“Peggio di Giancarlo Giorgetti c’è stato solo Giulio Andreotti…”

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Il 13 febbraio 2013 (mancavano pochi giorni all’irruzione in Parlamento della prima delegazione a cinque stelle) questo marginale e ininfluente blog scriveva:

“LA BANDA MARONI ALL’ASSALTO DELLO STATO” SENTENZIA OGGI SU LA REPUBBLICA ALBERTO STATERA. PRESI DI MIRA DA UN CECCHINO INFALLIBILE CON UN TELEMETRO A COINCIDENZA.

Telemetro a coincidenza - Lega Nord e Comunione Liberazione

La banda Maroni all’assalto dello Stato” sentenzia oggi su La Repubblica il nostro mito (giornalisticamente parlando) Alberto Statera. Statera ha messo a fuoco il telemetro. Difficilmente, in passato, gli è tremata la mano.

““Asamaràa in furb, mangen i sass per cagà la gera”. Si parla varesotto stretto nel quartier generale della Finmeccanica-Agusta Westland a Samarate, dove, come dice il detto, sono furbi e mangiano sassi per cagare ghiaia. Stavolta, con l’arresto di Giuseppe Orsi, digerire la pietra della stecca indiana per l’acquisto di dodici elicotteri, di cui una parte sarebbe italianissima, sarà arduo per il presidente-amministratore delegato di Finmeccanica ed ex amministratore delegato di Agusta. Ma anche per la Lega Nord e Roberto Maroni, che tra due settimane corre da presidente della Lombardia. E se perde, come è più che probabile, addio Carroccio. Sì, perché è lui che ha partecipato con passione ad infeudare il polo aeronautico di Finmeccanica, per spostarne l’asse di comando nel suo feudo geografico, in quel di Varese. Non solo le fabbriche sparse tra Venegòn de Sot (Venegono di Sotto in italiano), Vergiàa (Vergiate), ma anche Venegono Superiore, dove Orsi poco più di un anno fa ha trasferito dall’abisso terrone di Pomigliano d’Arco la sede legale di Alenia Aermacchi Spa, dopo la strana incorporazione dell’azienda più grande in quella più piccola. Un impegno preso con la Lega per ottenerne l’appoggio nella scalata a Finmeccanica, al posto di Pier Francesco Guarguaglini.

Soltanto una rivendicazione nordista e segnatamente varesotta, in onore della provincia fatale della Lega Nord e del suo leader o anche un’occasione per rimpinguare le casse del pezzo di partito impegnato nella battaglia interna con il Cerchio magico di Bossi, attraverso un cospicuo sfioro sui 51 milioni destinati alla corruzione in India? Ecco in che direzione va l’inchiesta. Quel che è certo è che Giuseppe Orsi, di San Rocco al Porto, figlio di un farmacista con negozio all’uscita autostradale di Piacenza Nord oggi gestito dalla sorella, conosce Bobo Maroni da molti anni. Emilia Macchi, la moglie del candidato governatore della Lombardia, è apprezzata dirigente dell’Aermacchi. Ma questo, naturalmente, non prova nulla. Se mai, più significativa è la battaglia che contrappose Gianni Letta, lord protettore di Pier Francesco Guarguaglini, e Giulio Tremonti, oggi candidato premier della Lega targata Maroni, col suo protegè Marco Milanese, capo dell’ufficio di collocamento dei nuovi, famelici boiardi padani.

27 aprile 1945 - Avanti -Vento del Nord

In Finmeccanica avevano già collocato nel 2011 come consigliere d’amministrazione Dario Galli, presidente leghista della provincia di Varese, uomo non particolarmente attento a una sana gestione aziendale, ma di sicuri sentimenti xenofobi: «I profughi – asseriva mentre i poveretti morivano come mosche in mare – se li prendano quelli che votano centrosinistra e hanno grandi case». Ma Finmeccanica, l’antico dinosauro delle Partecipazioni Statali, insieme all’Eni uno dei pochi residui grandi gruppi industriali d’Italia, andava preso dalla testa. «Guarguaglini deve rimanere, ha fatto grande questa azienda», proclamava Letta mentre gli scandali, giorno dopo giorno, avviluppavano il palazzo romano di piazza Monte Grappa, percorso da faccendieri, impostori, mediatori internazionali, ladri e sicofanti. «Non si discute, quel posto tocca a noi», replicava Giancarlo Giorgetti, ex bocconiano di Cazzago Brabbia (Cazagh sulla targa in varesotto), presidente della Commissione Bilancio della Camera, tra l’altro autore con la coppia Tremonti-Milanese dell’ascesa di Massimo Ponzellini, di origine compaesana, al vertice della Banca Popolare di Milano, dalla quale è poi uscito in manette.

