Uno nuovo spettro si aggira per l’Europa, il mafiunismo

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Gli Stati Uniti sigillano i beni dell’uomo che è considerato vicino sia alla mafia russa che a Vladimir Putin. I federali hanno congelato tutti i beni nel Paese dell’oligarca russo Oleg Deripaska. Lo racconta il New York Post spiegando che all’oligarca è stato sequestrata anche una casa nell’Upper East Side, a New York. Il nome di Deripaska è incluso nella lista delle sanzioni perché accusato di essere coinvolto in omicidi, riciclaggio di denaro sporco, corruzione e racket. Nel libro paga dell’oligarca russo ha incluso per anni anche Paul Manafort, ex capo della campagna elettorale di Donald Trump…

“Io non ho nessuna indagine connessa a Putin”, diceva Grinda [Jose Grinda Gonzales magistrato della Fiscalia contra la corruption e la criminalidad organizada di Madrid, ndr.] al fatto.it. “Wikileaks – continua – racconta quello che un membro dell’Fbi sostiene di aver saputo da me. I fatti sono altri. C’è stata una riunione tra la procura americana e quella spagnola, nel gennaio del 2010, perché gli Usa sollecitavano la lotta contro la mafia russa. Hanno richiesto una collaborazione con la procura spagnola. Sono loro ad averci chiesto aiuto. Lì il procuratore generale spagnolo mi ha chiesto che ponessi il caso della mafia russa. E ho incontrato un uomo del Fbi. Io non posso rivelare quanto è stato detto perché era una riunione privata. Posso solo dire che non c’è nessuna indagine su Putin in Spagna. O almeno: non in quest’ufficio”.

ilfattoquotidiano.it 8 ottobre 2018

Niente di nuovo sotto il sole, non fosse che l’Unione Europea rischia di sprofondare in una crisi politica il cui esito nessuno può prevedere qualora prevalesse il disegno putiniano sostenuto dalle quinte colonne che tramano incessantemente.

Se il fronte anti europeo prevarrà, “l’Unione Europea sarà distrutta e così finisce il mio sogno di una vita”, questo pensa Pompeo De Angelis, che tanto ha dato per portare l’Europa fuori dalle tenebre del nazi-fascismo e del colonialismo. Leggete il non detto di Europa e il Toro del 1° febbraio 2016 e capirete cosa intendo.

Torniamo alla Russia di Putin e a quanto il fuoriclasse D’Avanzo con l’aiuto di Bonini scrisse nove anni prima della riunione tra le procure americana e spagnola. Questo è il mondo e il personaggio con il quale Le Pen, Salvini, Orban e non so quanti altri si sono alleati, nel nome di che cosa? Con quale prospettiva?

La sola risposta che vedo è una ridefinizione della UE capace di porre il Mediterraneo al centro del discorso politico; in che modo, per esempio invitando la flotta russa a tornare nel Mar Nero e tenendo a bada le pulsioni neo colonialiste di tanti, ENI inclusa.

Chiudo con le farneticazioni e vi lascio a un articolo che ci rammenta che un tempo La Repubblica era una fonte preziosa di informazione e infatti vendeva un milione di copie o quasi.

Alberto Massari

P.S. Silvio B. era tra gli invitati alla festa di compleanno, 66 anni, di Putin, una bilancia come Margaret Thatcher nata il 13 ottobre come me (il che non significa un bel nulla).

