Scuola: non pervenuta!

scuola

La parolaccia scuola non pronunciata nel discorso di insediamento programmatico del Premier Conte era di fatto un doloroso annuncio. E vediamo perché.

Ho scritto milioni di parole in questo blog e molte di esse sono sicuramente mal pensate e malissimo dette. Altre, un po’ meno. Così, almeno, appaiono al padre/madre che, come si sa, considera belli tutti i suoi figli, anche quando sono “scarrufoni”. Tra quelle che non mi dispiacciono ci sono le parole usate per mettere in rete, ormai anni addietro, questi due post (KANT E LA TRAGEDIA DELLA SCUOLA ITALIANA – TOGLIAMO 150 EURO AGLI INSEGNANTI, SPUTIAMOGLI IN FACCIA E RICORDIAMOCI DI MARIO PEDINI (P2 BRESCIA N. 570)), tra essi strettamente correlati dal nome di Riccardo Chiaberge e da una dichiarata critica alla condizione struggente in cui la politica, da decenni, ha deciso di lasciare la scuola italiana.

Abbiamo atteso, con pazienza fiduciosa e rispettosa, che da questo governo fossero lanciati segnali rassicuranti in tema di scuola e di “kantismo”. Niente di rassicurante sotto il sole d’inverno se si eccettua un professore di liceo, appassionato di Kant, messo alla Presidenza della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul fenomeno delle Mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere. Per cui Nicola Morra, che poteva fare bene (certamente con passione) il Ministro della Scuola (si diceva fosse destinato quel dicastero nevralgico al M5S), lo hanno messo all’Antimafia e alla Pubblica Istruzione è finito uno come Marco Bussetti che di scuola capisce “da dentro” in quanto ha fatto lo studente (fino alla laurea in scienze motorie), il docente di liceo, il preside, il provveditore, il tecnico di settore nella mitica Regione Lombardia che sarebbe a dire, anche rispettando questo percorso formativo-professionale, “tutto e niente”. E come se in un ganglio strategico per il futuro della Repubblica, ci avessero messo Leo Rugens con tutti il suo corredo di svarioni sintattici, a volte perfino  scritti con ortografia incerta, confuso nelle sue quattro sgarrupate idee didattiche tanto da aver arrogantemente deciso di ideare e mettere a punto un Corso di Formazione alla Polis. Che compie i suoi primi passi con successo ma questo non fa di me una Maria Montessori o un Don Bosco, tantomeno un Gentile Socrate o un Socrate Gentile.   

Torniamo alle cose serie: certamente niente soldi strategici per la formazione scolastica e universitaria usciranno, tra poche ore, dal crogiolo finanziario.

Vediamo almeno, ora che si mette mano ai tagli (così ci hanno promesso per non farci – pur vecchi come siamo – indossare il gillet giallo), di risparmiare da una parte (ci sono buone possibilità ad avere coraggio) e indirizzare, dritto per dritto, il denaro risparmiato verso la scuola ma a condizione di sapere a chi consegnare questi soldi, con che finalità, a che condizioni. Ma per essere così abili bisognava pensare prima, molto prima, un cambio paradigmatico dei processi formativi. Mi sembra che questo ministero, determinante per il grande cambiamento promesso, come ho detto, dovesse andare al M5S che non aveva governato negli ultimi venti anni come hanno fatto, viceversa (vediamo di non dimenticarlo ma!), i leghisti, in quota ai quali è stato scelto il super tecnico Bussetti. Ma, dicono fonti informate, che nulla di tutto questo lavoro preparatorio è stato fatto da Bussetti e che ora stiamo nei famosi guai. Anzi, si dice, che dalla brace passeremo alla padella e poi, fritti nell’olio bollente, ci faranno ritornare tra i carboni ardenti. Povera scuola mia, povero liceo dove hanno osato insegnare, ad uno come me e ad Alberto Statera, gente come Filippo Maria Pontani (quel grecista), …Sciorilli Borelli (quel filosofo) e, come insegnante d’arte, l’affascinante e severa Urban, madre di Federico (quello) e Carla (quella), divenuti entrambi giornalisti di successo.

