Prima ancora di essere futurocentrici proviamo ad essere passatocentrici

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L’11 aprile 2016, pubblicavamo, scritto per noi, un ragionamento che Pompeo De Angelis, maestro di cose complesse e conoscitore profondo dei meccanismi che muovono la Storia, intitolò DALLE SABBIE DELL’ARABIA SAUDITA AI GENERALI D’EGITTO – POMPEO DE ANGELIS.

Leggendo l’articolo che oggi vi riproponiamo, non si può non cominciare a capire perché un marginale e ininfluente blog, quale amiamo considerare Leo Rugens, scelga la via implicita in un testo tanto impegnativo, testo che si chiude con un riferimento certo al XX secolo e all’oggi nel Mediterraneo e alla centralità del Canale di Suez. Lo facciamo per dire la nostra a voi e ai decisori su temi che alimentano il dibattito geopolitico contemporaneo. A seguire ripubblichiamo un altro ragionamento storico di De Angelis (LA DANZA DELLE SPADE ARDAH – POMPEO DE ANGELIS) altrettanto utile per capire come la pensiamo e cosa mettiamo al centro delle nostre preoccupazioni.

Da qualche tempo vi abbiamo reso partecipi dell’esistenza di un’associazione culturale denominata HUT8 Progettare l’Invisibile che ho provveduto a fondare, alcuni anni addietro, in stretto rapporto con Alberto Massari.

HUT8 è una ambiziosa istituzione che oggi mi onoro di dirigere mentre Massari stesso la presiede e la garantisce.

Scelsi personalmente la sottotitolazione dell’associazione (Progettare l’invisibile) pensando all’avvenire che si lascia prefigurare soltanto grazie a tecniche di previsione fondate su ragionamenti che partono dal presente e dal passato. In quanto tale “invisibile”.

Altrimenti resta soltanto l’immaginazione che – prendendo spunto da credenze – produce la visione di un avvenire che si crede possibile, anche auspicabile o necessario per il bene del proprio popolo di appartenenza o dell’umanità intera. Tali visoni, più o meno elaborate, sono state costitutive di tutte le ideologie che si danno ormai per relegate nel passato.

Tornando alla sottotitolazione scelta, l’invisibile, in quanto futuro determinato, possiede una realtà solo virtuale: perché esso divenga visibile occorre soddisfare un gran numero di condizioni.

Quelle a cui stiamo lavorando da anni. Quanto al passato, esso possiede una realtà effettiva: lascia vestigia che sono tra noi e quindi sono visibili o osservabili.

Benché siano sempre frammentarie, lacunose e decontestualizzate, queste vestigia permettono di ricostruire il passato di cui sono originarie mediante l’applicazione di procedure che qualsiasi persona competente si suppone possa riprodurre. Ecco perché, contrariamente al futuro che tutt’al più può prestarsi a mere congetture con una forte componente d’incertezza, il passato dà adito alla conoscenza, una conoscenza che passa per il tramite delle fonti e della loro affidabilità: oggetti ciascuno dei quali identificato in quanto traccia di un passato determinato. Ecco la nostra attrazione verso le fonti attendibili e quelle aperte in particolare.

Fra passato e futuro, il presente si estende come un intervallo di visibilità.

Vedete come, per la prima volta, mi attardo sul significato di quella sottotitolazione (Progettare l’Invisibile) al nome di più facile interpretazione (Hut 8).

Il presente ad esempio è certamente caratterizzato da alcuni modi di vivere diffusi, a volte ritenendo il proprio  superiore a quello di altri.

Il presente è contraddistinto certamente dallo stile proprio dell’architettura, dalle usanze relative al vestiario, alle manifestazioni visibili della vita politica e sociale.

Il presente si riconosce certamente dalla presenza di oggetti che garantiscono una certa unità al periodo in cui restano in circolazione, prima di diventare obsoleti.

Ma il presente (e qui veniamo a quello che sentiamo il problema impellente) è caratterizzato ancora di più dagli avvenimenti che vissuti da una stessa classe di età, le pongono i medesimi dilemmi e problemi, così da costituire una generazione i cui componenti compiono le loro scelte in modo che li differenzia – quando non li oppone addirittura drammaticamente – ma sempre dentro un ambito comune.  Uno dei fattori determinanti del presente è il peso che, nel suo quadro complessivo, si attribuisce rispettivamente al passato e all’avvenire. Il  presente a cui siamo interessati è futurocentrico e, al tempo, passatocentrico,  in una miscela complessa e necessitante di straordinario equilibrio: è quello che chiamiamo del “terzo incluso”. Il presente quindi come terzo incluso.