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la Repubblica.it
2001.07.12
Gli anni di Putin a Pietroburgo tra mafie e Kgb
RITORNATO da Dresda a San Pietroburgo, il colonnello Vladimir Putin è un “ufficiale attivo” del Kgb e se, qualche anno prima, quest’ appartenza significava rispetto, dignità e potere oggi è soltanto vergogna e timore. Ricorda Volodja: “In quel periodo la gente voleva fare a pezzi i servizi segreti. C’ era chi proponeva di pubblicare le liste degli agenti e di abolire il segreto sui documenti”. In questa temperie, c’ è un importante vantaggio a essere di San Pietroburgo e del Kgb. Nella città di Pietro il Grande, il Kgb è ancora “Stato nello Stato” , e non importa che a Mosca lo Stato non ci sia più. Superato lo smarrimento di chi, educato a obbedire, è ora senza ordini, i chekisty si sono organizzati in gruppo autonomo di potere e tirano le fila di ogni accordo politico, iniziativa economica, patto amministrativo. I chekisty sono i veri padroni di Piter, come i pietroburghesi chiamano la loro città. La città, anche grazie alla loro presenza o alla loro prepotenza, non è la giungla in cui si trasforma Mosca negli stessi anni. La caduta di San Pietroburgo nella notte dell’ Unione delle Repubbliche Sovietiche non è un paradosso avviene secondo un “disordine programmato” . Il tessuto sociale tiene e anche una parvenza di legalità, sostenuta dal governo democratico di Anatolij Aleksandrovich Sobchak, leader del Movimento per la Riforma democratica e sindaco e Presidente del consiglio comunale di San Pietroburgo. Figura ambigua, Sobchak. Coltissimo, grande affabulatore, bon vivant, di Sobchak non troverete mai in Europa e in Russia due persone che hanno la stessa opinione. Per alcuni sarà «il primo vero democratico apparso sulla scena politica della Russia postcomunista», «il sindaco della rinascita di San Pietroburgo». Per altri, «un parassita», «un amante del lusso a scrocco», «un trafficante di opere d’ arte», «un ladro». Qui conta poco se Sobchak fosse o non fosse un uomo onesto, qui conta dire che Anatolij Aleksandrovich nel municipio di San Pietroburgo si sentiva assediato, oppresso dalle voglie dei singoli, dalle ambizioni delle lobbies, dalle pressioni delle organizzazioni criminali. Putin racconta che quando lo incontrò per la prima volta, il sindaco fu esplicito: «Ho bisogno di un assistente. Ho veramente paura di uscire dall’ ufficio. Non so chi sia quella gente». E’ , più o meno, lo stesso ricordo dell’ ex generale del Kgb Oleg Kalugin: «Informai personalmente Sobchak che nella sua giunta c’ era un ufficiale del Kgb. Si chiamava Sherbakov. Ne prese semplicemente atto e disse: “Caro Oleg, mi sento isolato. Ho bisogno di un uomo che tenga i contatti con il Kgb che controlla questa città”. Sobchak mi chiese chi poteva svolgere quel ruolo. Io gli dissi, ridendo, che quell’ uomo non esisteva perché non ne avevo uno disposizione. A quel punto apparve Putin». Sobchak odia il Kgb e ne è spaventato. Per capire quanto, è sufficiente ricordare che cosa Sobchak dice di Viktor Cherkesov, amico di Putin e in quel momento capo del Kgb di San Pietroburgo: «Cherkesov è al servizio di chi è al potere. Si tratta di persone per le quali le parole “legalità” e “democrazia” sono suoni privi di significato. Per loro esistono soltanto gli ordini che vengono impartiti, mentre le leggi e i diritti costituiscono solo degli ostacoli». E’ giunto il tempo di chiedersi perché un uomo, un politico, un leader che ha tanto timore del Kgb vada in giro chiedendo, come l’ assetato un bicchiere d’ acqua, un uomo del Kgb che possa far da stampella al suo governo. La risposta può essere modulata con le stesse parole di Sobchak: «Il Kgb controlla San Pietroburgo». Senza Kgb non si governa. Senza Kgb non si tengono a bada gli appetiti delle mafii, le mafie, e le curiosità della magistratura. Senza la lobby del Kgb non ci si difende dalle fameliche pressioni del Cremlino. Senza Kgb non ci possono essere i flussi finanziari necessari a non lasciar morire di fame gli abitanti di Piter. Perché il Kgb di San Pietroburgo era tutte queste cose insieme: amministrazione, criminalità, economia, politica e finanza. Sobchak sceglie Putin, “riserva attiva” del Kgb, come suo vice, tra le proteste e i mugugni della dissidenza e gli affida la presidenza del Comitato per le relazioni con l’ estero (Kvs) del comune di San Pietroburgo. Sono gli anni più discussi della vita di Vladimir Vladimirovich Putin, sono gli anni di altri segreti.  