Bene fa il M5S a non fidarsi di Giovanni Toti

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Giovanni Toti, il braccio destro di ciò che avanza di Silvio Berlusconi, non sarà il manovratore della ricostruzione del Ponte e di ciò che quella infrastruttura deve simboleggiare per il nostro sofferente Paese. Così, a questa mattina, nella speranza che ai nostri ragazzi coraggiosi del MoVimento tenga il cuore e la mente.

Questo ci auguravamo e in questa direzione gli avvenimenti sembrano avviarsi.

Il 29 agosto u.s., concludevamo un post dedicato a Giovanni Toti, dopo passaggi meno rigidi (o forse più rigidi?), con un lapidario: “Noi, meno gentili, diciamo che è persona di cui non non non fidarsi”. Potete quindi immaginare come possiamo valutare lo scontro istituzionale (e sostanziale) in essere tra una componente del Governo (a trazione pentastellata) e l’ambiente che fa riferimento a Giovanni Toti. Il Toti, lo ribadiamo alle stesse condizioni descritte nel post citato, rischiando fosse anche querela, sarà pure una “persona per bene”, ma rappresenta, a chiunque con un briciolo di capacità di scorgere un ordine nel caos e di cogliere il senso del tutto – quella che chiamiamo l’intelligenza delle cose – scrutando frammenti senza senso apparente, la continuità con il potere berlusconiano/dell’utriano (io parlo di un potere che ha radici nell’illecito dei depositi di mafiosi di Banca Rasini, nell’acquisto fraudolento di Arcore, nel gioco con i craxisti per le Tv), che, anche nel campo delle infrastrutture e delle concessioni, ha fatto danni erariali ancora difficilmente valutabili (ma li ha fatti) per dimensione e effetti collaterali. Giovani Toti, sia pur relativamente giovane, sarebbe pertanto il modello di potere vecchissimo che avanzerebbe se non lo si contrastasse con la dovuta determinazione. Direte che non è stato trovato coinvolto in reati contro i vostri interessi. Ancora, aggiugo.  Consiglio di non essere ingenui e di badare, una volta tanto, al sodo: Toti, l’indignato, è in scuderia da troppo tempo con criminali condannati in via definitiva e funzionale a troppi accordi territoriali importanti di Forza Italia (cioè “forza” Berlusconi-Dell’Utri-Finivest-Mediaset-altri), che arrivano fino a Scajola e Volpi, a Occidente e ad Oriente di Genova (la Liguria di Ponente e di Levante), per affidargli uno spicchio di futuro di questa nostra già sofferente Repubblica.

Questo pensiamo e questo, come “coscienza critica”, scriviamo.

Il post che 15 giorni addietro suggeriva la massima prudenza nei confronti del “per bene” Toti, va riletto, oggi, a cose avvenute, sempre per approfondire (a chi fa piacere o ne ha interesse) l’effetto iettatorio che aleggia intorno a questo marginale e ininfluente blog.

Oreste Grani/Leo Rugens

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L’AFFABULATORE GIOVANNI TOTI E LA SUA AMORALITÀ POLITICA

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L’uomo che per anni (non quindi un mese, un giorno, un’ora, un attimo come ormai lo sentiamo quotidianamente trattare il fattore tempo a testimonianza di una sua presunta efficienza ed onestà politico-amministrativa nella gestione presente e futura della Regione Liguria e in particolare la ricostruzione del Ponte sul Valpolcevera, efficienza e onestà tutta da verificare e dimostrare nel tempo che verrà) ha ritenuto normale farsi stipendiare da una strana coppia di criminali quali Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ascrive a se, come Governatore e ora come Commissario straordinario, quanto si dovrà fare o non fare, nel caso specifico di Genova, per dare soluzione al problema dei problemi di questo nostro travagliato e stanco Paese: l’odore dei soldi e la corruzione dilagante con cui le termiti partitocratiche si sono alimentate per anni. Anche nei decenni in cui il nostro faceva l’utile giornalista al servizio del duo criminale di cui sopra.

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Duo in realtà che potrebbe essere facilmente chiamato trio, se ai Dioscuri maligni, si aggiungesse, come doveroso sarebbe fare, quel delinquentone di Claudio Scajola, anch’esso determinante con il peso della sua famiglia, da decenni, ben radicati sul territorio di Savona/Imperia all’elezione di Giovanni Toti.

