Una intelligente fake news di oltre trent’anni fa…

“Le alleanze si fanno a livello diplomatico, si fanno a livello militare;

nell’intelligence non esistono servizi alleati, nell’intelligence ognuno gioca per sé”

Aldo Giannuli 21 luglio 2017

Ipse dixit

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“Nel gennaio del 1981, mentre era in carica Ronald Reagan, il presidente si incontrò con il conte Alexandre de Marenches, capo della Documentazione esterna e del servizio di controspionaggio francese (Service de documentation extérieure et de contre-espionnage, SDECE). Marenches suggerì a Reagan di preparare e portare avanti un’operazione congiunta franco-americana dal nome in codice «Mosquito». Il progetto doveva consistere in attività di sabotaggio dell’Armata Rossa in Afghanistan: una campagna di disinformazione (che tra le altre cose prevedeva la distribuzione di falsi quotidiani sovietici), ma prima di tutto l’approvvigionamento di droghe – previamente confiscate negli Stati Uniti dalla Drug Enforcement Administration (DEA), dall’FBI e dalle autorità doganali – alle truppe russe. Il SDECE avrebbe creato una rete di spacciatori pakistani e afghani. La narcotizzazione sistematica dei soldati russi doveva indebolire sia il morale che le loro capacità operative. Inoltre, al loro rientro, i soldati tossicodipendenti avrebbero contagiato il resto della società. A Reagan la proposta di Marenches sembrò eccezionale, ma il francese si ritirò dal progetto, e William J. Casey, il nuovo direttore della CIA, non era pienamente convinto che l’operazione si sarebbe potuta svolgere sotto copertura. L’idea quindi fu ufficialmente abbandonata. Eppure la CIA potrebbe aver intrapreso alcune attività di questo tipo, visto che a Kabul apparvero delle copie false della rivista militare sovietica “The Red Star”, insieme a quantità considerevoli non solo di hashish, oppio ed eroina, ma anche di cocaina, che a quei tempi non veniva prodotta nel sud-est asiatico [evidenziazione a cura della redazione].”

Kamieński, Łukasz. “Shooting up: Storia dell’uso militare delle droghe”, UTET, 2017

Il saggio di Kamieński dovrebbe essere letto da chiunque abbia a cuore la sicurezza nazionale sia sotto il profilo sanitario sia sotto quello della legalità, addetti ai lavori compresi.

Di questi temi me ne occuperò in post successivi, perché ciò che qui mi preme segnalare è il dettaglio che l’autore fornisce in merito alle false edizioni di “Stella Rossa” e che mi riporta a tanti tanti anni fa…

OPERAZIONE CHONKIN, 2 NOVEMBRE 1983
Il 1° gennaio 1980 le truppe sovietiche entrarono in Afghanistan dopo che il governo rivoluzionario filosovietico ne aveva chiesto l’intervento; da qualche tempo i mujaheddin, combattenti islamici sostenuti principalmente dagli USA e dal Pakistan, si stavano opponendo con le armi ai cambiamenti che il PDPA (Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan) al governo dall’aprile del ’78, aveva attuato nel Paese. Scoppiò una guerra che si sarebbe protratta per quasi 10 anni, vanificando le aspettative del popolo afghano che chiedeva legittimamente di migliorare le proprie precarie condizioni di vita. Una guerra terribile che vedeva contrapposte le due superpotenze della Guerra Fredda (USA e URSS) ancora impegnate nello sforzo di affermare la legittimità dei rispettivi imperi.
In un mondo che era ancora diviso in due blocchi contrapposti ha origine questo leggendario blitz di FRIGIDAIRE, la rivista mensile fondata nel 1980 da Vincenzo Sparagna, Stefano Tamburini, Filippo Scòzzari, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli e Andrea Pazienza.
Nel 1983, durante un viaggio a Parigi, Vincenzo Sparagna viene invitato dai fuoriusciti russi Savik Shuster e Vladimir Bukowski a riproporre un falso sullo stile della falsa Pravda, che era stata distribuita clandestinamente nel 1980. Riflettendo su quel conflitto che mutilava e uccideva tantissimi ragazzi e, nel contempo, sulla nascita dei primi circoli pacifisti in URSS. Sparagna decide di parlare direttamente ai soldati dell’Armata Rossa.
Viene stampato un falso numero della Krasnaja Svezda, ossia della Stella Rossa, il giornale ufficiale distribuito ai soldati e ai graduati sovietici. Il giornale ha un titolo che recita: “Basta con la guerra. Tutti a casa!”, illustrato da un disegno di Liberatore. Racconta il fantastico gesto eroico compiuto da due soldati/cuochi, i cugini Chonkin. Questi, tramite un complotto culinario, hanno fatto addormentare i vertici militari sovietici, senza i quali si apre una nuova era: democrazia, ritorno in patria dei dissidenti, niente più guerra, addirittura in Afghanistan i soldati russi fraternizzano con i mujaheddin.
Nell’autunno dell’83 Sparagna, Shuster e il fotografo Cesare Dagliana partirono per il Pakistan e da Peshawar, grazie all’aiuto dei mujaheddin, entrarono in Afghanistan, arrivando nel cuore della Kabul occupata dalle truppe sovietiche. Le copie della falsa Stella Rossa vennero affisse sui muri della città vecchia di Kabul, la capitale afghana occupata dai sovietici, il 2 novembre 1983; successivamente, nel corso di un altro blitz, furono distribuite a Berlino est e in tutto l’est europeo, Mosca inclusa.
Con questa rischiosa operazione fu possibile destabilizzare la rigida gerarchia militare, dare voce al desiderio di pace dei soldati sovietici, lanciare un grido di protesta, ma anche provocare grandi risate. Il falso, ancora una volta, anticipava di alcuni anni la realtà: la guerra sarebbe finita con il ritiro sovietico nel 1989.” [Vedi pagina di frigolandia.eu]

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L’edizione italiana della falsa Stella Rossa. Frigidaire n. 37, dicembre 1983.

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Così, nel 2010, al Corriere della Sera, Vincenzo Sparagna, fondatore ed editore di “Frigidaire” raccontava la vicenda: “«Andammo a distribuirlo in Afghanistan – ricorda Sparagna – lasciammo le copie nei bar, nei mercati frequentati dai soldati». Il finto giornale fece un tale scalpore che Pravda, Izvestia e Stella Rossa dovettero smentire le notizie più verosimili. «Scrivevamo che circoli pacifisti s’erano diffusi in tutta la Russia: la smentita del regime diede credito alla notizia, e coraggio agli oppositori». Burle oltrecortina e reportage d’assalto: India, Polonia, Africa e l’inchiesta di Paolo Brogi sull’aids, nel febbaio 1983. «Andò all’Istituto superiore della Sanità: “Si tranquillizzi”, gli dissero, “da noi questi problemi non ci sono – racconta Sparagna –. Un anno dopo erano tutti lì a paventare la fine della specie”.”

Mi rendo conto che si dovrebbero aprire qui tante finestre, ma non sta a me che all’epoca avevo diciassette anni e andavo a scuola nella Milano da bere. Poiché tra i miei libri conservo gli originali di cui vi posso fornire solo una brutta riproduzione, vi prometto che appena possibile ne farò una scansione all’altezza della questione.

Alberto Massari