La tripartizione passato/presente/futuro sta oggi alla base dei principali problemi con cui nelle nostre società si confrontano individui e gruppi. Essa è incorporata nei meccanismi che assicurano contemporaneamente la riproduzione e l’innovazione che fanno si che la tensione fra le due complessità non dia luogo ad una frattura e che viceversa permettano  in tal modo il funzionamento delle istituzioni. Così come oggi vanno le cose, non ci sembra che ciascuno stia tenendo nel dovuto conto nei suoi comportamenti di queste complessità (presente, passato, futuro)  interagenti.

Si fanno scelte in maniera spontanea ma non figlie certamente di un processo di riflessione orientante complessivamente l’insieme delle attività verso il futuro.

Tenendo conto prioritariamente del futuro interiorizzato nel corso della preparazione all’età adulta (questo stiamo auspicando metaforicamente e analogicamente per la ancor giovane classe dirigente chiamata a guidare la Repubblica) l’uso di questa tripartizione (la nostra scherzosa fantasiosa Macchina del Tempo a questo dovrebbe sempre più servire) diviene testimonianza di orientamento verso l’avvenire. Chi non interiorizzerà questa tripartizione e non apprenderà le abilità per muoversi con la Macchina del Tempo, è condannato alla sconfitta. Sembrerà riportare qualche vittoria, ma l’esito sarà il nulla organizzato. Ma su questo tema tanto difficile torneremo per dire perché pensiamo che sia arrivato il tempo di come ci si debba attrezzare dal punto di vista culturale e tecnico, anche in sede politica. La fine della storia non è per domani ma spero che si capisca che in Leo Rugens e ancor più in HUT8 Progettare l’Invisibile, abbiamo girato pagina e ci prepariamo a misurarci con un futuro in rottura rivoluzionaria col presente.  Il passato, come i brani di De Angelis mostrano e insegnano, sono carburante enzimatico senza il quale nulla sarà possibile.

Che fatica scrivere di queste cose senza avere formazione adeguata. Mi scuso pertanto con chi decidesse di leggermi e doverosamente ritenesse di giudicarmi.

Oreste Grani/Leo Rugens


DALLE SABBIE DELL’ARABIA SAUDITA AI GENERALI D’EGITTO – POMPEO DE ANGELIS

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Immagini di Gertrude Bell, prima decade del 1900 Arabia e Egitto

Tra gli arabi wahhabiti (prima parte)

Qualche decennio fa mi sono auto convinto che Dio non volevo studiarlo ed ho abbandonato la lettura del Vecchio, Nuovo Testamento e del Corano. Infatti, non sono diventato un teologo. Ho cercato di studiare gli uomini che, in vari secoli, hanno utilizzato i tre libri sacri citati e non ne ho ricavato un percorso storico. Infatti, non sono diventato uno storico. Trascinato dall’aria che tira, ho guardato gli uomini da una mongolfiera che sorvola il tempo. Quello che ho visto, non quello che ho studiato, sono i tetti delle templi, delle università di scienza, delle accademie artistiche, dei circoli cospirativi, delle tribù animiste, dei demos pagani, dei caucus, dei sakem, degli eremi cristiani, delle tende beduine nel deserto, le località umane che hanno “narrato Dio”.

Mi soffermerò su un uomo che narrò Dio in un luogo del pianeta che desta, oggi, una preoccupazione geopolitica e una paura diffusa tra il popolo. Muhammad Abd al-Vahhab nacque nel 1704 (anno 1116 dell’Egira) ad al-Ayeyneh del Najd, nella penisola arabica. Guardiamo dall’alto questa contrada: situata ai tropici, circondato da sabbie infuocate, è tagliata da montagne aride e da valli rese fertili da sorgenti d’acqua e da torrenti che si formano durante i periodi di pioggia. Qui, gli uomini, all’inizio del XVIII secolo, abitavano in una moltitudine di villaggi, divisi in vari distretti, in guerra perpetua l’un con l’altro, seguendo un detto: “Io contro mio fratello; io e mio fratello contro mio cugino, io, mio fratello e mio cugino contro tutti”. Gli abitanti delle valli dovevano inoltre difendersi dalle scorrerie dei beduini del deserto.

