Se Conte fa i conti, chi fa i conti a Conte? – Dario Borso

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Tenente Silvano Gray de Cristoforis – Lancieri di Montebello – caduto a Roma, Porta S. Paolo il 10 settembre 1943

 

Una versione idiota del paradosso del barbiere

Alle h 18:00 del 9 settembre 2018 Christian Raimo sulla sua pagina Facebook postava lapidario: “Conte parla dell’8 settembre scambiandolo per il 25 aprile”, sintetizzano una fake-news virale diffusa il giorno prima riguardo al discorso d’inaugurazione del Presidente del Consiglio alla barese Fiera del Levante. Il thread, che riporto, si è esaurito nel giro di poco senza interventi del postante:

I. Rossini: Per te è falso che la ricostruzione morale dell’Italia inizia l’8 settembre?

M. Lieta: E secondo te Conte lo sapeva, vero? E intendeva esattamente quello.

Rossini: Di certo non lo confonde col 25 aprile.

A. Piemonte: Un colpo di spugna ignobile alle deportazioni razziali e politiche, alla Shoah, al Porrajmos, alla Repubblica di Salò, all’occupazione di Roma e delle altre città italiane: è il neofascismo che si sta spiando la strada attraverso la negazione della storia e la rimozione della memoria.

Alle h 20.00 Vanessa Roghi, al corrente del post di Raimo, posta sulla sua pagina fb: “Quando Galli Della Loggia, Rusconi et al. parlarono di 8 settembre morte della patria si sollevò un dibattito storiografico importante che in effetti sarebbe troppo scomodo riassumere qui. Detto questo mi sembra che alla fine hanno vinto loro se oggi in tanti scrivete che Conte ha confuso l’8 settembre con il 25 aprile perché la “vera” rinascita si ha solo con la liberazione. Forse Conte manco l’ha capito ma la cosa che ha detto è giusta. L’8 settembre rinasce la patria attraverso la resistenza. Se avessimo avuto un 25 aprile senza 8 settembre saremmo stati la Germania e magari oggi saremmo più ricchi tutti ma io sono così orgogliosa di chi dopo l’8 settembre ha detto: intanto che ci liberano diamoci da fare”. Qui il thread è assai più ricco e si protrae fino a notte:

R. Iacovo: Pensi che Conte abbia sviluppato tutto questo ragionamento?

VR: Lui non ha detto una cazzata chi lo attacca sì. Dove avrebbe sbagliato? Avrà copiato il discorso da qualcuno del passato cassando ogni riferimento alla resistenza, visto che so cretini.

Iacovo: Ha semplicemente scambiato le date, essendo del tutto incapace di sviluppare un simile ragionamento.

F. Pandolfo: Dall’alto di quale cattedra di epistemologia ritieni Conte non in grado di sviluppare un ragionamento complesso?

E. Manera: Tentativo di fare del patriottismo costituzionale, che io vedo come opportunistico e raffazzonato, in cui recuperare anche una versione trita e iconica della Resistenza dentro un polpettone indigesto. Questo è uso pubblico della storia maldestro e simmetrico/rovesciato a quello reazionario; vorrebbe essere “di sinistra” (?) o repubblicano senza rendersi conto che è conservatore, oltre che kitsch e patetico per la sua grossolana strumentalità.

L. Gabutti: Conte è un poveraccio. È palesemente un semplice passacarte.

A. Righi: Dire che con l’8 settembre inizia una fase chiamata miracolo economico mi pare un’interpretazione piuttosto inedita.

VR: Poraccio ma chi gliel’ha scritto.

M. Russi: Io non attribuirei a Conte interpretazioni storiografiche basate su conoscenze profonde, la sua vicinanza ai 5 stelle mi fa pensare che parlasse diretto al “popolo” in senso populista, senza pretendere una “competenza” da intellettuali (cosa non certo positiva e che la dice lunga sulla scuola e i divulgatori come mediatori tra intellettuali e popolo).

C. Ancisi: Certo, è un discorso mal concepito e il personaggio è inoltre talmente screditato da rendere possibile un tale fraintendimento.

C. Winterhalter: Che Conte scambi 8 settembre e 25 aprile, lo trovo una vera vergogna e peggio è che non capisca la gravità del suo errore. Non è degno di rappresentare questo paese.

