli investimenti destinati ad ammodernare le grandi reti dei servizi collettivi. Servizi collettivi che oggi, semplificando, si chiamano infrastrutture. Cioè la materia che attiene al Ministro Danilo Toninelli.

La verità che nel frattempo in Italia il criminali politici e gli specialisti del malaffare sostenuto dalla cultura della corruzione hanno vanificato ogni percorso virtuoso e hanno ridotto tutto a tangenti, arricchimenti di donne e uomini volgari e a sperequazioni sempre più evidenti. Nessun vero patto di cittadinanza è stato reso possibile dall’avvio dei Grandi Lavori. Anzi, le Grandi Opere in Italia sono state solo ed esclusivamente sinonimo di  corruzione e spreco di ricchezza collettiva. E come se cominciassimo a elencare ciò che è accaduto intono ad imprese come il Mose o alla Salerno – Reggio Calabria. Anni e anni di complicità tra ANAS, ministeri competenti, referenti politici e criminalità.

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Quello che sarebbe dovuto essere un patto sul piano istituzionale, su quello delle politiche del lavoro, della politica fiscale, dell’erogazione dei servizi collettivi e, soprattutto, del rapporto centro-periferia. Il reticolo delle infrastrutture avrebbe dovuto rispecchiare pensiero e diventare il sistema di riferimento del contratto sociale.

Gli italiani invece stanno peggio dopo ogni salasso pubblico per dare vita a grandi infrastrutture. Porti o ferrovie che siano. Raramente, nel divenire delle opere, non si scoprono collusioni e corruzione. Raramente il trucco dei mille e mille forme di subappalto non hanno fatto lavorare camorra, mafia, ‘ndrangheta.

L’Europa non è mai entrata seriamente in queste vicende se non come ulteriore cassa da svuotare con le più diverse complicità. Mi rifiuto di fare i nomi che conoscete tutti a cominciare dai morti o dagli arrestati.

Tonnellate di denaro, sia al livello europeo che nazionale, avrebbero dovuto dare ben altri risultati almeno attraverso processi di forte valenza sul tema anch’esso strategico della formazione professionale vista come strumento di inserimento/reinserimento delle risorse umane nel processo produttivo.

Neanche quei valori di senso civico e di solidarietà sociale che fare lavori utili determinano, hanno avuto risultati apprezzabili.

Lasciando fuori dal ragionamento l’ambiente che se non per qualche furbetto che ci ha costruito sopra carriera e funzione parlamentare, mai è diventato un vero valore.

Per molti la carriera parlamentare in quegli anni in cui si sono profuse energie per dare vita a queste grandi opere, è diventata sinonimo di attività disonorevole.

Il fisco è diventato sempre più odioso. La forza delle mafie, sempre maggiore e le stesse sempre più abili nel mimetizzarsi in camicia bianca.

La giustizia arranca volutamente lasciata senza soldi. La cultura arretra. E questo mentre, anche la Lega, con gli altri partiti complici, ha governato sotto tutti i cieli d’Italia.

E questo mentre non non non c’era il M5S. Bisogna mettere in ordine questi ricordi e queste responsabilità o non ci si può inoltrare in questioni complesse quali TAV o TAP o Ponti sullo Stretto. O Porti di Gioia Tauro.

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Mi dite, con estrema semplicità, se per voi  nessi tra cambio climatico e l’utilità strategica del MOSE? Mentre si provavano a fare fesserie come quella a cui ho solo accennato, il tenore di vita di tutti i fautori e realizzatori di quel bidone, aumentava o diminuiva? Quattro sfigati sono andati in galera, ma per il resto nessuno ha pagato per lo spreco. Come nessuno ha pagato per le modalità con cui sono state gestite le FS.

Ludovico Ligato è stato giustiziato davanti a casa. Lorenzo Necci è stato arrestato. Gli uomini del PCI/CGIL/UIL fino al PLI (Ruggero Ravenna, Giulio Caporali, Francesco Baffigli), furono messi, per poco, in carcere, ma per il resto nessuno fece cambiare rotta al Paese sulle ferrovie e il coordinamento con il trasporto su gomma. Storie di guerre tra bande, ma niente di più. Sprechi quindi e altissimi stipendi lasciano, a quella data, le ferrovie italiane tra le più dissestate del continente.