Anche gli Scajola quindi a suo puntello.  Per non parlare dei voti a suo favore usciti nella terra spezzina dove massoneria, calcio e petrolio nigeriano potrebbero aver condizionato non poco i risultati: ritengo infatti che se avessimo potuto spiare in cabina elettorale Gabriele Volpi, avremmo avuto la prova di questa mia provocatoria impegnativa affermazione. A meno che Volpi, addirittura, non abbia perso il diritto al voto.

Comunque, prima di farvi affabulare dall’affabulatore (questa è la nomea anche presso i suoi e in particolare il mondo femminile che da sempre lo circonda proteggendolo e gradendolo come confidente e compagno di lavoro) datevi una rinfrescata sulla Liguria e la criminalità organizzata; calabrese in particolare. Prima di cadere per l’ennesima volta dal pero, proviamo a ricordare che il voto di scambio non è una prerogativa esclusiva di alcuni territori.

Torniamo a Toti, il saccente CHE PROPONE – OSCENAMENTE – DI FAR FARE I LAVORI AGLI ASSASSINI DEI NOSTRI COMPATRIOTI.

L’ex giornalista è una figura che per motivi di lettura superficiale, potrebbe apparire “per bene” ma che tale non non non può essere considerato. E questo lo scrivo a mio insindacabile giudizio di cui, ovviamente, mi assumo il rischio legale. Toti, infatti, non ha avuto imbarazzi a farsela in modo strettissimo con Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri. Escludo che non capisse con chi se la faceva e chi fossero in realtà i suoi padroni. Lasciate perdere per tanto quelle favolette della compartimentazione professionale circoscritta al pianeta Mediaset Confalonieri/Crippa in quanto Giovanni Toti è altro da quando lo hanno iniziato al berlusconismo, cioè da quando lo hanno piazzato come ufficiale di collegamento tra lo stato maggiore del gruppo finanziario multimediale affaristico che fa capo a Berlusconi/Dell’Utri e il territorio. A cominciare dalla Liguria. Recupero un scheda che appare redatta da persona bene informata ma che potrebbe, informando, disinformare, indirizzandovi verso una lettura a cazzeggio professionale del personaggio.

Concludo consigliandovi pertanto di non ritenere figura minore Toti, e cioè uno dei tanti zerbini a tempo determinato di Berlusconi. Sarebbe come se uno ritenesse estraneo ai legami di Berlusconi con la Russia di Putin, il bolognese Valentino Valentini. Giovanni Toti, per coinvolgimenti oggettivi nei comportamenti di quel che è avanzato di Berlusconi e della sua famiglia (la Pascale inclusa) è persona che non può non aver saputo vita, morte e miracoli del rapporto tra il duo Berlusconi-Dell’Utri e la criminalità.

Con questa affermazione non intendo certo da complice con qualche ricaduta di tipo tecnico giudiziario, ma etico morale certamente. Viceversa sarebbe un cretino. Che non è. È semplicemente un amorale (e non nelle alcove di cui non ci frega niente), con un ruolo significativo in tutta questa vicenda ultima di Forza Italia e del centro destra post Pascale/Dudù come lo chiamo io dico, banalizzando. Toti negli anni, da ragazzo ben informato e attento lettore delle carte quale risulta essere, aveva piena consapevolezza di essere al servizio di una struttura emanazione, a suo tempo, anche di accodi con mafiosi. Ma se ne è fottuto e a caval donato non ha certo guardato in bocca. Decidendo scientemente, fino ad oggi, di chiudere occhi, orecchie, bocca.

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La collega giornalista Alessandra Menzani dice di lui che non va al cinema perché lì il telefono potrebbe non prendere. Non ascolta musica. Non è social: zero Twitter, su Facebook ha solo 17 amici (solo donne) ma non ha mai scritto nulla in quattro anni. Ha polverizzato i concorrenti. Di fatto sarà il numero due di Berlusconi. Deciderà i candidati, lui stesso potrebbe essere l’aspirante premier. L’anti-Renzi Giovanni Toti, 45 anni di Massa Carrara, è l’uomo del giorno. A Mediaset non hanno fretta di mandarlo via perché è ben visto da tutti. In politica non hanno fretta di accoglierlo (tranne Berlusconi che è impaziente) perché il suo arrivo andrà a rompere molti equilibri.