Esattamente in contemporanea con Roghi, ma a mia insaputa, alle h. 20:00 posto sulla mia pagina fb il video di 1’.31” https://www.youtube.com/watch?v=EeE7JemKOPw da cui la fake-news ha avuto origine, e ne trascrivo l’incipit incriminato, che consta di due frasi: “Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. / Con l’8 settembre inizia un periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese, un periodo di crescita economica che è stato chiamato, con la giusta enfasi, miracolo economico e ci ha balzati al settimo posto, pensate, come potenza economica mondiale”. A corredo del post infine premetto: “Per interpretare checchessia, innanzitutto s’ha da focalizzare il contesto: qui è la Fiera del Levante, finalizzata da sempre a sostenere l’economia italiana e in particolare meridionale. Il pubblico, ossia il destinatario: oltre ai politici, 700 espositori (non un convegno di storia e neanche un convegno politico. Ultimo dato del contesto: la Fiera del Levante cade sempre di sabato (ad es. l’anno scorso il 9 settembre), e l’incipit è motivato dal giorno in cui vien detto, 8 settembre appunto. Nell’ambito della retorica, esiste una strategia dello spunto. Ad es. un oratore inizia: “Proprio entrando in questa sala un disoccupato ecc.”. Sapendola in largo anticipo, Conte ha cercato di collegare il suo discorso alla data; da vedere è se il collegamento è peregrino o meno”.

DB: Iniziando dalla prima frase di Conte, chiediamoci: cosa fu e cosa rappresenta l’8 settembre?

M. Giammarini: Scatenò una guerra civile, portò alla dichiarazione di guerra alla Germania; gli ebrei vennero deportati, i nostri soldati che non erano prigionieri non sapevano nemmeno più per chi dovevano combattere. Fame e sfollamenti, rinascita morale, forse, ma non certo boom, quello lo facevano le bombe.

DB: L’8 settembre è il gemello del 25 luglio: in cosa si differenziano?

B. Chiaranti: Il 25 chiude la fase di governo fascista nel regno, l’8 il cambio di alleanze e scopo della belligeranza italiana, la prima scelta dal re la seconda da Eisenhower. In mezzo speranze, opportunismo, eroismo, morte vergogna… Esemplare Roma 1943 di Paolo Monelli. Conte ammesso in retorica. Non così in storia.

DB: Il 25 fu una faida interna al Pnf, per cui si torna alla monarchia pura con Badoglio. Il popolo bue reagisce come un bue, rigirandosi, ma intanto torna la stampa libera, tornano gli esuli politici ecc. E l’Italia resta in guerra.

Chiaranti: Esattamente proprio no, la gente pensava che la guerra fosse finita, le forze armate subirono la forza degli alleati prima dello sbarco, i bombardamenti aumentarono per accelerare l’armistizio, i tedeschi si rafforzarono. La diplomazia Savoia fu un casino ecc. ecc.

L. Beretta: A leggere nell’internet i commenti con la bava alla bocca, tutti in punta di penna rossa intinta in quel melmoso liquido misto di odio politico e ignoranza, stavo implodendo nei polpastrelli. Questo post mi restituisce pace.

DB: Indotto dagli americani certo, ma in sé l’8 settembre significa: fine della guerra e dell’alleanza coi tedeschi. L’8 settembre è un Giano bifronte: da un lato piange perché muore la patria, dall’altro ride perché nasce la resistenza. Fatta salva la maggioranza della popolazione coi bassi standard di vita e d’istruzione d’allora, a piangere sulla morte furono intellettuali, industriali e funzionari statali anzianotti, ad affrontare la vita drammaticamente come scelta furono i giovanotti, in gran parte in armi e soli davanti alla scelta del che fare, gli intellettuali antifascisti e gli operai delle grandi fabbriche. C’è una divaricazione di giudizio sull’8 settembre tra due grandi storici: Renzo De Felice, che opta per la prima faccia, e Claudio Pavone che opta per la seconda (hanno i loro proseliti, ad es. Galli Della Loggia lo è del primo).

G. Mari: Ne ha parecchi, nei giornaloni

DB: Che le conseguenze dell’8 settembre fossero nefaste, si capì subito che che avremmo pagato errori e abomini commessi per 20 anni; ma era meglio terminare la guerra coi tedeschi? I milioni di soldati italiani, invece di sorbirsi altri due anni di guerra coi nazisti, l’8 settembre si videro “liberati”, un po’ come i proletari di Marx: avevano solo le catene ossia il fermo di naja, e si trovarono persi, ma vivi.