Al “Tavolo di coordinamento nomine”, cui con Giorgetti partecipavano Gianni Letta, Milanese per conto di Tremonti, Ignazio La Russa, e altri politici di volta in volta, il leghista si batté da par suo per Orsi, il boiardo del Varesotto, leghista di complemento e cattolico fervente, tendenza affaristica Comunione e Liberazione. In cambio della valorizzazione industriale del sacro suolo varesino. E poi? L’accusa sospetta che per favorire la sua promozione Orsi abbia dovuto anche mettere mano al portafoglio. Non il suo, naturalmente, ma quello dell’Agusta. La fonte primaria non è propriamente tra le più affidabili. È quel gentiluomo di Lorenzo Borgogni, ex direttore delle relazioni esterne, dispensatore di tangenti ai partiti e a sé stesso, che Marco Milanese definisce «ladro di polli», come dire il bue che da del cornuto all’asino. Ma non si fatica a credergli, visti i precedenti. Né a credere che i magistrati di Busto Arsizio abbiano trovato i necessari riscontri, nel momento in cui denunciano addirittura manovre inquinanti di Orsi e del suo entourage in corso nei giornali e fino al Consiglio Superiore della Magistratura per farli fuori.

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Secondo la ricostruzione di Borgogni, nella vendita dei dodici elicotteri al governo indiano fu riconosciuto un compenso di 41 milioni di euro al mediatore Guido Ralph Haschke. Ma Orsi gli chiese di sottrarre dal suo compenso nove milioni da far tornare a lui. Di fronte al rifiuto, la consulenza fu aumentata di altri dieci milioni «per soddisfare le esigenze dei partiti e in particolare della Lega Nord». Se è così, mentre il Cerchio magico di Bossi spolpava con Belsito i rimborsi elettorali per comprare diamanti e lauree tarocche, l’ala “tecnocratica” varesina era alla scalata della sentina Finmeccanica, l’ultimo grande gruppo manifatturiero italiano, dove già imperversava il berlusconismo arrembante, ex fasci, ex diccì, ex piessei. Tutti insieme appassionatamente, da Mokbel a Valterino Lavitola, fino ai resti viventi delle cene eleganti di Arcore.

Ora vi diranno che la Finmeccanica, con 75 mila dipendenti e 18 miliardi di fatturato, è l’eccellenza italiana nel mondo nel settore aerospaziale e degli armamenti. Che grandi affari sono in corso: elicotteri alla Russia e alla Corea del sud, 700 milioni di commesse appena conquistate al Salone elicotteristico di Dallas. Se poi va sborsata qualche “commissione” internazionale, nessuno s’impanchi a verginella. Chi scoperchia gli scandali lavora contro il paese in crisi. Esattamente quel che si diceva in altre epoche, quando Vittorio Emanuele di Savoia vendeva elicotteri Agusta e armi, con la protezione della politica, della Loggia P2 e dei Servizi segreti, dirottandoli verso paesi della lista nera dell’Onu e distribuendo ovunque tangenti. Sono passati più di quarant’anni, ma sembra che nella governance del più grande gruppo manifatturiero d’Italia, le abitudini ancestrali siano state soltanto aggiornate ai tempi, ma sul vecchio schema. Mentre la Lega Nord, la forza di popolo cultrice vent’anni fa dei riti celtici tra i bravi valligiani del nord, puri e indefessi, increduli di fronte ai fasti e soprattutto ai nefasti di Roma ladrona, ha finito per incistarsi nel grande, vecchio dinosauro delle Partecipazioni statali, come in un tragico contrappasso etico. Varese come Roma.