Ricordi di scuola, parolaccia (scuola) rimasta estranea, come ho detto in apertura, al discorso di insediamento del premier Giuseppe Conte. Per estranea intendo dire nella sostanza e nella forma in quanto mai mai mai pronunciata, neanche per sbaglio, fosse anche in un passaggio retorico o di pausa per prendere fiato. Così “cultura” altra parola bandita. Vediamo ora che bisogna tagliare cosa succede. Vedete che sono ancora un inguaribile ottimista. E come potrei se non fossi ottimista, continuare a chiedervi soldi prendendo atto che siete un popolo di tirchi o, temo ormai, di morti di fame?

Oreste Grani/Leo Rugens


KANT E LA TRAGEDIA DELLA SCUOLA ITALIANA

immanuel-kant

La tragedia della scuola italiana viene da lontano e questa cruda realtà ci da poche speranze.
C’è chi ha fatto il militare a Cuneo (Totò) e chi, come Alberto Bosi, sempre a Cuneo, ha realizzato, nell’indifferenza delle autorità preposte alla pubblica istruzione, un impresa titanica, curando per i classici Utet una nuova versione della Critica del Giudizio di Kant. Era l’anno 1993 e ci avvicinavamo a rapidi passi all’irruzione nella scena politica e “culturale” del Paese del “berlusconismo”. Non tutto l'”azzeramento del merito” in Italia  è stata colpa di Silvio Berlusconi e della sua banda. Prima di lui in molti, si sono applicati per preparare l’attuale catastrofe della scuola italiana. Dagli archivi del “Corriere della Sera” (5 dicembre 1993) leggete questo articolo e, se ci riuscite, meditate:

Kant tradotto da ignoto

l frutto di tre anni di notti insonni è lì nello scaffale, con la sua bella rilegatura in tela blu e i fregi dorati. Alberto Bosi lo guarda quasi incredulo: “Mi ha fatto sputare sangue, dice. Quattro, cinque ore di lavoro al giorno, in aggiunta alle diciotto settimanali di insegnamento. Non le dico le tensioni in famiglia. A un certo punto mia moglie si è ribellata: “O me o Kant” mi ha detto. Per fortuna è una donna di spirito, e l’ha buttata sul ridere”. Bosi compirà cinquant’anni nel’94. Non è un intellettuale di grido, non scrive sui giornali e non è mai stato invitato da Maurizio Costanzo. Vive in disparte con i suoi tre figli in quel di Cuneo, dove insegna storia e filosofia al Liceo Classico “Silvio Pellico”, lo stesso dove ha studiato Giorgio Bocca. Bene: questo Provinciale, questo Signor Nessuno, zitto zitto ha compiuto un’impresa di sesto grado superiore, da far tremare le vene ai mostri sacri dell’Accademia. Ha tradotto la “Critica del Giudizio” di Immanuel Kant per i Classici della Utet, la gloriosa collana fondata da Nicola Abbagnano. La traduzione precedente, di Alfredo Gargiulo, risale al 1906, e fu poi riveduta da Valerio Verra nel Sessanta. Un professorino cuneese a tu per tu con il gigante di Könisberg, uno dei più grandi geni di tutti i tempi. Scusate se è poco. Ma voi credete che qualcuno, nell’ambiente scolastico, se ne sia accorto? Che Bosi abbia ricevuto una promozione, un aumento di stipendio, un’onorificenza, o anche solo un telegramma di felicitazioni dalla Jervolino? Macchè. Niente di niente. A parte i complimenti dei colleghi e degli allievi più affezionati, la cosa è caduta nell’indifferenza generale. Quasi che tradurre Kant rientrasse nel normale mansionario di ogni insegnante. Bosi allarga le braccia rassegnato: “Il fatto è, dice, che non esistono collegamenti seri tra la cultura che si fa a scuola e la cultura accademica. Noi come insegnanti di liceo potremmo scrivere la Critica della Ragion Pura e metterla in un cassetto. Siamo completamente tagliati fuori. L’istituzione non solo non ci dà incentivi, ma addirittura scoraggia attivamente la ricerca. Le pubblicazioni non hanno nessun effetto sulla carriera, si va avanti solo per anzianità . Anzi, in un certo senso, se uno fa qualcosa di importante sul piano intellettuale quasi quasi è meglio che non lo dica in giro. Viene visto come un disturbatore, un vanitoso, uno che pensa soltanto a mettersi in mostra”. Così funziona Jurassic School. Altro che presidi manager, altro che privatizzazione: dopo trent’anni di riforme mancate, i nostri licei sono il regno della mediocrità , del livellamento burocratico. L’apoteosi degli ignoranti e degli scansafatiche. A Cuneo il movimento degli studenti non ha fatto presa, ma Bosi non lo vede con simpatia: “Ancora una volta, come con la Pantera, questi ragazzi stanno prendendo un grosso abbaglio. La riforma non sarà perfetta, ma è un primo passo verso il cambiamento. Adesso ho tanta paura che dopo queste proteste non se ne farà più nulla. Ripiomberemo nell’immobilismo di sempre”. Bosi ha una formazione cattolica, è stato militante della Fuci. Ha studiato a Torino con Pietro Chiodi, con Nicola Abbagnano e con Luigi Pareyson: tesi di laurea sul Cardinale Newman, il celebre teologo anglicano dell’Ottocento, che dopo essersi convertito ricevette la porpora da Leone Tredicesimo. “Newman era un religioso molto “laico”, dice Alberto Bosi, che ha anche curato un’edizione dei suoi scritti per la Utet, che affrontava in modo spregiudicato i problemi culturali della Chiesa del suo tempo”. E Kant? “Kant è meno laico di quanto si creda. Come dice Vittorio Mathieu, è un grande filosofo cristiano, forse il più grande di questi ultimi due secoli e mezzo. Non un cristiano ortodosso, ma un pensatore che cercava la verità partendo e arrivando al cristianesimo. La stessa sua visione dell’uomo come un’entità intermedia tra animale e divinità è un tema cristiano fondamentale, che Kant interpreta con straordinaria fecondità”. Ma c’era proprio bisogno di una nuova traduzione della “Critica del Giudizio”? Non bastava quella pubblicata da Laterza quasi novant’anni fa? “Riletta oggi, quella versione porta i segni del tempo che è passato, anche se Verra ha operato una serie di aggiustamenti formali. Io ho cercato soprattutto di lavorare sullo stile, sul rinnovamento della lingua, sulla fluidità dell’esposizione. Mi sono sforzato di ristrutturare almeno in parte il periodare di Kant. Non mi illudo di esserci riuscito”. È un filosofo oscuro, Kant? “Sa che cosa diceva Gargiulo? Che Kant “pensa scrivendo, ma non pensa a scrivere”. Nella sua prosa non c’è, come in Eraclito o in Hegel, la ricerca dell’aforisma, della condensazione estrema e un po’ ermetica. C’è invece la difficoltà oggettiva di un pensiero che lotta continuamente per definire i propri limiti: l’orizzonte trascendentale. È un continuo annodare e riannodare di fili, che complica enormemente il linguaggio. Ricorda un po’ la differenza tra il lavoro a maglia e il lavoro a telaio. E poi, la “Critica del giudizio” occupa un posto così centrale nell’opera di Kant che non si possono ignorare i collegamenti con le altre Critiche, e gli scritti minori”. Insomma, un lavoro enorme. Avrà avuto meno tempo per i suoi studenti del liceo. “No. Non sono mai venuto meno ai miei doveri, anche se è stata dura. Avrei avuto bisogno di andare a Berlino, a Stoccarda, a Francoforte a consultare delle biblioteche, ma il nostro contratto non prevede queste cose. Per cui ho dovuto ricorrere a complicati stratagemmi, telefonando ad amici in Germania perché mi facessero le fotocopie. È assurdo: all’universitò ci sono i sabbatici, e molti professori sono più spesso in sabbatico che in sede a far lezione. Noi insegnanti di scuola media siamo incatenati al remo anche quando avremmo vitale bisogno di studiare”. Il suo non sarà da considerare come un caso limite? “Niente affatto. Conosco molti colleghi che sacrificano gran parte del loro tempo all’approfondimento e alla ricerca. Non dico che siano la maggioranza, ma certo una minoranza consistente, mettiamo uno su dieci”. Purtroppo lo status giuridico degli insegnanti, qui in Italia, è costruito su misura per gli altri nove. “Guardi, io ho viaggiato molto all’estero, sono anche stato lettore di italiano in un’universita’ della Scozia. E le posso dire che, quanto a personale, la nostra scuola non teme confronti. Sono le strutture che versano in condizioni vergognose. Lo stesso discorso vale per l’università. Nei nostri atenei ci sono studiosi di primissimo ordine, ma lavorano porta a porta con degli emeriti somari, che hanno la stessa targhetta e lo stesso stipendio”. Ci vorrebbe, a questo punto, un po’ di sana meritocrazia. “Ne basterebbe una dose ragionevole: non occorre diventare reaganiani. Prenda il mio caso. Qualche hanno fa ho partecipato al concorso per il dottorato di ricerca in filosofia a Torino, e l’ho vinto. Dopo di che, visti i regolamenti, ho deciso che non potevo farlo. Mi davano settecentomila lire al mese e dovevo rinunciare all’insegnamento. Per quattro anni. E i miei figli come mangiavano? Andavo a chiedere l’ elemosina? Io mi sarei accontentato di poter avere accesso all’università anche solo due settimane l’anno, per partecipare a qualche seminario, mantenendo il mio incarico al liceo. O in alternativa essere messo in aspettativa con lo stipendio da insegnante: magari anche un po’ di meno, ma non settecentomila lire. Niente da fare. Ho sbattuto il muso contro una barriera giuridica insormontabile e mi sono dovuto arrendere. La rigidità dell’amministrazione, la sua incultura, fanno sì che il tempo speso per l’aggiornamento professionale venga considerato tempo perso. La scuola italiana è una sconfitta dell’intelligenza”. È pentito di aver scelto questa professione? “No, a me piace molto insegnare. Per anni non ho fatto altro. Solo che alla fine mi sono scoperto piu’ ignorante di quando ero uscito dall’ università. Ecco perché ho deciso di mettermi alla prova, di cimentarmi con Kant. Adesso che l’ho fatto, sento di insegnare meglio di prima”.