L’ANAS, ancora se è possibile. Se per l’Italia intera il ’68 è l’anno degli studenti e della contestazione, chi legge la storia patria con cultura che Moro stesso definì “non essere sempre utile chiarire le cose oscure: spesso è opportuno, al contrario, velare l’oscuro”,  il 1968, per le ditte che costruiscono strade, è il primo anno delle aste truccate, senza pudore alcuno: tra il 1968 appunto, e il 1971, ben 243 progetti per un valore complessivo di 317 miliardi, vengono assegnati in modo indebito. Il meccanismo è semplice: si procede all’asta per la costruzione di strade ed autostrade con offerta in busta chiusa: vince la ditta che indovina la cifra segreta dal ministero o vi si avvicina di più.

Piccolo particolare: il direttore generale dell’ANAS (ecco perché nei posti si cerca sempre di piazzare il proprio beniamino!), Ennio Chiatante, segnala ad alcune ditte (tra cui quella della quale è socio suo figlio Nicola) la cifra da indovinare. In cambio vengono versate tangenti che variano tra il 5 e l’8 per cento sulle commesse. Per cui su 317 miliardi, gli organizzatori delle aste truccate incassarono, senza fatica, tra i 25 e i 30 miliardi di lire. In particolare il figlio di Chiatante (il Nicola citato) fu condannato nel ’76 (guardare la solita tempestività della giustizia!) con i soci, ma non scontò mai la pena per sopravvenuta salvifica prescrizione. Ma la vogliamo smettere di raccontare cazzate sugli imprenditori italiani? Il padre malandrino, addirittura, rimase al Ministero, trasferito ad altro incarico. Sarei curioso di sapere come stanno messi economicamente gli eredi dei Chiatante e se sono ancora ricchi come me li ricordo io negli anni sessanta/settanta.

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A latere di questa vicenda emblematica (spero di non dover mandare a fare in culo nessuno avendo conosciuto da giovane il Nicola di cui sopra) ce ne è una ancora più interessante che inaugura una stagione di spionaggio industriale tecnologico: tale Walter Beneforti (quello e se non ve ne ricordate consultate Leo Rugens), funzionario dello Stato prima e investigatore privato dopo, scopre un metodo per far “indovinare” la cifra alle imprese che si affidano a lui, senza pagare la tangente. Con l’aiuto di tecnici e forse di impiegati dell’ANAS, Beneforti piazza un microfono-spia (anni addietro) sotto la scrivania di Chiatante e apprende così i prezzi attraverso le conversazioni intercettate e vende le informazioni ai suoi committenti evidentemente con una spesa inferiore alla tangente richiesta dal Chiatante. Questo è il vero mercato a cui i puristi fanno riferimento quando ci scassano la minchia sulla libertà dello stesso: senza esclusione di colpi! Spero che a nessuno sfugga del perché vi racconto storie di archeologia tangentizia. Per i pochi che non lo hanno capito ecco le istruzioni per l’uso: quando dico che uno come Ezio Bigotti voleva ad ogni costo avere le chiavi degli edifici compresi nel LOTTO 10 della gara CONSIP, è perché ho sempre sospettato il suo vero movente: spionaggio e sicurezza del lo Stato sotto varie forme.

Tenete conto che quando uno dice Walter Beneforti, dice altri nomi che hanno le loro storie personali radicate nell’Anello della Repubblica, nel “Noto servizio” e ambienti complessi di questa natura.

Tanto è vero che lo scandalo ANAS fu una sola cosa con la lotta politica che si svolse in quegli anni, dentro e fuori il PSI e nel Centro Sinistra. Messa in mora di Giacomo Mancini, per primo. Non a caso attaccato (ed affondato) da un’altro agente dei servizi sotterranei quale fu Giorgio Pisanò. Cose complesse quando scoppiavano scandali e lotte per questa o l’altra poltrona.