Chissà se tra due settimane Bobo Maroni, presunto moralizzatore della sciagurata epoca formigoniana, riuscirà ancora a parlare a quel popolo che per primo incarnò l’insofferenza verso i partiti di Roma ladrona. O se dovrà certificare nelle urne lombarde la fine dell’avventura leghista.”

È cominciata la liquidazione della Lega. Con annessi e connessi, così come doveva essere. Infatti, nulla sarà possibile durante il percorso necessario alla ricostruzione del Paese, senza risolvere il problema del Nord e degli interessi secessionistici alimentati da volontà mittel-europee e pangermaniche che per troppi anni si sono mascherati dietro le volgarità folcloristiche della Lega di Bossi. La soluzione “militare” richiede, tra l’altro, l’interdizione del gruppo dirigente, associato a delinquere, intessuto per anni da Roberto Formigoni e i vertici simil-cattolici degli affaristi di Comunione e Liberazione. Così sarà liberato il Nord con buona pace del defunto don Giussani che ancora si rivolta nella tomba pentito di aver facilitato le attività dei “mercanti nel Tempio”.

Oreste Grani


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Ora spero che nessuno nessuno nessuno (dentro e fuori il M5S) possa dirmi che non l’avevo detto che razza di “garzone di stalla” (ovvero un mascalzone poco maniscalco) fosse Giancarlo Giorgetti.

“Garzone di stalla” e, fino in fondo, uomo della primissima Prima Repubblica. Lo dissi con mie parole (inadeguate) e con quelle ben più abili del mio antico compagno di banco di liceo, Alberto Statera. Che meglio di me sapeva chi fosse Giorgetti e come andava spiegato ai lettori. Certamente quando arrivammo a parlarne, Alberto mio, non mi trasferì l’informazione che di un galantuomo si trattasse. Anzi.

Prima di inoltrarmi in questo problematico post mi chiedo, in totale sincerità, ignorandolo (ma la legge, come sapete, non consente ignoranza): è reato dare del mascalzone cioè del “garzone di stalla non ancora provetto maniscalco” ad uno che si ritiene essere un mascalzone? Aspettiamo la Polizia Postale con l’aggravante che questa volta si tratta di un membro del Governo.

Chissà se è un reato anche dare del “membro” a uno che è un “membro”? Forse, se uno guarda bene-bene i sinonimi e i contrari potrebbe essere un’espressione offensiva anche dare del “membro” a uno come Giancarlo Giorgetti. Per uno che membro lo è realmente.

Che la gente in difficoltà del nostro sud non piaccia ad un bancarottiere nordista (di fatto questo è stato il “distratto-distrattore” a suo tempo inopportunamente e miracolosamente assolto quale ex amministratore della CREDITEURONORD), non solo è credibile, ma è la controprova che con questo esponente apicale (il vero capo?) dei teppisti della politica denominati Leghisti ex nord, non bisognava stringere nessun patto finalizzato “al cambiamento”. La Lega non poteva e non può aver alcun interesse ad alcun cambiamento in quanto non solo, da decenni, è l’elemento determinante della conservazione dell’illecito in Italia (certamente paradossalmente da più anni della stessa Forza Italia), ma, come emerge da un doveroso lucido esame di ogni disavventura giudiziaria leghista, è il crogiolo di ogni forma di trasformismo utile a rimanere sempre limitrofi, se non dentro, alla stanza dei bottoni. Possibilmente d’oro. A Giorgetti leghista, è sempre piaciuta la teppaglia politica forzaitaliota che per decenni, in combutta proprio con la Lega, ha governato l’Italia. Con i risultati sotto gli occhi di tutti quelli che avessero occhi onesti. Non esiste una dichiarazione in cui, sentendo l’odore dei soldi e delle fidejussioni, emergesse alcun fastidio a farsela con Silvio Berlusconi (pluricondannato), Marcello Dell’Utri (pluricondannato e arrestato), Cesare Previti (condannato), criminali che per decenni hanno governato l’Italia. Era Giorgetti che per i Leghisti con quel galantuomo di Marco Milanese (arrestato e pluricondannato ), a sua volta “membro” (e che membro) della squadra di Giulio Tremonti faceva le nomine. Lui e Gianni Letta.

