Per scrivere nuovamente del Primo Corso di Formazione alla Polis

Corso di formazione alla Polis

Tale (non si offenda il dottore) Alfonso Contaldo, molti anni addietro, scriveva della città cablata quando in pochi sapevano di cosa si stesse parlando.

Scriveva di bisogni collettivi nelle città post-industriali e in particolare della telematica come soluzione per dare centralità alle città italiane e in particolare per Roma.

Nei primi anni ’90, Contaldo si soffermava nei suoi scritti a ragionare dell’accesso alle informazioni pubbliche come passo necessario alle esigenze di comunicazione globale della Roma cablata. Scriveva del necessario salto culturale e il seguito tecnologico perché  tutto non finisse nel nulla. Scriveva, in modo competente ed appassionato, di un’urbanistica (senza essere se ben ricordo tale ma di formazione giuridica) a dimensione della futura città cablata. E del cambiamento della forza lavoro nell’Urbe. E ovviamente dei rapporti stretti tra l’innovazione e i fattori socio-economici. Si soffermava a ragionare sui “minacciati” e gli “integrati” al bivio della videocomunicazione urbana che si sarebbe portata dietro una cultura dell’integrazione (così veniva chiamata da lui e da altri) grazie all’esistenza di una tecnologia che si capiva utile al colloquio sociale. Così si pensava.

In una Roma cablata – diceva Contaldo – i cittadini interessati ai/dai nuovi servizi avranno molto più tempo libero da poter spendere nelle proprie attività socio-ricreative.

E poi affrontava quello che chiamavamo tempo-sociale e le malls elettroniche dopo la nascita di quelle prettamente commerciali come erano state Cinecittà2 e Tiburtina-shopping.

07-Severini-Le-Boulevard-1911

Gino Severini – Il boulevard

E ancora cosa ci si aspettasse dalla realtà telematica per una eventuale deurbanizzazione romana. Ragionamenti ben fatti (così a me sembrano ancora oggi), che trasudavano passione per il dibattito. Tesi poste per immaginare una città educante, resa tale anche grazie all’amica informatica. Ragionamenti che si interrompono bruscamente proprio quando vanno in stampa: marzo del 1994.

Marzo del 1994? Vediamo, vediamo un po’ che cosa succede, in sede politica, in quelle stesse ore in questo sfortunato Paese?  Ma come, non lo ricordate, gli italiani svoltano verso un radioso futuro grazie al berlusconismo che azzera, pistola in mano, ogni proposta diversa da quella che venisse coltivata nelle officine della Fininvest e diffusa dalle trombette Mediaset. Si cessa d’incanto di ragionare e si tifa Milan, si desiderano culi e tette al vento, ci si da di gomito ad ogni battuta volgare, si crede agli asini che volano. Con la Lega di Bossi a dar manforte ai mafiosi di Arcore tutti concentrati a spargere oppio. Negli stadi e fuori. Si cessa di poter ragionare ad esempio su un modello di città educante applicabile alla capitale perché non c’è più bisogno che il Paese abbia una Capitale in quanto ne ha già una ad Arcore e negli studi delle Reti Fininvest. Si lavora esclusivamente a questo processo identificazione con l’uomo di successo fattosi da solo, grande scopatore, con i soldi, il calcio e la fica in testa. L’approccio “città educante” nel caso di Roma cessa per incanto, sin dal 1994, perché non va confuso quanto Rutelli-Veltroni si sono messi a fare e di cui un giorno che mi sento forte di stomaco e di viscere, cominceremo a parlare. Perché senza Rutelli-Veltroni, ad Alemanno e Mafia Capitale mai mai mai ci saremmo arrivati. Ma, come ho detto, devo prima non avere dubbi sullo stomaco e l’intestino. Dicevo che l’approccio “città educante” comportava un’ottica transdisciplinare che avrebbe dovuto tenere unite antropologia, urbanistica, tecnologia, pedagogia in cui ciascuna disciplina specialistica sarebbe stata di per sé fondamentale e necessaria, ma non sufficiente.

L’ottica pedagogica di Roma come Capitale formativa considerata quindi come momento unificante di modello di città educante (non ridete, perché non è colpa mia se è ridotta come è ridotta) ipotizzava che il cittadino, non suddito da spennare, avesse il  diritto ad essere formato, libero di apprendere l’arte dell’essere partecipe.

gino-severini

Gino Severini – la città

Si stava ragionando, in quella primavera del 1994, di come il cittadino andasse stimolato (e servito) dall’ambiente urbano nelle sue esperienze cognitive ed espressive. Come in accordo con Alfonso Contaldo pensava, tra gli altri, la prof.ssa Teresa Maria Mazzatosta.

Non so cosa siano diventati oggi gli studiosi citati ma mi farebbe piacere rintracciarli e invitarli alle conversazioni che si terranno durante il primo Corso di Formazione alla Polis, per ribadire che si è ancora liberi di imparare e che non tutto è perduto. Anche grazie all’intuizione delle donne e degli uomini che, vorrei che badaste alla non casualità, proprio nel 1994, ebbero l’ardire di dare vita all’Università Popolare dello Sport che oggi, 24 anni dopo, ancora a testa alta, persegue l’obiettivo di consentire all’attività motoria e alla corporeità di svolgere il loro ruolo essenziale nello sviluppo della personalità, promuovendo il superamento di una artificiosa distinzione tra cultura intellettuale e cultura motoria, tra mente e corpo, tra pensiero e movimento. Tutto questo, a mio modesto avviso, con una forza emulativa, metaforica e analogica nel campo sociale e politico. Almeno questo è l’augurio che faccio per l’avvio del Corso di Formazione alla Polis forti della saggezza aristotelica che ci ricorda che l’Uomo è per sua natura un animale politico.

Oreste Grani/Leo Rugens

A seguire il link con il post di presentazione dell’iniziativa.

Schermata 2018-09-29 a 20.16.55

UN SEMPLICE CORSO DI FORMAZIONE ALLA POLIS È PER NOI BEN ALTRO. COME SI VEDRÀ