2025: Un mondo in trasformazione

Panoramica-dei-conflitti-nel-mondo

Qualche settimana addietro ho lasciato traccia di ipotesi legate al tempo futuro e, nel farlo, mi sono proiettato – addirittura – al 2025.

Ho lasciato alcune cose in italiano e altre in inglese, accennando ad una possibilità che il vero fatto rivoluzionario, a quella data, potrà essere rappresentato da un cambiamento generato da un progresso tecnologico che fornirà reale alternativa al petrolio.

Ho scritto che sia che questo progresso avvenga entro il 2025, sia più tardi, le implicazioni geopolitiche di un allontanamento dal petrolio e dal gas naturale saranno enormi.

Vediamo, sia pur in modo semplicistico, in quali Paesi il grande cambiamento si sentirà maggiormente.

Direi che l’Arabia Saudita subirà lo shock più grande, dato che i suoi leader saranno costretti a diminuire i costi dell’establishment reale.

Il regime potrebbe affrontare nuove tensioni con l’establishment Wahabi quando Riyadh cercherà di promuovere una serie di importanti riforme economiche – inclusa la piena partecipazione delle donne all’economia – ed un nuovo patto sociale con il suo pubblico, dato che cercherà di istituire un’etica lavorativa per accelerare i piani di sviluppo e diversificare l’economia.

 

In Iran, il calo dei prezzi di petrolio e gas metterà a repentaglio qualsiasi politica economica populista. Aumenterà la pressione per una riforma economica, mettendo potenzialmente pressione sull’élite clericale al governo che potrebbe perdere il controllo della situazione. Aumenteranno gli incentivi per aprirsi all’Occidente nel tentativo di ottenere un maggiore investimento estero, stabilendo o rafforzando legami con partner occidentali, Stati Uniti inclusi. I leader Iraniani potrebbero essere più disposti a barattare le loro politiche nucleari per supporto e commercio.

Per l’Iraq, aumenterà l’importanza dell’investimento nei settori non connessi al petrolio nella sua economia. Gli Stati del Golfo minori, che hanno fatto massicci investimenti per trasformarsi in centri globali di turismo e trasporto, probabilmente gestiranno bene questa transizione, sorretti dai loro ingenti Fondi Sovrani (SWF). Nel mondo arabo, i Fondi Sovrani sono stati utilizzati per sviluppare i settori economici non connessi con il petrolio, in una corsa contro il petrolio considerato come un bene in diminuzione di valore.

Fuori dal Medio Oriente, la Russia sarà il potenziale principale perdente, e in particolare se la sua economia resterà fortemente legata all’esportazione di energia, potrebbe essere relegata allo status di potenza media. Il Venezuela ed altri regimi petro-populisti potrebbero disfarsi completamente, se questo non fosse già accaduto a causa di un crescente scontento e di una produzione in calo. Senza un sostegno da parte del Venezuela, Cuba potrebbe essere, a sua volta, costretta a mettere in atto riforme del mercato simili a quelle cinesi.

 

I primi Stati petroliferi in declino – quegli esportatori che avevano raggiunto il picco massimo o erano già in contrazione, come il caso dell’Indonesia e del Messico – potrebbero essere più preparati a spostare la direzione delle loro attività economiche e diversificarle in settori non connessi con l’energia.

Le cose che ho citato non sono ovviamente uno stato di cose ma fortemente una realtà in via di realizzazione.

A queste previsioni sul petrolio se ne aggiungono altre sull’acqua e il cibo.

Le informazioni che seguono le segnalo, per competenza, al mio lettore esperto di prodotti della terra e in particolare di produzione di riso. Se ben ricordo.

Gli esperti attualmente considerano 21 paesi con una popolazione totale di circa 600 milioni in una situazione di scarsità o di terreno coltivabile o di acqua.

A causa del continuo aumento della popolazione, 36 paesi, casa di circa un 1.4 miliardi di persone, sono previste rientrare in questa categoria per il 2025. Tra i nuovi candidati ci saranno Burundi, Colombia, Etiopia, Eritrea, Malawi, Pakistan e Siria. La mancanza di un accesso a fonti stabili di acqua sta raggiungendo dimensioni senza precedenti in molte zone del mondo ed è probabile possa peggiorare sempre più a causa della rapida urbanizzazione e dell’aumento della popolazione. Anche la richiesta di acqua per scopi agricoli e per la generazione di energia idroelettrica aumenterà. L’utilizzo di acqua per l’irrigazione è di gran lunga maggiore di quello per l’uso domestico. Nei paesi in via di sviluppo, l’agricoltura attualmente consuma più del 70% dell’acqua mondiale. La costruzione di centrali idroelettriche sui fiumi principali potrebbe migliorare il controllo delle alluvioni, ma potrebbe anche causare una notevole preoccupazione a coloro che utilizzano il fiume a valle e che si aspettano un accesso continuato all’acqua.

La Banca Mondiale stima che la domanda di cibo aumenterà del 50% per il 2030, risultato dell’aumento della popolazione mondiale, della maggiore agiatezza, e dello spostamento verso l’alimentazione occidentale della maggior parte della classe media. Il settore alimentare mondiale è stato altamente responsabile delle forze di mercato, ma la produzione agricola probabilmente continuerà ad essere ostacolata da politiche agricole fuorviate che limitano l’investimento e alterano i segnali critici dei prezzi.

Il mantenere i prezzi bassi per placare i poveri della città e spronare i risparmi per l’investimento industriale ha alterato i prezzi agricoli nel passato. Se le élites politiche sono più preoccupate dell’instabilità urbana che delle entrate rurali – una scommessa sicura in molti paesi – queste politiche probabilmente persisteranno, aumentando il rischio di risorse ristrette nel futuro. Il trend demografico di crescente urbanizzazione – in particolare negli Stati in via di sviluppo – evidenzia la probabilità che continueranno ad esserci politiche fallimentari.