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Figlio di uno sceicco, Abd al-Vahhab studiò la dottrina in una madrasa di Basrah (Bassora) e, al compimento della formazione, pellegrinò alla Mecca e a Medina nella provincia d’Hedjaz, la culla dell’Islam. Tornato nel Najd, si sposò nel villaggio di Horeymlà e cercò di correggere i costumi libertini della comunità, ma i cittadini non gli credettero e lo cacciarono con violenza. Rintanato nel paese natale di al-Ayeyneh formulò i principi di una austera dottrina coranica, compito che svolse durante otto anni di purificazione e di proselitismo. Venne per lui la prova esistenziale quando una comitiva di notabili visitò il suo villaggio. Tra i visitatori c’era una prostituta. Il giurista coranico Abd al-Vahhab accusò quella donna di essersi abbandonata a disordini, proibiti dal libro sacro, tanto da meritare la condanna a morte e subito la peccatrice fu lapidata. Ma il governatore del distretto di el-Hassà non accettò l’esecuzione capitale e ordinò l’esilio del predicatore, che scelse di andare ad abitare nel villaggio di Dir-iyya, dove abitava qualche proselite. Il teologo del Najd affrontava la gente rigettando la tradizione delle sunna stratificate sopra la scrittura dettata da Allah al Profeta, il quale profeta però, a suo giudizio, non era altro che un mortale, non un onnipotente: “Maometto non deve essere invocato nelle preghiere perché non è eguale a Dio. È un uomo, caro ad Allah, come lo furono i profeti di altre epoche, Mosè e Gesù.” Non bisognava costruire monumenti per gli sceicchi in odore di santità per farne luoghi di preghiera. Ogni prece andava rivolta ad Allah, senza intermediari. Esponeva così la “dottrina dell’unicità di Dio”. In una provincia dell’impero ottomano, un arabo passionale si rivolse contro il costume e il potere dell’impero a cui l’Arabia apparteneva come provincia, insieme all’Egitto e alla Siria. Attaccò gli ottomani sul piano suntuario, ma avendo per obiettivo la ribellione contro il dominio sunnita di Istanbul, di Aleppo, di Damasco e del Cairo, contrapponendo un rigore da deserto, uno spirito bellicoso da montanaro, una giustizia severa da fondamentalista, una misericordia da esaltato dal rito delle elemosine pietose. Proibite le vesti di seta, le bevande inebrianti, il fumo del tabacco o di altra pianta aromatica con il narghilè, il caffè persino, come atti di vanità, decretò “delitto capitale” la pratica della magia, la prostituzione, la pederastia. Invece la circoncisione e le abluzioni furono considerate norme d’igiene e non obblighi religiosi. Tuttavia la dottrina sarebbe rimasta circoscritta a un piccolo giro di villaggi di montagna, se l’emiro del distretto di Dir-iyya, Mohammed ibn Saud, non avesse messo al servizio della setta puritana la forza della scimitarra. Un vigoroso emiro arabo, dimenticato dalla Sublime Porta, radunò una banda armata di qualche centinaio di uomini e la mise a disposizione del riformatore religioso, chiese agli abitanti dei distretti limitrofi del Najd di sottomettersi al vero islam, quello wahabita, altrimenti sarebbero stati considerati politeisti e infedeli (kafirum). Era 1746: il patto fu consacrato dal matrimonio fra la figlia di Abd al-Wahhab e il figlio di ibn Saud, di nome Abd al-Aziz. Venne proclamato l’emirato indipendente di Dir-iyya e sventolò la bandiera con il quarto di luna crescente in campo verde. L’alleanza fra le due casate durerà per oltre due secoli.

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La religione tornò ad essere guerra continua come ai tempi della fondazione dell’islam e la guerra venne richiamata santa: jihad. Il jihad fu un altro conflitto fra musulmani. Anche il jihad di ibn Saud, come le guerre fra loro delle nazioni europee, fu conquista di confini da spingere oltre, di imposizione di tributi da allargare, di accumulo di ricchezze, di uomini da sottomettere, ma in nome della santità, o per meglio dire in nome dell’unicità di Dio: il mio Dio è più uno di quello degli altri monoteisti! La violenta legge dell’unicità, contro i santoni e contro le superstizioni, obbligò gli arabi di un piccolo distretto a fare la guerra ai vicini, come se lo scopo fosse di istituire l’indipendenza di una nazione araba, contro i turchi e i mamelucchi sopraffattori. In verità, il tempo e i protagonisti della prima ora non anticipavano il nazionalismo arabo, ma rappresentavano un atto di rapacità politica, in nome di Dio. Con la guerra santa del primo Saud venne annesso il territorio di Najd, fu stabilita la sovranità sugli altopiani di Asir.