Se uno nella vita ritiene opportuno consultarsi in zona (Galleria Alberto Sordi) “sicura” con uno come Luigi Bisignani (pluricondannato e sempre troppo poco arrestato) e lo fa mirando a tenersi prudentemente (beato a lui che ci crede!!) lontano da eventuali microfoni direzionali capaci di riportarci cosa hanno da dirsi un ultra pregiudicato sempre fuori dalle patrie galere e il sottosegretario di Governo, perché dovrebbe avere a cuore le sorti degli ultimi del nostro Paese, lasciati divenire tali (ultimi degli ultimi) proprio da anni di incuria leghista, forza politica a cui si appartiene da sempre?

Al massimo si hanno a cuore le sorti di Massimo Ponzellini (arrestato e pluricondannanto), già bancarottiere malversatore in veste di vertice apicale della BPM, istituto bancario ciclicamente sospettato di essere stato leggero perfino con ambienti criminali mafiosi legati a quella fogna a cielo aperto denominata gioco elettronico. Al massimo si convive silenti con i falsificatori (sempre leghisti doc) di fatture per costituire fondi neri (o per farsi corrompere?) da dirigenti di SIRAM spa, ovvero il Gruppo Veolia, ovvero gli alleati storici francesi di imprenditori come Ezio Bigotti (arrestato, liberato e ora in attesa di congrue condanne), a sua volta, in Piemonte, puntello della Giunta Cota (altro leghista puro e duro ma condannato) anche attraverso la quasi moglie …Bonino ai suoi tempi assessora proprio del condannato Cota.

Ho un presepe che sfiora le duecento statuette di quelli che piacciono a Giorgetti, il calciofilo (non bibliofilo come il suo vecchio alleato di governo Marcello Dell’Utri), intendendo appassionato di calcio che sarebbe come a dire la cloaca maxima dello sport. Varese Calcio compreso.   

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Questi circa duecento personaggetti (quelli che ho censito io personalmente) sono quelli che piacciono a Giancarlo Giorgetti. Potrei consumarmi polpastrelli a scrivere di mascalzoni che hanno saccheggiato le casse dello Stato negli anni in cui Giorgetti ha fatto politica (che cosa ha fatto d’altro?) ben pasciuto (la Lega è stata mantenuta come il resto della partitocrazia onnivora) anche dai soldi prelevati forzosamente alle collettività allocate a sud di Roma e che, bene o male (ma forse paradossalmente meglio di molti super evasori domiciliati a nord), pagavano le tasse. Giorgetti è uno che nella vita mentre si impegnava a capire “sotto chi” dovesse finire il nord dell’Italia se la tesi di Bossi-Miglio fosse prevalsa, imparava a fare fatture, a registrare fatture, a costituire società, ad aprire conti correnti, a redigere verbali di assemblea perché, tenetelo a mente, il Gianni Letta lumbared è, di fatto, né più e né meno, un commercialista mancato. Con i pregi, pochi, e i difetti (non pochi) di troppi appartenenti a quell’ordine. La Bocconi è un’altra storia così come la vita onesta dei suoi genitori. Così come Ponzellini, uno e due.    

A Giorgetti non hanno dato fastidio (anzi, evidentemente, a lui silente, piacevano) i comportamenti tenuti da migliaia (attenti al numero) di mafiosi riciclatori, veri motori dell’economia sommersa del produttivo nord. Mai una dichiarazione di antipatia o di fastidio a convivere con tali pompe dell’economia illecita. Così come nessuna dichiarazione di condanna della moglie truffaldina. Ma qui è l’amore che, evidentemente, ha prevalso.

E perché uno così dovrebbe piacere a cittadini per bene organizzatisi nel M5S? E viceversa: perché a uno così dovrebbero piacere gli eredi del MoVimento un giorno guidato da Beppe Grillo?