Tra oggi ed il 2025, il mondo dovrà destreggiarsi tra i problemi concorrenti e contrastanti che riguardano la sicurezza energetica e alimentare, precedenti un groviglio di conseguenze difficili da gestire.

Nei principali esportatori di grano (Stati Uniti, Canada, Argentina e Australia), la domanda di combustibili organici – intensificata dai sussidi di Stato – richiederà più vaste aree di terreno agricolo e maggiori quantità di acqua per l’irrigazione, anche quando le tecnologie per la produzione e il trattamento dei combustibili organici sarà più efficiente. Questo bilanciamento dell’agricoltura di combustibile, associato a periodici controlli delle esportazioni tra i produttori asiatici e ad una crescente domanda di proteine da parte di una crescente classe media in tutto il mondo, costringerà i prezzi dl grano nel mercato mondiale ad innalzarsi a livelli superiori a quelli massimi di oggi. Alcuni economisti sostengono che, con i mercati internazionali sedimentati a quantità di grano ridotte, la speculazione – incoraggiata dalle aspettative di costi dei combustibili in aumento e più incostanti, da schemi climatici indotti dal cambiamento – potrebbe giocare un ruolo principale nei prezzi degli alimenti.

 

È probabile si costituisca un consorzio di importanti produttori agricoli – incluse India e Cina, insieme ai partner americani ed europei – per intraprendere una seconda Rivoluzione Verde, questa volta nell’Africa Sub-Sahariana, che questa volta potrebbe aiutare ad alleggerire la volatilità dei prezzi nei mercati mondiali di grano.

Per il 2025, gli aumenti nella produzione di grano africana saranno probabilmente sostanziali, ma saranno confinati principalmente agli Stati delle regioni meridionali ed occidentali del continente, che avranno approfondito le relazioni commerciali e per la sicurezza con gli Stati dell’Asia Orientale e Meridionale.

In altre zone al sud del Sahara, il conflitto civile e l’attenzione politica ed economica rivolta all’estrazione mineraria e petrolifera probabilmente metteranno in rilievo i tentativi del consorzio di migliorare i network di irrigazioni e di trasporti rurali e di ampliare il credito e l’investimento, permettendo che una crescita della popolazione innalzi gli utili della produttività agricola.   

In aggiunta alle già previste scarsità di acqua potabile e terreno agricolo, il Rapporto Stern, commissionato dalla Tesoreria britannica, stima che intorno alla metà del secolo 200 milioni di persone potrebbero essere permanentemente definiti “migranti del clima” – rappresentando un aumento di un decuplo rispetto all’intera popolazione rifugiata e sfollata ad oggi. Sebbene questa cifra sia considerata troppo alta da molti esperti, c’è un largo consenso sul rischio di una migrazione a larga scala e sulla necessità di una migliore preparazione. La maggior parte dei profughi generalmente si ricolloca nel suo paese natale, ma in futuro molti probabilmente troveranno il loro paese d’origine sempre meno in grado di ospitarli. Perciò il numero di immigrati intenzionati a spostarsi da uno Stato svantaggiato verso i paesi relativamente privilegiati sarà in probabile aumento. Gli afflussi più ampi rispecchieranno molti dei flussi migratori – dall’Africa settentrionale e Asia occidentale verso l’Europa, dall’America Latina agli Stati Uniti, e dal Sudest Asiatico all’Australia.

Nei prossimi 20 anni, le preoccupazioni sugli effetti del cambiamento climatico potrebbero essere più significativi di qualsiasi altra mutazione fisica collegata a questo fattore. La percezione di un ambiente in rapida mutazione potrebbe portare le nazioni ad intraprendere azioni unilaterali per assicurarsi risorse, territorio, ed altri interessi. La disponibilità ad intraprendere una maggiore cooperazione multilaterale dipenderà da più fattori, come il comportamento degli altri paesi, il contesto economico, o l’importanza degli interessi che devono essere difesi o acquisiti.

Molti scienziati si preoccupano per il fatto che i recenti assetti politici (e non avevano ancora fatto i conti con Donald Trump ndr) sottovalutino l’impatto del cambiamento climatico e stimino male il probabile periodo nel quale gli effetti verranno percepiti. Gli studiosi hanno attualmente una capacità limitata di prevedere la probabilità o l’ampiezza di cambiamenti climatici estremi, ma credono – basandosi sui precedenti storici – che ciò non avverrà gradualmente o in maniera scorrevole. Tagli netti nelle quantità di emissioni di anidride carbonica permesse probabilmente svantaggerebbero le economie rapidamente emergenti che sono ancora al minimo del livello di rendimento, ma anche gli utilizzatori su larga scala nel mondo sviluppato – come gli Stati Uniti – verranno scossi e l’economia mondiale potrebbe essere arrestata da una recessione o anche peggio.   

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Direi che era tutto detto e trasmesso a chi di dovere in un linguaggio di rapida e facile comprensione. Diciamo come stanno le cose: queste valutazioni, indicazioni, suggerimenti (chiamateli come vi pare) erano elaborati, con intelligenza e onesta capacità di previsione, già nel 2008 ed erano dirette, riservatamente, al Presidente degli USA.

Aspetto considerazioni da chi ne capisce molto molto molto più di me. Soprattutto su cosa se ne facciano, dalle parti della Casa Bianca, di tali appunti riservati. La cui autenticità vi prego di non mettere in dubbio.

Oreste Grani/Leo Rugens