A. Massari: Tutti a casa?

DB: Ad es. Andrea Borso n. a Cartigliano il 16.2.’23, fante di stanza a Napoli; il bombardamento americano del 6 settembre ’43 sterminò il suo plotone; risalì la penisola, non fu beccato come il milione scarso di soldati italiani dai tedeschi, non rispose alla leva repubblichina e passò partigiano. Un dato è certo: la resistenza cominciò a tarda sera dell’8 settembre. Al sud, l’effetto fu la nascita dei governi di coalizione tra i partiti antifascisti e l’entrata in guerra a fianco degli alleati. Sulla scorta di queste considerazioni, ritengo la prima delle due frasi di Conte ineccepibile, dal punto di vista di Pavone almeno. Della Loggia : DeFelice = Conte : Pavone. Intermezzo pubblicitario: Mario Dal Pra, il filosofo partigiano.

L. Bernardini: Lo sbarco alleato a Salerno, il vero motivo dell’8 settembre, era stato voluto da Churchill per la sua strategia di contenimento dell’influenza sovietica nei Balcani. Gli americani erano contrarissimi, convinti com’erano che fosse necessario concentrare le risorse sull’invasione dell’Europa. Gli emissari italiani incaricati delle trattative che dovevano portare all’armistizio fecero richieste inverosimili, come lo sbarco di una divisione corazzata alla foce del Tevere. I comandi alleati non si degnarono nemmeno di rispondere, e comunicarono la resa italiana scatenando il panico nella corte e nel governo Badoglio che si dettero alla fuga. A pagarne le conseguenze in primis saranno gli Internati Militari Italiani catturati dai tedeschi e deportati in Germania. Sostenere che Conte abbia equivocato l’8 settembre con il 25 aprile è una forzatura polemica, affermare che con l’8 settembre inizia un periodo di ricostruzione morale ed economica suona di un cinismo imbarazzante, o di una (tragica) comicità involontaria. Conte avrebbe potuto chiedere a chi gli ha scritto il discorso se si era letto almeno La pelle di Curzio Malaparte.

DB: Sui fatti dell’8 settembre potremmo copincollare una caterva di file, ma qui in ballo è un giudizio complessivo. Non vorrei che alla fine si formasse un partito a favore della continuazione della guerra a fianco dei nazisti. Insisto: l’Italia invertì la rotta, dando qualche segnale di essere una nazione non adagiata sul fascismo a partire dall’8 settembre: da lì nasce la ricostruzione morale dell’Italia, di cui fulgido esempio furono non solo le prime formazioni partigiane, ma a egual titolo i soldati che si opposero ai nazi v. Cefalonia, e gli internati nei lager, la cui scelta di diserzione fu una forma di resistenza passiva. Il riferimento alla Pelle è balzano: come se non sapessimo che l’Italia ha un fondo di servilismo atavico!

C. Randurella: D’accordo sul fatto che il discorso non riveli nessuna ignoranza, ma sicuramente c’é una sintesi un po’ eccessiva e dunque una comunicazione poco chiara. Gli avversari a prescindere ne hanno approfittato.

DB: La seconda e ultima frase di Conte sintetizza 20 anni: dal ’43 al ’63. Questo ventennio viene da lui suddiviso in due periodi, scanditi chiaramente dalle marche temporali “prima” e “poi”: prima ci fu una ricostruzione morale, poi una ricostruzione materiale-economica. Il primo periodo comprende gli anni ’43-’48. Per il secondo periodo gli estremi cronologici sono più approssimativi: il piano Marshall parte nel ’49, più debolmente che in Germania , dove il boom economico partì nel ’53, quello italiano nel ’58. E da noi durerà fino al ’63, anno della cosiddetta congiuntura.

Qui, a notte fonda, finiva il thread, che riprendo qui dopo una gran ronfata. Freud parlava di scotomizzazione a proposito di inibizioni della vista in pazienti isteriche: bene, questo che sto trattando è un caso di scotomizzazione di massa, e cioè d’inibizione a leggere un testo pur breve come l’incipit in questione. Il movente è ovviamente politico, e la politica, si sa, muove non solo cervello, né solo cuore, ma anche la pancia, addirittura ancor più giù. Eppur bastava un grano di sale per dubitare che in ballo fosse l’ignoranza di Conte. Spiego con un aneddoto. Il mio libretto universitario ha una sola macchia, un 29 in filosofia della scienza col prof. Giorello, il quale accingendosi a registrare il voto mi spiegò che non poteva dare 30 a uno che per indicare una fi greca la chiama effe all’italiana. Avevo la risposta pronta, ma per tema che apparisse un arruffianamento in vista di un 30, la tenni per me e la dico qui. Se guardava il libretto che aveva in mano, avrebbe letto un 30 e lode in letteratura greca, e avrebbe capito, o dovuto capire ecc. ecc. Lo stesso per Conte ora: se avessero guardato in rete le sue pubblicazioni (91 titoli tra saggi e monografie, NB di un civilista, da civis-cittadino), avrebbero capito l’impossibilità che Conte non conoscesse i rudimenti della storia d’Italia contemporanea. L’ignoranza insomma pende, e assai, dalla parte dei deridenti – ma poco male, in un paese dove i genitori prendono gli insegnanti per il collo…