Saud morì nel 1765 e gli successe il figlio. Combattendo il cosiddetto politeismo, Abd al-Aziz sostenuto dall’iman Wahhab, estese le sue incursioni fino all’Iraq, alla Siria, allo Yemen, all’Egitto. Con lui le truppe si definirono “wahhabite” e, con il ferro e il fuoco, il principe saudita allargò il regno fino alla costa del Golfo Persico ad est e a sud-ovest si arrestò ai piedi dei monti Kharrah, limite fisico del territorio di Medina e della Mecca. Nel 1792, morì l’iman Abd al-Wahhab all’età di novant’anni, dopo aver goduto 20 mogli e generato 18 figli. Aziz proseguì il jihad e, alla testa di 10.000 predoni, assaltò, nel 1801, la città di Karbala sulle rive dell’Eufrate, nell’odierno Iraq meridionale. Karbala è la città santa degli sciiti in cui fu ucciso Alì, nipote di Maometto e in cui la salma vi è venerata. I wahhabiti ruppero l’assedio e passarono tutti gli uomini, adulti e bambini, a fil di spada e proseguirono con le donne incinte nel calcolo che qualche maschio fosse in grembo. Onorando il Dio Unico, demolirono la tomba di al-Usayn Alì, il cugino di Maometto, poi tornarono a Dir-iyya seguiti da centinaia di dromedari carichi di gioielli, oro e preziosi, frutto del saccheggio. La profanazione e la strage di Karbala scosse l’apatia del governo di Istanbul, che decise di ristabilire il controllo sulle tribù arabe e ne incaricò il viceré d’Egitto, ma il paese dei mammalucchi era in pieno disordine, non essendosi ripreso dalla invasione napoleonica del 1798-1801. Un sicario scita pugnalò Abd al-Aziz, che morì all’età di 82 anni durante la preghiera pomeridiana nella moschea di Dir-iyya. Gli successe, nel 1803, il figlio Muhammad bin Saud, degno emulo di suo padre e di suo nonno, nato e allevato tra i beduini: una vita di guerra sostenuta dal rigorismo religioso. Fu il reale fondatore della dinastia saudita. Il nuovo principe combatté costantemente contro Ghaleb, sceriffo della Mecca, a cui tolse la città santa per abbandonarla appena il suo spirito antisciita si rivolgeva verso l’Iraq meridionale. È esecrato per la profanazione della tomba di Maometto a Medina da lui perpetrata nel 1810. L’iconoclastia giustificò il furto di ogni prezioso del mausoleo: i rubini e gli smeraldi, le perle che ornavano le reliquie del profeta e dei suoi familiari, le lampade, i vasi, i candelabri, una enorme quantità d’incenso, d’aloe e d’olio di mandorla amara. Intanto lo sceriffo Ghaleb rimaneva rinchiuso nella fortezza di Gedda, aspettando, per tornare in sede, che Saud dedicasse le sue forze ad altre campagne purificatrici verso i confini a Nord e a Sud.

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Tra gli egiziani militaristi (seconda parte)

L’aria che tira spinge ad ovest la mongolfiera sul Mar Rosso e sotto scorre il Nilo. Il console Napoleone Bonaparte aveva sconfitto in una sola battaglia i mamelucchi (1) (1798). Quella repubblicana-napoleonica fu la prima incursione armata europea In Egitto e nel Vicino Oriente, dopo le crociate cristiane. L’armata francese aprì un’era nuova geopolitica, segnata dallo sgretolamento dell’impero ottomano e dalla lotta coloniale fra l’Inghilterra e la Francia nell’area del Mediterraneo e sui transiti per l’Oriente, dove operava la Compagnia delle Indie per conto degli inglesi. Spariti i francesi da Alessandria, sconfitti da sir Ralph Abercromby, seguì un periodo di anarchia in Egitto.