Difficile distinguere quindi – ancora oggi – tra la assoluta necessità di mettere riparo alle furbate renziane (e non solo) degli ultimi anni (centinaia di nomine nella rete delle reti) e i motivi reconditi per cui, a volte (spesso) sono state fatte quelle nomine.

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Gli scandali che ogni giorno potrebbero scoppiare (vediamo a settembre cosa vi meritate!) non esistono quindi solo come fatto specifico o come dato strutturale dell’economia della corruzione ma essi acquisiscono particolare rilevanza, nel quadro di un vero e proprio Gioco della Verità giocato per battere la banda armata pinco o pallo formatesi negli anni della degenerazione partitocratica.

Per affrontare la fase, ci vogliono donne e uomini nuovi, non solo ai vertici della Rete delle Reti, ma anche e soprattutto nei servizi segreti e nei luoghi di coordinamento presso Palazzo Chigi, almeno fino a quando non si riuscirà a dare vita al grande cambiamento, organizzativo e culturale, con la fine del dedalo dicotomico costituito dall’idea che esista un dentro e un fuori rispetto alla Difesa della Nazione dagli attacchi dei nemici della Repubblica.

Bene quindi la rimozione di alcuni a suo tempo sfacciatamente piazzati per perpetuare i saccheggi, ma occhio alla penna per le nomine ai vertici dei servizi dove si gioca la partita strategica della possibile rinascita dell’Italia. Anzi, diciamolo, senza il massimo coraggio e le tecnologie per procedere, in questo campo minato, si salta in aria.

Come si vede nelle difficoltà che in queste ore si delineano nelle scelte di continuità o meno al vertice delle Agenzie di Intelligence.

La continuità (o meno) non è data solo dalla scelta dei numeri uno, ma anche, se non soprattutto, dai capi di gabinetto, dai dirigenti apicali, dalla tenuta, nel giusto peso, delle voci che, dal basso (parlo di uomini e donne che comunque sanno di cosa si parla), si ritiene di cominciare a far filtrare.

Direi per tanto di non disgiungere le scelte nella “rete delle reti” da quelle che riguardano più strettamente la sicurezza dello Stato. Come si possa fare, al punto in cui siamo, anche quel saccente di Leo, ha forti dubbi.

Sono certo comunque che nello scegliere un po’ d’aiuto metodologico potrebbe venire dal decalogo a suo tempo elaborato ed enunciato il 23 marzo del 2012 (ammettiamolo che ci demmo da fare, in largo anticipo, sul risultato elettorale del 2013) che oggi ancora una volta immetto in rete, sicuro che ripetere aiuta.

In quel convegno fu la filosofa-giornalista Emanuela Bambara a enunciare le regole:

Sicurezza è un concetto intelligente, un tema che richiede intelligenza della complessità.

  • La meritocrazia è una questione di sicurezza.
  • La tutela ambientale è una questione di sicurezza.
  • L’autonomia energetica è una questione di sicurezza.
  • La gestione pubblica delle risorse idriche è una questione di sicurezza.
  • La protezione delle reti, fisiche e informatiche, è una questione di sicurezza.
  • Il controllo diretto dei beni di prima necessità e delle materie prime, naturali e tecnologiche, è una questione di sicurezza.
  • Una politica dei trasporti e della comunicazione democratica e secondo una logica di servizio e non di profitto è una questione di sicurezza.
  • Un sano rapporto tra finanza ed economia è una questione di sicurezza.
  • La lotta alla corruzione e all’evasione è una questione di sicurezza.
  • Il contrasto al lavoro nero, anche nelle forme mascherate di forme di contratto atipico, è una questione di sicurezza.
  • La libertà dell’informazione è una questione di sicurezza.
  • Un sistema di giustizia giusto è una questione di sicurezza.
  • L’equilibrio tra i poteri è una questione di sicurezza.
  • La cooperazione internazionale è una questione di sicurezza.
  • Una politica estera sapiente e strategica è una questione di sicurezza.

