La conversazione

 

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Possiamo quindi dire senza dubbio che in Gran Bretagna in meno di un decennio si sono compiuti passi da gigante, se dieci anni fa il Governo neanche ammetteva
di avere un Servizio per l’estero e rifiutava anche soltanto l’idea dell’esistenza di un Comitato Parlamentare che potesse aver accesso a documentazione d’intelligence. Questo è stato l’approccio adottato nel nostro Paese ed è un buon esempio di come abbiamo imparato dalla esperienza di altri Paesi e non soltanto degli Stati Uniti. Guardando come gli USA hanno reagito agli scandali degli anni ’70, si evince che la costituzione di Congressional Committees sull’intelligence ha rappresentato un esempio imitato anche in altri Paesi. Indubbiamente un punto di svolta nel rapporto tra la democrazia e l’intelligence.

Il vero problema per l’intelligence dei nostri tempi non è la raccolta informativa, non è l’analisi, non sono i rapporti con le altre comunità di intelligence, è il rapporto con il livello politico. […]
Bill Gates è senza dubbio considerato l’uomo di affari più capace nel mondo contemporaneo. Quando egli intervista potenziali dipendenti per la Microsoft esordisce così: “Non voglio parlare con Lei dei suoi successi, perché se non ne avesse avuti non avrebbe alcuna possibilità di un lavoro qui alla Microsoft, vorrei invece chiederle quali sono stati i suoi errori e che cosa ha imparato da essi”. Questa è, secondo me, la grande sfida di fronte al mondo dell’intelligence ed ai policy makers. Le comunità d’intelligence ed i policy makers italiani e britannici hanno avuto indubbi successi nell’uso delle informazioni. Hanno tuttavia, così come tutta l’umanità nel corso della sua storia, avuto anche fallimenti. Il punto cruciale è capire quali sono stati questi fallimenti, se sono stati riconosciuti in quanto tali e che cosa si è imparato da essi. Il più grande fallimento dell’intelligence occidentale nel suo complesso, mi riferisco al XX secolo è stato nella relazione tra intelligence e policy makers. Questo nodo verrà risolto soltanto se verrà riconosciuto come tale e fintanto che non verrà risolto non ci saranno possibilità di ottenere un lavoro presso la Microsoft.

L’intelligence nel XXI secolo, intervista a Christopher ANDREW in Gnosis, 20, 2001

Di fronte ai giganti, i nani non possono tentare altra via che inerpicarsi sulle loro spalle se vogliono guardare oltre. È ciò che tenterò di fare in questo luogo, in questo blog, di fronte a un gigante, e non mi riferisco ad Andrew da cui prendo le mosse.

Diversi anni fa sono venuto a conoscenza del testo sopra citato e per anni mi sono concentrato sul problema che Andrew evidenzia ovvero la difficoltà che l’intelligence e la politica hanno nel dialogare ovvero la difficoltà che l’intelligence ha di farsi ascoltare dai policy makers.

Per anni mi sono dato, non da solo, due risposte: a) i policy makers non hanno formazione adeguata e seguono i propri interessi (spesso biechi); b) gli operatori di intelligence non sono sufficientemente colti (perlomeno qui in Italia) per comprendere la complessità del mondo e risultare convincenti e autorevoli per i policy makers.

Leggendo e rileggendo l’intervista ad Andrew, mi sono tuttavia reso conto che il professore di Cambridge (l’università delle cinque spie e della non-spia Regeni) glissa ma non troppo su un tema che a monte ha determinato il “fallimento” comunicativo e relazionale tra intelligence e policy makers, vale a dire il dato di fatto che l’intelligence precede la forma di governo di una nazione, in altri termini che gli apparati di intelligence precedono la nascita delle democrazie e sopravviveranno loro…

Se non si riflette adeguatamente su questo aspetto non si potrà mai comprendere il “bordello” nel quale si trova l’Italia dal dopoguerra a oggi, in particolare non si comprende la coesistenza, con i servizi istituzionali, di apparati di intelligence della più svariata natura e relativi intrecci. Anelli o noti servizi che siano, alla fine del conflitto la DC, il PCI, l’ENI, il PRI e non so quanti altri si dotano di apparati di intelligence interni, sofisticatissimi, in rapporto stretto con i propri alleati, a geometria e alleanze variabili o sovrapposte o conflittuali presso gli alleati stessi. I casi si sprecano. Quasi dimenticavo il Vaticano, stato in uno stato diviso in ordini e potentati senza trascurare i Cavalieri di Malta. Un discorso a parte merita la Massoneria o ciò che va sotto tale nome.