Due moschee si contrappongono come valori. Sotto le cupole si svolse la vicenda di due uomini che ci hanno lasciato una eredità. A Diryan, nel Najd , sotto la cupola, Muhammad bin Saud (eroe invincibile i cui masnadieri del deserto spaventavano le popolazioni siriane ed irachene; così come dai porti del Mar Rosso e del Golfo Persico i suoi vascelli corsari predavano le navi che commerciavano fra Bombay e Bassora) è stato colui che ha accumulato le scorie dell’Arabia lasciate ai posteri come un pericolo. Aveva un monaco al suo fianco, taluni azzardavano che il monaco fosse un gesuita e certamente le sue scorie sono di carattere religioso. Sotto l’altra cupola, al Cairo, Muhammad Alì era giunto, dopo la disfatta dei napoleonici, come ufficiale di un contingente turco-albanese inviato dal sultano ottomano Selim III a ristabilire il controllo sul vicereame egiziano. L’Inghilterra stava tentando di prendere il posto lasciato dalla Francia ed era sbarcata, nel 1807, ad Alessandria e procedeva con la fanteria verso il Cairo, quando fu affrontata, a Rosetta, dalle lance, le picche, le scimitarre e i pochi fucili ad avancarica dei contadini del Delta (fedain), capitanati dall’albanese Alì e gli europei vennero cacciati dall’Egitto. Dopo questa vittoria Alì si dichiarò khedivè, ma per affermare il suo titolo dovette eliminare i mamelucchi e lo fece con un massacro nella moschea di al-Nasir. Indisse una cerimonia in onore del suo figlio adottivo Tusun, il 1° marzo 1811, in procinto di partire con una spedizione contro Saud in Arabia e vi invitò i rappresentanti della vecchia guardia, che caddero nell’inganno. Furono circondati in una strada della Cittadella e passati a fil di spada. Poi, Alì sguinzagliò l’esercito in tutte le contrade inseguendo i cavalieri mamelucchi superstiti e solo pochi di loro riuscirono a scampare in Nubia. Annullò le corporazioni religiose affrancando i contadini dell’Alto Egitto facendo dei fedain la massa della sua armata permanente, con ufficiali albanesi al comando e un ufficiale francese come addestratore. La sua ascesa a khedivè fu lunga, perché l’esercito si plasmò in una serie di guerre estenuanti.

Dopo la strage dei mamelucchi, Tuson, il figliastro di Alì, sbarcò in Arabia, nel 1811, raggiungendo lo sceriffo Ghaleb, con cui suo padre coltivava una segreta intelligenza. L’egiziano e l’arabo marciarono insieme per la riconquista delle due città sante. La politica di Alì era ambigua: sembrava un grande emiro turco che mandava la sua forza a ripristinare il dominio ottomano sull’Arabia e la Siria, ma costruiva un trono per sé e per la sua schiatta. La campagna di Tusun, in Arabia tra il 1811 e il 1814, si concluse con la pace fra Abd-Allah e Mohammad Alì. Il 28 aprile del 1814, era morto per uremia re Saud all’età di 63 anni, mentre i wahhabiti stavano vincendo sui turco-egiziani e avevano la strada aperta per Mecca, Medina e Gedda. Preso lo scettro, Abd-Allah, il figlio primogenito di Saud, che aveva paura delle armi e credeva ai trattati di pace, firmò una resa disonorevole con Tusun. In Egitto, il gran signore Alì sedava la rivolta della popolazione, stremata dalle tasse e da una coscrizione obbligatoria di stampo napoleonico. Con questa politica veniva per garantita l’impresa arabica. Tusun vittorioso tornò in patria e portò con sé prigioniero lo sceriffo della Mecca Ghaleb, che venne esiliato in povertà a Salonicco, finché il poveretto scese nella tomba. Tusun morì avvelenato in casa sua e il comando dell’esercito passò a Ibrahym, altro figlio di Alì.

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In Arabia non era finito lo scontro. Da Dir-iyya, il principe del Najd, spinto da capi tribù più decisi di lui, proclamò: “Noi abbiamo accettato la pace con il Gran Signore ottomano, per intercessione di Tusun pascià. Ma suo padre Alì la rompe senza alcun motivo. Pretende la rinuncia alla nostra fede per farci abbracciare la loro credenza, che ritiene un idolo il Sultano e che permette la pederastia, l’ubriachezza, l’usura, i giuochi proibiti dalla legge. Noi siamo dunque risoluti a combattere per conservare la nostra santa religione, la patria e l’unicità di Dio, che ci darà la vittoria sugli infedeli che ammettono la pluralità.” Abd-Allah alzò la bandiera wahhabita, ma era inetto e incapace nelle imprese belliche. Alì ordinò a Ibrahym di traversare il Mar Rosso e di abbattere i wahhabiti. La seconda spedizione egiziana in Egitto partì il 27 febbraio del 1817 e, dopo un serie di scacchi, Abd-Allah si rinchiude fra le mura della sua capitale, ma non sopportò l’assedio e cedette il 16 settembre del 1818. Venne imprigionato e trasferito a Istanbul dove perse la testa per un colpo di scimitarra del boia, nella piazza di Santa Sofia. La città-fortezza di Dir-iyya, rasa al suolo, sparì dalla geografia. Ibrahym aveva distrutto il primo stato wahhabita, la cui storia riprenderà con Turki ben Abdallah al Saud, unico figlio del decapitato, sfuggito alla strage della famiglia, rifugiato in una oasi del deserto, che organizzò la rivolta contro gli occupanti turco-egiziani. Nel 1821 insediò il suo regno a Ryad, che divenne la capitale del secondo reame wahhabita-saudita e impegnò in una guerriglia continua le guarnigioni dell’esercito egiziano.