E sono tutte questioni di intelligenza di Stato.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S. Dividere l’ANAS dalle FERROVIE è il minimo, anche se non basta di certo. Dividere soprattutto alla luce di un passato di scandali e di grandi manovre politiche che ci siamo permessi di ricordare in alcuni loro passaggi eclatanti.


INTERCETTAZIONI: MANCANO 64 GIORNI PER, NELLA SOSTANZA POLITICA, NON FARSI METTERE IL BAVAGLIO

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Fino ad ieri (non è proprio così perché ancora la partita non è finita e la speranza è l’ultima a morire ed io, non essendo nessuno mi permetto di semplificare), la legge – definendo i limiti di ammissibilità – stabiliva (stabilisce quindi) che le intercettazioni erano consentite per fare luce su conversazioni che avvenivano, anche per via telefonica o di/con altre forme di telecomunicazione, nei procedimenti relativi ai seguenti reati: delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni; delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni; delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope; delitti concernenti le armi e le sostanze esplosive; delitti di contrabbando; reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono; delitti previsti dall’art. 600ter comma 3 del Codice Penale che sarebbero gli orrendi crimini legati alla pedopornografia. Tutti reati gravissimi e di cui spero la legge non entri nel merito. La storia se ho ben capito e non disturbare gli indagati durante le loro vicende giudiziarie. Ci mancherebbe pure.

Non vorrei che dietro a pensieri mammolescamente rispettosi per la privacy si celino altre ben preparate finalità.

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Le intercettazioni erano consentite o, come dice uno come me nella sua passione per il contrasto alle mafie e alla corruzione, necessarie. Temo, viceversa, che con chiacchiere giuridiche sofisticate, invece di aumentare la possibilità/capacità di fare luce e di assicurare alla giustizia i corrotti, gli amici dei corrotti, i complici dei corrotti operanti in quella zona grigia/nera/verdastra/rossa/arcobaleno che si è ormai liquidamente (va di moda il termine) strutturata tra la partitocrazia e la grande criminalità, si dia la stura ad una stagione euforica in cui si ritiene che ormai se non si è Riina (che è morto) o Matteo Messina Denaro (che forse è morto) si può stare tranquilli e pigri: basta avere piccioli sufficienti per pagare gli specialisti in bonifiche ambientali, definizione che non ha nulla a che vedere con l’inquinamento ma, banalmente, con la messa in sicurezza dei luoghi deputati a discutere il malaffare. Fatte le bonifiche, si possono, pagando le parcelle a chi di dovere, dormire sonni rigeneratori durante i quali è giusto e opportuno sognare ogni atto illecito. Direte che così era anche prima. Ed io rispondo alla luce degli anni vissuti in Italia che da, Walter Beneforti/Tom Ponzi a venire in qua, mai era stata data la stura ad una tale liberatoria se interpreto i primi comunicati e i sorrisetti compiaciuti di alcuni. Se così fosse mi sembrerebbe un errore gravissimo tanto da ipotizzare che qualcuno (chi, dove, come, quando e, soprattutto, perché?), con intelligenza raffinatissima, non si sia posto il problema di trarre in inganno politici e criminali per poi, una notte, fare piazza pulita, forte delle prove raccolte. Mi sembra una tale complice decisione quella di allentare le maglie che arrivo, stanco e vecchio come sono, a ipotizzare/sognare che qualcuno, giovane e forte, si prepari alla grande retata. Anzi, ad una serie di retate.