In Occidente c’ è chi sostiene che «se non si comprende il nesso che si è creato in Russia tra sistema economico e trasformazione dei servizi di sicurezza, non si può penetrare la particolarità della specialissima conformazione della struttura produttiva postsovietica». «Come è stato ripetutamente confermato da businessmen sia russi che occidentali attivi nell’ area postsovietica spiega Marco Giaconi, che insegna a Zurigo e dirige in Italia l’ Ispei, l’ Istituto di Politica e economia Internazionale il tentativo da parte del Kgb di porre sotto controllo le attività economiche segue sempre lo stesso schema. In prima istanza si fa vivo il racket che chiede tangenti o tenta di estorcere diritti non dovuti. Successivamente, si fa vivo il Servizio che si offre di aiutare l’ azienda in difficoltà. Da questo momento in poi, l’ azienda cessa di aver vita autonoma. In una prima fase, le aziendetarget della rete del Kgb subiscono restrizioni creditizie o passano attraverso qualche improvvisa bufera finanziaria, poi iniziano a ricevere licenze di commercio per settori specifici: alluminio, zinco, paste alimentari, carta, legni speciali. Dopo questa fase, l’azienda target riceve una poderosa spinta verso lo sviluppo, che viene utilizzata sia per inserire vecchi agenti al suo interno che per riscuotere ulteriori tangenti». Per quel che ci riguarda, si può aggiungere che se non si conosce il ruolo svolto da Putin in quel “nesso” economia/spionaggio, non si metterà a fuoco l’ identità dell’ inquilino del Cremlino. < * * *& Soltanto se sei sordo riesci a non ascoltare, sulle rive della Neva o lungo la prospettiva Nevskij, le maligne voci che accompagnano l’ esperienza amministrativa di Volodja. C’ è solo l’ imbarazzo delle scelta. Putin è stato fino al 7 maggio 2000, giorno del suo giuramento al Cremlino come presidente eletto, «consigliere non retribuito» della S.Petersburg Immobilien und Beteilgungen Aktiengesellshaft. Jointventure del Comune di San Pietroburgo, attivissima nel settore immobiliare, fondata a Francoforte, la Spag è stata sospettata dai servizi segreti tedeschi e dalla magistratura del Principato del Liechtenstein di essere il canale di riciclaggio delle mafii del Baltico. La Spag è stata amministrata dall’ avvocato Rudolph Ritter, amico di Putin, arrestato a Vaduz per riciclaggio, ed è oggi guidata da Vladimir Smirnov, sodale di vecchia data di Volodja che, dal maggio del 2000, lo ha voluto accanto a sé al Cremlino nell’ ufficio amministrativo del Presidente con l’ incarico di sovraintendere la «questione dei beni immobili». Non è la sola “amicizia pericolosa” del periodo pietroburghese di Putin. Vladimir Vladimirovich partecipò al processo di privatizzazione e, secondo alcune fonti, il comune di san Pietroburgo spartì i gioielli pubblici “equamente” tra le mafii della città. Al gruppo criminale di I.I. Trabera, la Baltiysky morskoi parokhodstvo, la compagnia di navigazione marittima del Baltico. All’ organizzazione criminale di M.M. Miralashvili, la distilleria di liquori Samtrest. Le mafii più potenti, come la “famiglia” di Tambov di Vladimir Sergeevich Kumarin, si accaparrarono le licenze per i casinò, concesse da Putin. Ma sono voci, sussurri, appunto. Kompromat senza prove. Al contrario, ci sono ampie prove e documenti per definire le sospette responsabilità di Vladimir Putin nello strapotere dei tambovtsy i “bravi ragazzi” della cosca Tambov di Vladimir Sergeevich Kumarin e per i «contratti di baratto» che, nei mesi a cavallo del 1991/1992, costarono alla Russia 124 milioni di dollari, duecentocinquanta miliardi di lire. < * * *& I marciapiedi di Piter hanno un padrone e si chiama Vladimir Sergeevich Kumarin, il satrapo della mafija di Tambov. Lo chiamano “Kum” e, fino a qualche tempo fa, potevi vederlo sgattaiolare, a notte fonda, dalla sua Mercedes verso il casinò “Konti”, o sfilare nel pomeriggio sulla Prospekt Nauki ossequiato dagli intimoriti gestori dei chioschi ai quali aveva imposto, senza eccezione, le regole e i doveri del “rispetto”. A “Kum” piace cenare al “Severnoe sijanie”, al “Palanga”. O al “Nevskie melodii”. Ricevere famigli e supplicanti nella sua suite all’ hotel “Pulkovskaja”, dove i suoi luogotenenti Cheljushin, Slon l’ elefante, Bob la fava, Kanatush, Brjanskij,

di CARLO BONINI e GIUSEPPE D’AVANZO

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