Alì aveva bisogno di una armata, addestrata e ben comandata per cui promosse una riforma (nizzan-gedyd, che significa “organizzazione nuova” o modello militare europeo). Il khedivé Alì manteneva un esercito di 80.000 unità su una popolazione, che, nel 1805, contava 2.200.000 abitanti, cifra che scese a 1.700.000 abitanti alla fine del suo regno per le continue perdite umane, o in battaglia o falcidiate dalla miseria che aumentava nel paese mano a mano che crescevano i sacrifici di guerra. Sotto lo scettro dell’albanese Alì, L’Egitto fu il paese più oppresso e più miserabile del mondo musulmano, ma anche quello più militarizzato. Dal 1820 al 1823 l’armata si dedicò alla conquista del Sudan, che divenne una preda da divorare per mantenere i soldati che chiedevano il soldo e il vitto e per coscrivere i contadini della Nubia. La truppa egiziana combatté a fianco dei turchi, nel 1827, contro l’indipendenza greca, mettendo in mare persino una flotta. Questa marina fu distrutta il 20 ottobre dello stesso anno nella battaglia di Navarino. Nonostante la pratica del nizzan-gedyd, sul fronte greco apparve la debolezza delle truppe di Alì a confronto con le armi europee. Il cosiddetto vicerè cercò di rimediare fondando un collegio militare per il brevetto degli ufficiali, diretto da istruttori francesi. Intanto i coscritti fuggivano dai loro villaggi per non essere sottoposti alle corvée nei campi di cotone o si sottoponevano a mutilazioni (taglio di un dito della mano destra o accecamento di un occhio con il veleno per i topi) per risultare inidonei all’arruolamento forzato. La guerra era periodicamente necessaria per non lasciare nell’accidia la truppa e per evitare le turbolenze dei soldati in prolungati periodi di pace. Quindi , nel 1831, Alì, con il comando militare sempre affidato al figlio Ibrahim, affrontò i turchi per prendere la Siria (che allora includeva anche la Palestina, la Giordania e il Libano). La Russia negoziò una pace, nel 1833, che in cambio del ritiro dall’Anatolia di Ibrahim attribuì al generale di Alì il titolo di wadi della Siria e il possesso dell’isola Creta. La guerra antiturca si ripetette nel 1839 per ottenere l’annessione definitiva della Siria all’Egitto e intervennero di nuovo le potenze europee che imposero ad Alì e a Ibrahim, nel 1841, la rinuncia di Creta e dell’Hijaz in Arabia; in compenso, Alì e i suoi discendenti ottennero la sovranità ereditaria dell’Egitto. Ma i loro effettivi militari non dovevano mai superare le 18.000 unità e la flotta da guerra non doveva essere ricostruita. Muhammad Alì mori nel 1849. Le scorie dell’Egitto di Muhmmad Alì sono di carattere soldatesco in quanto lo stato egiziano venne organizzato come una “società militare”. La dinastia del fondatore durò fino al 1953 e la linea militare proseguì con le giunte politiche dei colonnelli, che si mostrano ancora oggi. Abbiamo ereditato una scoria fondamentalista musulmana e una scoria militarista musulmana con cui fare i conti. Inoltre, le vicende raccontate sono anche l’antefatto dell’apertura del canale di Suez, l’infrastruttura che più rovesciò la politica del mondo, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, nel Mediterraneo e nei mari d’Oriente.

Pompeo De Angelis

(1) I mamelucchi furono degli schiavi-soldati al servizio dell’impero ottomano, a partire dal 1513, che governavano il vicereame di Egitto, Siria e Arabia per conto del sultano di Istanbul.