Tornando a cose serie, concludo riportando la frase di Conte immediatamente successiva alle due: “Ecco, l’esecutivo che ho l’onore di presiedere, che si è presentato al Parlamento e al Paese come governo del cambiamento, ha l’ambizione di ricreare nei cittadini la stessa fiducia verso il futuro che allora animava i nostri genitori, quella stessa che è stata in grado di dare loro la forza di compiere delle scelte fondamentali per il progresso dell’Italia e di superare anche momenti difficili che certamente non mancarono, costruendo le basi del nostro successivo sviluppo di cui ancora oggi godiamo gli effetti”.

Innanzitutto essa conferma in pieno la scansione esposta nella seconda frase, ché qui al “prima” si allacciano i “momenti difficili” che richiesero agli italiani-genitori “la forza di compiere delle scelte fondamentali” (i.e.’43-’48: resistenza, repubblica, scelta atlantica), al “poi” le “basi del nostro successivo sviluppo economico” (i.e.’58-’63: boom economico, primi governi di centro-sinistra, nazionalizzazioni). Con l’afflato di un presidente del cambiamento (tutto ovviamente ancora da verificare) ossia, quanto all’economia, di un new deal rifacentesi a quello di 60 anni fa.

Nella derisione globale, è emerso infine un confronto impietoso con Aldo Moro: ci sta, in quanto, giuristi pugliesi entrambi, non sono quantomeno allotri. Siccome poi il confronto non si è rimasto sulle generali, ma rievocava i discorsi d’inaugurazione della Fiera tenuti da Moro a metà degli anni 60 da Moro, ne riporto tre stralci, rimandando ad A. Moro, Dichiaro aperta la Fiera del Levante…, Fed. centri studi A. Moro, Bari 1991:

7 novembre ’65: “È la nostra, una società viva, insoddisfatta di sé e ad un tempo fiduciosa nel suo avvenire; una società perciò in movimento ed in trasformazione. L’iniziativa economica, l’affermarsi del lavoro umano in condizioni di sempre maggiore prestigio e potere, il moltiplicarsi degli scambi e dei rapporti, il processo generale di sviluppo del paese, la rinascita del Mezzogiorno, il progressivo emergere dei valori umani e dei diritti della persona nella vita democratica, la fede in un moto sicuro ed, alla lunga, irresistibile verso la libertà, la giustizia e la pace, la volontà di impegnarsi in esso e di favorirlo anche se non sempre in modo ordinato ed efficace: questa è l’Italia”.

7 settembre ’66: “Qui Mezzogiorno e Settentrione si incontrano e l’incontro, reciprocamente utile, interessante, ricercato da una parte e dall’altra, avviene nell’ambiente adatto costituito da questa Fiera, in una zona del Mezzogiorno operosa e viva in modo esemplare. Sicché la giusta esaltazione dell’ingegno, del lavoro, della nascente capacità imprenditoriale, dell’inventiva della gente meridionale deve accompagnarsi ad un più vasto riconoscimento dello sforzo meritorio e fecondo con il quale l’intero Paese nelle diverse Regioni, nei diversi settori economici, nelle diverse categorie e funzioni sociali, ha saputo sempre risollevarsi da momenti di depressione, fronteggiare nuove difficoltà, colmare rapidamente i dislivelli, inserirsi civilmente e con dignità tra gli altri popoli dell’Europa e del mondo.”

12 settembre ’67: “Il moto di progresso che caratterizza l’Italia di oggi è peraltro inarrestabile, o che si tratti di elevare socialmente e politicamente ceti troppo a lungo mortificati, o che si tratti di collocare in una posizione nuova campagna e montagna, o che si tratti di rendere giustizia al Mezzogiorno, al quale deve essere consentito di utilizzare senza sprechi le sue risorse umane per una vita, non meno di altre, prospera e civile. Questi obiettivi generali e tra loro coerenti ci proponiamo dunque, facendo del loro efficace perseguimento il banco di prova della validità di un modo democratico di guidare la società e di far vivere lo stato”.

Dario Borso