Dopo Scienze politiche in Statale a Milano, entra a Mediaset nel 1996 con uno stage a Studio Aperto, il tg che andrà a dirigere nel 2010. Caposervizio, caporedattore, la svolta arriva quando passa a Videonews per curare il programma di Irene Pivetti a Roma e conosce meglio Mauro Crippa, direttore comunicazione Mediaset, suo Pigmalione. Tra i due nasce un rapporto quasi fraterno, che dura tutt’ora. Per due anni è vicedirettore della comunicazione dell’azienda, diventa fidatissimo anche di Fedele Confalonieri. Enrico Mentana, all’epoca conduttore di Matrix, senza fare il suo nome lo evoca nel libro Passionaccia. Parla delle cene coi vertici dell’informazione Mediaset come «comitati elettorali»: «C’era anche il beniamino del gruppo, quello che era stato distaccato come ufficiale di collegamento al quartier generale del partito di riferimento». Era Toti.  Non ha mai nascosto che per lui il giornalismo non è una missione. Vuole  essere nella stanza in cui vengono prese le decisioni. Il passo dalle redazioni alla politica prima o poi sarebbe arrivato. Non che non sia un bravo direttore. «Lavorare male con lui è impossibile», dicono i suoi. Mai una luna storta, una rispostaccia. Sorridente, gentilissimo, ciarliero, accomodante, scaltro.  Berlusconiano e aziendalista,  diventa direttore di Studio Aperto e poi conquista anche il Tg4. Prende il posto di Emilio Fede ed è in questo momento che i rapporti con il Cavaliere si intensificano. Se Silvio ha qualcosa da dire,  lo fa attraverso il Tg4 ma il legame diventa anche umano. Parlano di politica, cenano, guardano la tv. Con Francesca Pascale lega e anche con Dudù. Ha la benedizione della compagna del Cav. Contro le invidie per la  carriera fulminante si fa scudo con il low profile. «Meglio non apparire», dice. Per non dare nell’occhio ha rinunciato, quando è stato nominato bi-direttore,  ad occupare l’ufficio per 20 anni di  Fede; è rimasto nel suo, pieno di gadget, con il calendario Pirelli alla parete. I suoi tg sono formati per il 90% da donne. «Perché sono le più precise», spiega.

In tv ci va solo di recente perché il Cav. ha deciso di puntare su di lui. Ed è un affabulatore. Silvio lo ha chiamato per ricompattare il centrodestra e fare tornare gli alfaniani all’ovile. Ha la qualità di fare andare d’accordo le persone, soprattutto con loro stesse. «Nella vita non c’è il bianco o il nero ma sfumature di grigio», pensa. La politica, con lui, farà la Tot-Terapy: mette il buonumore, è come un giocattolone capace di donare un po’ di  leggerezza alle nebbiose serate ad Arcore. Chi lo frequenta assicura di non averlo mai visto non solo triste ma neppure minimamente adombrato. Anche in questo è l’anti-Renzi: se Matteo è sprezzante, Giovanni è rotondo.

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È alto un metro e ottantuno ed e florido. «Non mi peso da anni», dice. Pare che   Berlusconi non ami le pancette e che imporrà una dieta a Toti. «Che cavolata».  Si narrano cene ad Arcore in cui Silvio mangia minestrine e Toti divora qualsiasi cosa. Ama la buona tavola, è di casa al Bolognese di Milano e di Roma, va pazzo per il pollo al curry del Baretto, ma ogni anno all’inizio dell’estate va tre giorni a Villa Paradiso sul Lago di Garda per rimettersi in forma. Ci va con la moglie Siria Magri che ha conosciuto quando era un cronista e lei la conduttrice di punta di Studio Aperto. Lei lo ha sposato in seconde nozze a Pietrasanta. Non hanno figli. Quello con Siria, più grande di qualche anno, è un sodalizio anche lavorativo.  Le strategie le studia insieme a lei, che oggi è vicedirettore di Videonews e cura Quarto Grado. Toti predilige le bionde, Siria è bionda, bella e determinata. Appena possono vanno al mare a Bocca di Magra, tra la Liguria e la Toscana, vicino ai genitori di lui a cui è legatissimo. Pochi viaggi, tanto lavoro. Colleziona cravatte.  Fuma tanto. Si incanta davanti ai documentari sugli animali. Unica trasgressione: ha indossato braccialetti Cruciani tricolore, quelli che avevano Nicole Minetti come testimonial. Non li ha tenuti per molto. Glieli avrà proibiti Silvio?

Fin qui Alessandra Menzani.

Noi, meno gentili, diciamo che è persona di cui non – non – non fidarsi.

Oreste Grani/Leo Rugens