LA DANZA DELLE SPADE ARDAH – POMPEO DE ANGELIS

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È sembrato che Donald Trump abbia dichiarato la fine del terrorismo wahabita, ovvero sunnita-saudita, a Ryad, nel luogo dove l’estremismo islamico nacque in forma di teologia hanbalita, come la formulò, la impose e la politicizzò, sull’altopiano arabico, Muhammad Abd al Vahhab, consuocero di Mohammed edn Saud, il fondatore della dinastia principesca arabica. Nel palazzo Murabba, allineato con il re Salman bin Abdulaziz Al Saud e con i suoi ministri, il presidente degli Stati Uniti d’America il 21 maggio 2017 ha ballato la danza delle spade. I tamburi ardah dichiaravano la guerra, le spade raccontavano la battaglia, la voce cantante era la poesia, cioè il dono più grande, più importante del cammello, elargito da Dio ai popoli che vivono nella sabbia. Se c’è da crederci, il trono saudita, in combinazione con la maggiore potenza dell’Occidente, rivolge la sua scimitarra contro la creatura del suo seno: è poesia purificatrice?

Sull’opposto fronte sciita, con caposaldo Teheran, tirate le somme delle elezioni presidenziali iraniane del 17 maggio 2017, Hassan Rohani, che ha guadagnato il suo secondo mandato con la maggioranza del 57% dei voti, ha dichiarato nel suo primo discorso: “Il messaggio del nostro paese in queste elezioni è stato chiaro: la nazione iraniana ha scelto il cammino dell’interazione con il mondo, lontana dalla violenza e dall’estremismo”. A distanza di sette giorni, due nazioni rivali mostrano, a gesti e a parole, piccole aperture verso l’Occidente di cui il mondo si contenta sperando che ci siano meno stragi ISIS di civili, dettate dall’odio. Ma c’è qualcosa di vero in queste “premesse”? C’è qualcosa di diverso! Si conferma che i fronti delle guerre di religione non esistono altrimenti l’Arabia starebbe con Hamas e non scivolerebbe verso Israele per accontentare Trump. Si conferma che non dovrebbero più dettare legge gli “stati del male”, ma sarebbe ora che stati sempre meno teocratici cercassero “la via del bene”, cioè un rapporto di forza giudizioso tra coloro che vogliono o possono intervenire efficacemente sullo scacchiere geopolitico. In questo momento appare in vantaggio l’Iran rispetto l’Arabia perché in Persia fu inventato il gioco degli scacchi e un briciolo di quella complicata abilità sarà rimasta nei geni degli iraniani. Se la forza dell’Arabia e dei paesi del Golfo è il naft, l’Iran ne ha quattro volte di più in gas e petrolio. Se l’Arabia compra armi per 110 milioni di dollari in occasione della visita americana, l’Iran è superiore in armamenti, ma l’Arabia è più forte nel giro delle alleanze politiche ed economiche internazionali. L‘Iran, dal luglio del 1915, ha riaperto le intese con l’Europa firmando l’accordo sull’uso pacifico del nucleare, in cambio di un ritiro progressivo delle sanzioni. Inizia la partita di scacchi?

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La scacchiera è arbitrata dalla Cina soprattutto a partire dal 28 marzo 2013 quando la potenza asiatica ha lanciato la “Via della Seta”, espressione coniata nel 1887 dal geografo tedesco Ferdinand von Richthofen dando la toponomastica al percorso dalla Catai a Roma, dalla Cina al Mediterraneo, praticato dalle carovane di commercianti di duemila anni fa. Una Nuova Via della Seta, secondo Xi Jinping, detta “One Bel, One Route” (OBOR), tradotto in “Una Cintura, Una Strada” si dovrebbe ristrutturare per grandi scambi di merci e per un “futuro più luminoso” del mondo: la Cintura si svilupperà in due percorsi terrestri euroasiatici (meridionale e settentrionale) per unire la Cina, l’Asia Centrale, la Russia e l’Europa, fino a Madrid. La Strada indica un principale percorso marittimo dal Mar Cinese, all’Oceano Indiano, lungo i porti africani orientali, fino al Mediterraneo tramite il canale di Suez. Nel novembre del 2013, la terza sessione plenaria del XVIII Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese ha chiesto al governo l’accelerazione dell’iniziativa OBOR. Nel febbraio del 2014, Vladimir Putin ha espresso il consenso del suo paese alla cintura terrestre. Nell’ottobre del 2014, 21 governi asiatici, tra cui quello iraniano, hanno aderito al progetto del governo cinese.