Forse è una analisi superficiale, ma non riesco a spiegare altrimenti tale confusione se non con il fatto che i partiti nati dalle ceneri del fascismo non si fidassero della continuità rappresentata da figura che avevano servito Benito Mussolini più che la bandiera. Guai a dirlo, ovviamente. Altrettanto bisogna ricordare che l’Italia, nel profondo e stretto rapporto tra DC e PCI, tra De Gasperi e Togliatti, questa la lezione di Pompeo De Angelis, rappresentò per USA e URSS un fastidioso problema di gestione, avendo entrambi i contendenti colto l’aspirazione all’indipendenza e autonomia del Bel Paese (tesi del De Angelis). Viceversa non si spiegherebbe il dramma vissuto da Togliatti nel 1956 quando comprese che il PCI cominciava a morire nel giorno dell’invasione dell’Ungheria altrettanto la comparsa di quel maledetto tumore che è la P2, la vera artefice della morte della DC e di Moro. Farneticazioni, forse, ma questa è la mia sintesi delle lezioni “frontali” e delle risposte ricevute da Oreste Grani e Pompeo De Angelis.

A onor del vero mi accorsi del problema alcuni anni fa, quando mi domandai come la nascente democrazia statunitense avesse regolato i conti con l’intelligence britannica nel periodo post rivoluzionario e se mai fosse avvenuta la indispensabile discontinuità sempre che sia avvenuta. Analogamente il problema fu posto da Le Carré rispetto ai nazisti che operarono nell’intelligence tedesca nelle due Germanie.

Come rendere virtuosi o vantaggiosi per la collettività i rapporti tra democrazia e intelligence non è un problema di facile soluzione e non posso negare che il lavoro svolto da Angelo Tofalo (M5S) con “Intelligence collettiva” vada in questo senso, con quali risultati è presto per poterlo dire. A mio / nostro avviso solo attraverso un lungo e meditato processo formativo si potrà fare chiarezza e armonizzare le due componenti, in particolare mostrando ai policy makers e ai cittadini la complessità della realtà attraverso figure che hanno operato sul terreno prima che nelle aule.

Per costruire una consapevolezza della complessità della realtà e avviare i cittadini e i policy makers ad ascoltare l’intelligence bisogna innanzitutto decostruire i pregiudizi degli appartenenti a tutti gli schieramenti, intelligence conpresa; impresa ciclopica, matta e disperata, ma indispensabile per trasformare il Paese in una democrazia compiuta quale non è, essendo più che mai determinata dal mostruoso mondo del crimine organizzato, un contro stato a tutti gli effetti.

La decostruzione può avvenire, a mio parere, solo assumendo un atteggiamento critico e autocritico da parte di tutti, e l’umiltà deve essere il primo ingrediente guida. Altrettanto, se di metodo si può parlare, tale processo deve avvenire attraverso la forma della conversazione per ragioni che espongo di seguito.

La conversazione, a differenza della comunicazione e ancor più dell’informazione, consiste in un flusso multi direzionale nel quale ogni individuo parla e ascolta l’altro con l’intenzione di capire, affinché tutti si sentano a proprio agio, accolti e compresi. Perché possa avvenire, occorre imparare il linguaggio e i bisogni dell’altro, sul quale troppo spesso proiettiamo i nostri significati e le nostre esigenze.

Le caratteristiche principali del rispetto consistono nella reciprocità e nel non distinguere tra intelligenze e appartenenze di gruppo.

Essere parte di un gruppo prevede l’esercizio costante della democrazia, ovvero del movimento verso l’altro, che è circolare e non piramidale, giacché include tutti i componenti, nessuno escluso, nessuno sopra agli altri.

Porre la conversazione alla base della formazione non è agevole quando si confrontano formazioni distanti tra loro eppure è uno sforzo indispensabile da compiere, pena l’impossibilità di essere ascoltati.

Non credo che il metodo sia sufficiente a risolvere il problema posto da Christopher Andrew circa i rapporti tra democrazia e intelligence, certo è che a guardarsi intorno grandi successi o rosee prospettive non se ne vedono.

Alberto Massari

Conversazione-Dipinti-di-Tullia-Socin-Fondazione-Socin-Bolzano

Tullia Socin, Conversazione, olio su tela, 
109 x 33,5, 1934