Banca Rasini, Arcore, Mundialito… le tappe della carriera di un “sola”

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Ho in altra data affermato di essermi interessato professionalmente a che la storia della Nazionale di calcio fosse dichiarata “bene culturale”. E questo in occasione di una ricerca in tutte le biblioteche di Stato che precedette i Mondiali del ’90. Fu firmato un apposito protocollo tra il Ministero dei Beni Culturali, rappresentato dal ministro Ferdinando Facchiano e la FIGC nella persona del Presidente dell’epoca, Antonio Matarrese. Di questa attività, vista come è ridotta la Nazionale e tutto l’ambiente del calcio, mi vergogno e tendo a rimuovere dai miei ricordi personali di essere stato promotore di una tale stronzata.

Anzi, quando penso a quegli anni e a cosa in realtà il calcio sia diventato, tendo a non riconoscermi in tali comportamenti, quasi fossi stato un complice opportunista che pur nella vita ho tentato in tutti i modi non fare mai calcoli personali. Il calcio con tutti i suoi Ronaldo e scommesse mi sta ormai sui coglioni come se fosse un calcio affibbiatomi proprio lì.

Eppure che fosse una fogna a cielo aperto e destinato a divenire ciò che è, era già anticipato negli avvenimenti ricordati nel testo che segue è che ho scelto prendendolo dal volume “Licio Gelli. Vita, misteri, scandali del capo della Loggia P2“. Uno che sapeva molto doveva non prestarsi a far sembrare il calcio una cosa seria. E questo lo penso di me e di quella debolezza di un tempo.

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Si legge nel bel libro:

“Torniamo all’attivismo di Gelli in Sud America. Le due vicinissime sponde del Rio de La Plata, che dividono per poche miglia Buenos Aires e Montevideo, sono ben conosciute (e frequentate) da Gelli fin dagli anni ’60. D’altronde, parecchie risultano le affinità – oltre che politiche – di tradizione, di lingua (spagnolo e italiano) e di religione (il cattolicesimo) che uniscono Argentina e Uruguay. Anche nella capitale Montevideo, il capo della Loggia P2 intrattiene eccellenti rapporti con politici ed esponenti delle Forze armate. Del resto, il suo braccio destro Umberto Ortolani (classe 1913), pur essendo nato a Viterbo, è di casa a Montevideo e da tempo ben introdotto negli ambienti che contano. Nella zona residenziale, in Calle Jean Manuel Ferrari al n. 1325, Gelli dispone di una splendida villa, assegnatagli con apposito decreto ministeriale dalla giunta militare. Non solo. Il capo piduista possiede diversi appartamenti e, a ridosso della Pampa, anche un’azienda agricola. Inoltre. sarebbe azionista del Banco Financiero Sudamericano.

Grazie a importanti conoscenze politiche e alle floride disponibilità finanziarie, a Montevideo Gelli è un’autorità: è lui il tramite dei rapporti politico-commerciali con l’Italia. Nell’autunno del 1980, la giunta militare – che sette anni prima aveva preso il potere con un colpo di Stato – si trova a gestire due importanti scadenze. La prima. Il 30 novembre è fissato un referendum costituzionale che, nella volontà dei militari al governo, dovrebbe tradursi in un plebiscito necessario a dar loro legittimità popolare. In quegli anni, la feroce dittatura militare ha posto fuori legge partiti e organizzazioni sindacali; inoltre, ha rinchiuso in carcere circa settemila oppositori politici su una popolazione che non raggiunge i 3 milioni di abitanti. Il secondo evento è in programma a Montevideo dal 30 dicembre al 10 gennaio 1981. Si tratta dell’organizzazione di un prestigioso torneo calcistico internazionale: il Mundialito, ideato per rilanciare all’estero l’immagine deturpata del regime. Il pallone, insomma, come paravento per nascondere, da un lato la violenza della dittatura e, dall’altro, per rinverdire il sistema inventato dagli antichi romani ad uso della popolazione, e tuttora praticato ovunque, all’insegna del «pane e giochi».

Al Mundialito vengono invitate le nazioni che, dal 1930, hanno vinto i campionati del mondo, e cioè – oltre alla squadra di casa, l’Uruguay – Argentina, Brasile, Germania e Italia. Ritenendola smaccatamente autoreferenziale da parte del governo uruguaiano, soltanto l’Inghilterra rifiuta di prendere parte alla rassegna sportiva. Al suo posto subentrerà l’Olanda.