La partita è andata avanti in Iran. L’accordo sull’interdizione del nucleare bellico del luglio 2015 è stato bloccato dagli Stati Uniti, che hanno prolungato di un anno le sanzioni commerciali perché, secondo il presidente Barak Obama, le tensioni fra Iran e USA non sono state completamente eliminate. Nel frattempo, la Nuova Persia esporta il suo petrolio e il suo gas verso la regione Asia-Pacifico e verso l’India. La Cina diventa il principale importatore del petrolio iraniano. Nel gennaio del 2016, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato Teheran e firmato 18 accordi di cooperazione con primo ministro Hassan Rohani e, tra questi atti, c’è il piano esecutivo della Nuova Via della Seta, finanziato in dollari, per collocare nella zona di Teheran, una stazione mercantile, ossia lo snodo di una gigantesca piattaforma ferroviaria della strada ferrata dalla Cina al Kazakhstan, al Turkmenistan, all’Iran, all’Azerbaigian e all’Armenia. L’Iran si colloca al centro dei trasporti via terra.

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Rinasce il più antico itinerario dall’Estremo Oriente a Venezia, quello narrato ne “Il Milione” di Marco Polo, che ha segnato, nel pianeta, gli scambi di civiltà e di beni precedenti il 1492. La parte della cintura terrestre da Yiwy ( una città di un milione e mezzo di abitanti a 300 km da Shangai, detta il negozio del pianeta perché ospita il mercato più grande della terra su 7 milioni di metri quadri di magazzini espositivi per la merce all’ingrosso) al Mar Nero ricalca infatti i passaggi fra i monti e i deserti che i Polo superarono, in tre anni e mezzo di viaggio pedonale, per giungere a Cambaluc, oggi Pechino. La Nuova Via della Seta è letteraria per cui risveglia miti più che la formula “Una Cintura, Una Strada”, ma qualcosa ci fa soffermare sulla via terrestre euroasiatica meridionale, quella de “Il Milione” per il suo carattere politico. Il 90% delle merci si sposterà per mare sui cargo, mentre la cintura meridionale, con più modesto movimento di merci, si sovrapporrà ai viaggi di Marco Polo e ad una demarcazione del colonialismo ottocentesco: un altro gioco del gran colonialismo. Sulla via antica della seta, dopo il 1831, la Gran Bretagna della Compagnia delle Indie disegnò una linea di sbarramento alle invasioni della Persia e alla penetrazione della Russia verso l’India, collocando fortezze militari in Afghanistan e in Persia, per conservare il proprio monopolio commerciale nella colonia indiana. Su quella linea militarizzata, che fungeva da muro contro l’espansionismo degli zar, viene oggi progettata una ferrovia transcontinentale, vale a dire il massimo dell’apertura in zone storicamente chiuse. Ma la ferrovia vive se è protetta da bombardamenti aerei e da attacchi di guastatori e, se la ferrovia è fortemente protetta, diventa confine fra aree di potenza. Il mondo può dividersi fra il nord e il sud della Via della Seta in una radicale innovazione geopolitica. A nord la Cina e l’Europa, a sud l’Inghilterra e la sua India, seguendo la leadership degli USA nel Medio Oriente. Bisognerà riflettere sulla ferrovia con principale stazione intermedia a Teheran.

L’Italia è attratta, dalla calamita dei due poli internazionali, a far pendere il suo baricentro politico-economico a est, coinvolgendo l’Europa. Gentiloni ha visitato più volte la Cina come ministro degli esteri, il presidente della Repubblica Mattarella, nel febbraio del 2017, è stato a Pechino per indicare i porti di Trieste e di Genova come terminali della strada marittima dell’OBOR. Alla riunione dei 28 capi di stato e governanti del 14-15 maggio 2017, sempre nella capitale cinese, Gentiloni, nel ruolo di premier, ha chiesto l’impegno di Xi Jinping per il sistema integrato portuale di Trieste, Venezia e Genova e ha gettato le premesse di una politica triangolare tra Cina, Italia, paesi dei Balcani e dell’Africa Orientale per la cooperazione allo sviluppo del commercio globalizzato, come fece il Piano Marshall dopo una guerra. La principale penisola mediterranea entra nel gran gioco per la sua posizione geografica. Se i governi italiani sapranno giocare, si dovrà dire che la Cina è vicina.

La partita è visibile sulla scacchiera dei neri e dei bianchi. Hanno aperto i pezzi neri.

Pompeo De Angelis