Se la Lega Nord è stata la fogna politica in cui si sono coltivate tutte le xenofobie che oggi vengono ereditate dalla formazione guidata dal duo Salvini-Giorgetti, perché mai gli ultimi, tra i sudici diseredati, dovrebbero piacere all’unto (e non dal signore) e indaffaratissimo Giorgetti? Giorgetti è un immemore spregiudicato politico leghista a cui viceversa sono piaciuti, per lustri, imbecilli accessoriati di corna celtiche, evocatori di salubri eruzioni di vulcani per azzerare partenopei e felsinei, vocianti maschi infoiati per le sgambettanti iscritte a ridicoli concorsi per eleggere miss Padania. A Giorgetti sono sempre andati bene leader di cui non criticava mai la ridicola ritualità di ampolle d’acqua da versare nell’Adriatico. Giorgetti è un ignorantone finto acculturato che ha legittimato per anni l’idiozia della Padania e delle tradizioni celtiche. Giorgetti è tra i massimi responsabili, con le sue scelte nelle nomine manageriali, dei catastrofici risultati delle maggiori aziende di Stato dove, per decenni, in combutta con Gianni Letta/Silvio Berlusconi ha scelto donne e uomini per mettere, con dolo o senza, in ginocchio la nostra economia. E lo faceva non solo perché potrebbe essere un bocconiano un po’ sega (senza dolo) ma, fatemelo sospettare, perché legato ad interessi mitteleuropei antitaliani. Con dolo, quindi. È Giorgetti Giancarlo, non un suo omonimo, che ha massacrato l’ex Finmeccanica con le scelte di manager incapaci. È Giancarlo Giorgetti che ha concorso a cucinare il nostro acciaio. E’ Giancarlo Giorgetti che ha dato il suo assenso a confermare i vertici dell’ENI che oggi, dopo l’orrore perpetuato in  Algeria, sono al centro del più grande scandalo corruttivo che va sotto la sigla OPL 245. Scandalo corruttivo che potrebbe, in un futuro prossimo, mettere in moto un meccanismo da guerra civile in Nigeria da cui potrebbero derivare milioni e milioni di disperarti in cerca di un “reddito di cittadinanza europeo”.

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Sono “ragazzi di stalla” come Giorgetti che hanno fatto il bello e il cattivo tempo in accordo “cencelloso” (non cencioso ma da manuale Cencelli) con i Gianni Letta, i Massimo D’Alema, i Giancarlo Elia Valori, i Luigi Bisignani e che hanno reso possibile gli osceni arricchimenti in Autostrade, a vantaggio del Gruppo Benetton.  Così senza il bene placet di Giorgetti la salamandra Moretti non sarebbe mai potuto passare dalle Ferrovie a Finmeccanica. E così le nomine all’ANAS, all’ENAV, in ogni Ente portuale, per non parlare dei vertici delle Forze armate e dei Servizi. Veramente pensate che Giacomo Stucchi al COPASIR al posto di – faccio un nome – Angelo Tofalo ci sia finito per caso? Giorgetti ha sempre determinato il risultato e la nomina meno problematica per i poteri forti che essistono. Tanto è vero che esiste uno come Giorgetti. Le scelte venivano fatte una volta in accordo con Letta, un’altra con D’Alema, un’altra con Giancarlo Elia Valori, o, come fu per l’esclusione del M5S dalla presidenza del COPASIR, consigliati da Lamberto Dini. Altre volte l’accordo lo ha raggiunto con Luigino Bisignani. E così i vertici delle Banche e la Cassa depositi e prestiti.

Giorgetti quello che si fa scappare che non gli piacciono alcuni milioni di italiani che non sanno come vivere, morto Giulio Andreotti, è il politico con maggiori responsabilità di scelte a discapito della nostra collettività.

“C’ha rotto il cazzo questo nordista di merda”, verrebbe da alzare i toni se fossimo alla vigilia di una qualche guerra civile (con questo linguaggio a cui mi presto direi anche un po’ troppo incivile) in cui fare scorrere, ovviamente metaforicamente, un po di sangue infetto leghista reso tale dalle modalità con cui, per decenni, mentre si riempivano, pagliacci celtici, ampolle rituali, si inquinava la nostra Pianura Padana, il nostro Mare Adriatico, da una parte e il nostro Golfo Ligure dall’altro. Fino a renderli sterili. Mentre si affondavano, in accordo con la criminalità, i rifiuti tossici che si producevano nel produttivo nord, nel resto del Tirreno, nello Ionio o a largo delle coste calabresi e siciliane dove vivono quei parassiti nullafacenti di sudici meridionali che pretenderebbero di essere mantenuti dai nordisti inquinatori, evasori e maxi consumatori di cocaina. Ma dove era questo gerarca anguillesco della Prima Repubblica quando l’Italia, dal Monte Bianco all’Etna, veniva consegnata alla partitocrazia e alle mafie avvinte in un solo continuo voto di scambio? Guardate le date: Giorgetti c’era sempre. Per cui, o ci informa che era un povero mentecatto e che solo recentemente ha cominciato a ragionare, oppure il vertice del M5S deve prendere atto di questa gravissima situazione che rischia di vanificare/tradire la speranza di 11 milioni di italiani che li hanno votati il 4 marzo 2018. Troppo poco tempo è passato per questo tracollo verticale di rapporti e di prospettiva di cambiamento. Giorgetti, paradossalmente ancor più che Salvini (che è ciò che è) è l’anima nera e la conservazione gattopardesca perché nulla cambi. Ma la conservazione di quanto è avvenuto negli ultimi 25 anni è il peggio del peggio che la Repubblica si meritasse. Questo avevo capito si pensasse anche nel M5S.   