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Mi sembra comunque che il mercato dei bonificatori si avvantaggerà di questo provvedimento essendo già oggi, ma potrei sbagliarmi e scrivere una cazzarata di cui mi scuso, l’acquisto di radioricevitori, di cui lo scanner (sarebbe, per semplificare, una delle tecnologie per capire se ci sono “cimici” o altro che vi ascoltano) è una applicazione, libero e va semplicemente comunicato il possesso all’autorità di Pubblica Sicurezza, ovvero all’amministrazione delle Poste e telecomunicazioni. Già oggi, fuori da chi è al servizio dello Stato, nessuno è autorizzato all’ascolto di qualunque emissione (se parlate in autobus dei fatti vostri sono fatti vostri) riguardi ciò che dite. Nessuno può ascoltarvi e già oggi è ritenuta intercettazione abusiva e il farlo costituisce un grave reato.  Nessuno oggi se, non per scelta consapevole e concordata tra cittadini, può registrare la conversazione che intercorre con un altro. Io, ad esempio, ho in questi ultimi anni cercato di introdurre il civilissimo metodo di video registrare le conversazioni di lavoro ma ormai mi sono arreso perché i furbi, i raggiratori, quelli che si preparano a rubarti idee e opportunità, detestano tale prova preventiva. Un giorno mi diletterò a raccontarvi come si individua facilmente uno che viene a raccontarvi cazzate col solo fine di rubarvi non l’argenteria ma l’opera del vostro ingegno e come questo tipo di ladro/truffatore detesti essere video registrato durante le fasi di lavoro.

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Tornando alla normativa che si delinea regolare il futuro investigativo, mi sembrava che il Paese fosse già abbastanza nelle mani di collusi con specialisti a procurare danni alla pubblica amministrazione per rendergli la vita più facile. Non parlo quindi solo dei grandi ladri di Stato anche se avevo capito che erano per fatturato e danni indotti una vera e propria piaga nazionale, ma di tutti quei pesci solo apparentemente piccoli che quando, da servi pagati, procurano puttanelle o puttanelli (pari dignità al sesso a pagamento), o sostanze stupefacenti, o teste di legno per vendere o comprare ville, ai mari o ai monti, potranno non essere presi per un orecchio e indotti a raccontare bene come stiano le cose tra x e y che operano ai danni della Repubblica. Bisognava aumentare le opportunità per quelli che tutti i giorni hanno deciso (o lo avevano deciso?) che era cosa buona e giusta contrastare gli scioglitori di bambini nell’acido, quelli che pensano che i bambini possano essere usati per fini sessuali o spaccio di droghe, o come trasferitori di sostanze esplodenti, o portatori di messaggi appositamente scritti tra criminale e criminale, come assassini di avversari negli affari illeciti, e non ridurre queste opportunità. Direte che queste ipotesi che contemplo (riduzione e non allargamento) non hanno a che vedere con i provvedimenti in atto. Forse è così come dite voi o forse no. E quando sarà certo che avevo ragione io, per l’ennesima volta, sarà tardi. Bisognava aumentare le opportunità investigative, bisognava monitorarli momento per momento, facendosi spalleggiare dai cittadini improntati al proverbio “male non fare , paura non avere”. Punto. Anche in questo gli amici a cinque stelle sono stati poco attenti a cosa si preparava a via Arenula. Direte che non ho capito nulla e che la nuova legge è tutta finalizzata a proteggere gli innocenti che accusati ingiustamente potrebbero soffrire fino ad uccidersi. Direte che la legge ha fini alti, altissimi tali da non far trapelare particolari sugli stili di vita di quelli che sono sospettati di rubare i soldi dello Stato, cioè i vostri. La legge ha la finalità di non divulgare dettagli su dove e su come vanno a finire i soldi che rubano, evitando di far capire anche ai cittadini come i criminali si fanno nella sostanza i cazzi propri a spese della collettività così se riescono a corrompere (è successo), coprire (è successo), farsi (è successo) prosciogliere, far scadere i termini (è successo), assolvere nei vari gradi di giudizio (è successo) nulla deve trapelare.  E basta!!!!!!

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L’anno, diciamolo, si chiude male, molto male. L’unica cosa che aumenta sono le tariffe di beni primari come avere la luce in casa o il fuoco per cucinare. I pochi cacciatori (e denunciatori) dei saccheggiatori della cosa pubblica vengono messi alle strette o scoraggiati e, certo, non vedono aumentare le loro opportunità.  Sessantaquattro giorni ci separano dall’ultima spiaggia.Tale per noi ma non certo per chi viveva e tornerà a vivere di corruzione che, viceversa, ha tutti i motivi di brindare.

Oreste Grani/Leo Rugens