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Perché possa provocare gli effetti propagandistici desiderati, il Mundialito necessita innanzi tutto di una grancassa mediatica adeguata: vale a dire la teletrasmissione delle partite nei Paesi europei. La Federazione calcistica uruguaiana affida l’esclusiva dei diritti televisivi ad Angelo Vulgaris, imprenditore greco-uruguaiano che opera nell’import-export di carne e bestiame. Il commerciante rappresenta la società Strasad, domiciliata nel paradiso fiscale di Panama. In Europa, i primi giornali a scrivere di quell’evento calcistico, presentandolo come un avvenimento eccezionale, sono nel settembre – quelli italiani. E, in particolare, i più diffusi quotidiani: in campo politico, il «Corriere della Sera», in quello sportivo «La Gazzetta dello sport». Giornali – emergerà qualche mese dopo (maggio 1981) – controllati dalla Loggia P2.

Nel settore televisivo, l’esclusiva per la teletrasmissione in Europa delle partite viene ceduta dalla Strasad a Rete Italia, la divisione televisiva controllata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi, dal gennaio 1978 anch’egli affiliato alla Loggia massonica di Gelli. Le parti sottoscrivono il contratto a Ginevra il 20 novembre 1980. Prezzo ufficiale: 900 mila dollari, più o meno 1 miliardo di lire dell’epoca. Un costo indubbiamente oneroso, tanto più che Berlusconi dispone di un’emittente, Telemilano-Canale 5, a raggio limitato, ovvero impossibilitato a trasmettere in ambito nazionale e in diretta. A questo si aggiunge un ostacolo quasi insormontabile: Rete Italia non dispone del satellite intercontinentale. Interpellato, dunque, su quell’accordo apparentemente assurdo, Vulgaris dichiara alla stampa di averlo sottoscritto perché l’Eurovisione gli ha offerto una cifra irrisoria, non sufficiente a coprire i costi da lui sostenuti. Dichiara Vulgaris al quotidiano berlusconiano «II Giornale»:

La Rai non si è mai fatta avanti con nessuna proposta, ha lasciato sempre che fosse l’Eurovisione e soltanto essa a negoziare […]. Quando ormai avevo rotto con l’Eurovisione, non mi restava altro da fare che cedere i diritti al miglior offerente […].

Dal canto suo, l’ente radiotelevisivo di viale Mazzini smentisce questa versione, parla di «fatto compiuto» e di affare troppo oneroso. Per i precedenti campionati Mondiali svoltisi in Argentina, la spesa per ogni singola partita non superava, infatti, i 20 milioni di lire. Insomma. ciascuna gara del Mundialito sarebbe costata sette volte tanto. Tra i giornali che cavalcano con maggior clamore l’evento c’è il quotidiano diretto da Indro Montanelli e controllato da Berlusconi, già da anni «beneficiato» generosamente da banche presiedute e/o dirette da suoi «confratelli».

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Il 1° dicembre 1980, il quotidiano milanese pubblica a tutta pagina il titolo Canale 5 fa goal al Mundialito. E completa la titolazione con un enfatico sommario: L’emittente privata, assicurandosi l’esclusiva, ha fatto segnare una svolta nella storia televisiva. Il testo, poi, eleva l’evento pedatorio addirittura a emblema della libertà:

La prima reazione è stata un misto di stupore, incredulità e fastidio. Solo più tardi, alla Rai, qualcuno ha capito il vero pericolo: le partite del Mundialito trasmesse da una Tv privata e non da quella dello Stato faranno scoprire a milioni di tifosi italiani il sottile piacere di sentirsi finalmente liberi.

L’aspetto «politico» della vicenda viene trattato nella stessa pagina con il titolo: Quando il monopolio vuol nascondere un abuso di potere. L’articolo – un attacco al monopolio della Rai – è firmato dall’avvocato Giuseppe Prisco, dirigente dell’Inter e in quanto tale rivale del futuro presidente-padrone del Milan. All’epoca, Prisco non solo è consigliere della Rizzoli editore, ma siede anche nel Cda del Banco Ambrosiano, banca e casa editrice entrambe targare P2.