I soldi che mancano alla nostra bella Italia per far star bene tutti, sono stati distratti, malversati, portati all’estero (fino in Tanzania dove l’amministratore della Lega Nord da cui traeva vantaggio e parassitario sostentamento anche uno come Giorgetti andava a comprare e a nascondere diamanti), certamente negli ultimi 25 anni, anche da gente a cui questi comportamenti sono stati consentiti da governi in cui Giancarlo Giorgetti era componente sostanziale. Quando dice cose come quelle dette ieri qualcuno, a brutto muso, gli dovrebbe banalmente ricordare, almeno sotto Galleria Alberto Sordi, chi cazzo è e che razza di “garzone di stalla” è sempre stato.  Nella mia semplicità, marginalità e ininfluenza ho cominciato a scrivere, senza timore reverenziale alcuno, chi sia l’efficiente Giorgetti sin dal …giorno in cui ho postato un articolo che lo riguardava. Adoro non sbagliarmi quando appioppo l’epiteto di “garzone di stalla” ad un uomo pubblico. Sempre in attesa di querele, di richieste risarcitorie e di minacce d’altro tipo forte della mia tessera di povertà/acquisti che la Repubblica mi riconosce ad integrazione del mio reddito. Che potete supporre quale sia. Ma sempre, se fosse necessario, pronto a cacciare le carte ovviamente nella reciprocità con chi avesse il piacere temerario di accusarmi di essere un vecchio mascalzone, offensivo nella forma e nella sostanza.

Oreste Grani/Leo Rugens nostalgicissimo di quando, a nome di tutti noi, Giuseppe Grillo da Genova mandava a fare in culo questi “garzoni di stalla” e viceversa, da visionario intelligente, attraversava a nuoto lo Stretto di Messina per portare speranza e conforto alla gente onesta del nostro sud. Sud sempre di maggiore qualità di chi, nel profondo Nord, potrebbe, ogni giorno, essere scoperto colluso con i veri padroni del nostro settentrione, cioè i mafiosi quelli sì di origine terrona.

P.S.

Un giorno sentendo da una persona a me cara il racconto di quanto fosse bella un’isola limitrofa a Zanzibar (Tanzania), ho scoperto perché quello che piaceva tanto a Giancarlo Giorgetti, il puro e duro amministratore immacolato della Lega Francesco Belsito avesse scelto quei luoghi dove tentare di celare agli italiani il malloppo esportato. L’isola si chiama Mafia e deve essere sembrato ai leghisti di ieri e di oggi una cosa furba, ganza, paracula provare a fare una pentolata di diamanti da quelle parti. Pentola ma non i coperchi, come il detto popolare ricorda.

P.S. al P.S.

Direi di dare il giusto credito ad una ricostruzione pacata e ben informata dovuta alla penna di Vittorio Malagutti che ora vi giriamo, così abbiamo aperto con Alberto Statera, prematuramente scomparso, e chiudiamo con Malagutti. Un sandwich di primissima qualità per capire chi sia in realtà questo “garzone di stalla” che se ha fatto finta di farsi scappare una frase un motivo preciso lo deve aver avuto. E potrebbe essere un motivo dirompente.

In mezzo alle due fette di pane, come semplice senape o mayonese, “digeritevi” i miei insulti.

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