La vera posta in gioco della «guerra del pallone» è, dunque, un’altra. E di ben diverso spessore: è la sponsorizzazione di un evento sportivo voluto dalla giunta militare uruguaiana. E, soprattutto, lo scardinamento del monopolio Rai. Poiché, parallelamente, la lobby berlusconiana agisce anche a livello politico e in Parlamento, c’è chi invoca – come scritto nel «Piano di rinascita» gelliano – l’applicazione dell’art. 21 della Costituzione. A richiamarlo è lo stesso ministro delle Poste, il socialdemocratico Michele Di Giesi, da cui dipende la concessione del satellite intercontinentale. In quello che, tramite molti giornali (foraggiati da pagine pubblicitarie della Fininvest) ed emittenti come Canale 5, finisce per somigliare a un «affare di Stato», il telespettatore medio viene facilmente orientato in favore delle tesi sostenute dal clan berlusconiano. L’articolo 21 viene usato, insomma, alla stregua di un grimaldello per un diverso e più ambizioso obiettivo: legittimare il nascente network televisivo privato di Berlusconi per iniziare la fase di logoramento dell’emittente dello Stato.

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Dopo che Canale 5 annuncia che la Fininvest ha inoltrato richiesta ufficiale alla Rai per disporre del satellite intercontinentale, il ministro Di Giesi rilascia, però, al «Giorno» (l° dicembre) una dichiarazione, che suona alla stregua di un rifiuto:

Se lo Stato consentisse che i privati, pochi privati, monopolizzassero servizi televisivi su tutto il territorio nazionale, solo a pochi, in concreto, sarebbe possibile fruire del diritto sancito dall’articolo 21 della Costituzione, mentre la maggioranza ne sarebbe esclusa.

Apriti cielo. I mass media controllati dalla Loggia gelliana – con l’appoggio dell’organo socialista craxiano «Avanti!» – insorgono: dal «Corriere della Sera» (diretto dal piduista Franco Di Bella) al «Giornale» alla «Gazzetta dello sport». Il 4 dicembre, in un’intervista alla «rosea», il Cavaliere ostenta grande sicurezza. Non essendo ancora esploso lo scandalo della P2, un atteggiamento che suona strano: «Sono convinto», afferma Berlusconi «che il ministro finirà per cederci l’autorizzazione a usufruire del satellite». È la conferma dell’inizio della battaglia contro l’eminente dello Stato.

Afferma infatti Berlusconi, futuro esponente di punta della P2 nel settore massmediatico:

“Qui non è in gioco solo il torneo del Mundialito, che pure interessa tanto i milioni di tifosi italiani […]. Noi non abbiamo cercato in questa trattativa un affare economico: abbiamo solo coniato su un «utile» di simpatia e di principio […]”.

Nell’assordante coro di tante dichiarazioni e articoli pro Canale 5, si distingue il temerario invito, lanciato in una trasmissione Rai, da Gianni Minà: questi si chiede se non sia il caso che la Guardia di Finanza indaghi sullo strano accordo svizzero Berlusconi-Vulgaris. Come i più, forse Minà ignora che il comandante generale delle Fiamme gialle è il generale Orazio Giannini, affiliato alla P2 (tessera n. 2116). In conclusione, la partita del pallone finisce come doveva finire: lo stesso ministro Di Giesi si rimangia l’originario rifiuto alle richieste di Berlusconi”.

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Spero che queste pagine vi servano per interiorizzare ulteriormente che razza di “raccomandato” sia sempre stato il super imprenditore “di successo”, quello che vi vuole spiegare tutto lui che ha lavorato, Silvio Berlusconi, che non solo non sarebbe diventato nessuno senza la sola di Arcore (vedi IL VECCHIO DATORE DI LAVORO DI MAFIOSI FARNETICA DI ESPROPRI PROLETARI.) e prima ancora senza sua padre e i soldi depositati dai correntisti mafiosi nella Banca Rasini (vedi MA A UNO CHE HA FATTO I SOLDI ESCLUSIVAMENTE GRAZIE A SUO PADRE (BERLUSCONI LUIGI) COME POTETE ANCORA CREDERGLI?), ma anche l’intreccio calcio/tv/business è un percorso tutto studiato all’Interno del Gruppo 17 (e poi dice che il 17 porta male!!!!!!!!) della Loggia P2, ben descritto da questo racconto.

Oreste Grani/Leo Rugens in attesa di venire a sapere un giorno cosa ci sia dietro alla vendita del Milan, piuttosto che all’acquisto dello Spezia da parte di Volpi o piuttosto della compravendita di Cristiano Ronaldo che da quando è in Italia, però, non segna.

 

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