Riccardo Chiaberge

kant-stamp


TOGLIAMO 150 EURO AGLI INSEGNANTI, SPUTIAMOGLI IN FACCIA E RICORDIAMOCI DI MARIO PEDINI (P2 BRESCIA N. 570)

Fire

Dal Parlamento italiano: “Sì, sì, dai… togliamo agli insegnanti 150  euro al mese dal momento che siamo riusciti a non decurtarci di un centesimo le nostre sudatissime prebende”. Se possiamo, come suggerisce un geniale frequentatore del web, sputiamogli anche in faccia, dopo aver strappato le vesti a quelli di loro di sesso femminile che, invece di dedicarsi alle masturbazioni mentali e fisiche di Silvio Berlusconi e dei suoi accoliti, hanno ritenuto che l’insegnamento fosse una soluzione dignitosa per mettere a frutto anni di studio dedicati al latino, greco, letteratura, storia, arte, matematica, chimica. Togliamo i 150 euro al mese e, possibilmente, sputiamo in faccia alle donne, agli uomini (finalmente pari nelle opportunità) che ogni giorno fanno decine di chilometri per recarsi in sedi scolastiche fatiscenti a provare a non lasciare allo sbando “la meglio gioventù” italiana. Quello che dovevo dire sulla Scuola Italiana l’ho “interrato” nel post Kant e la tragedia della scuola italiana.

Posso aggiungere solo che, qualora ci ritrovassimo quella macchietta ignorante di Matteo Renzi come Premier, precipiteremmo dalla padella nella brace. Democristiani sono stati per 50 anni i ministri della Pubblica Istruzione (alcuni inutilmente “colti”), e un ministro “democristiano” (sicuramente ignorante) ci rifilerà il logorroico, vanesio, sindaco di Firenze, ora anche Segretario del PD. A questo punto vi tocca leggere un ulteriore sproloquio liberamente ispirato a quanto, con arguzia unica, ci ricordava, anni addietro, Riccardo Chiaberge nel suo Cervelli d’Italia – Scuola, scienza, cultura: le vere emergenze del Paese. Cominciamo.

Che dire poi di Franca Falcucci, detta “ministra riscaldata”, prima donna a sedere dietro la scrivania che fu di Benedetto Croce? Insegnante di storia e filosofia nei licei, scudiera fedele di Amintore Fanfani, grande integralista e accentratrice, non avrebbe lasciato traccia del suo passaggio se gli immancabili contestatori (leva dell’85) non avessero provveduto a martirizzarla. Gorgheggiavano: “Con la Falcucci / si diventa solo ciucci”… O, più brutalmente: “lo sai che la Falcucci / è alta un metro e mezzo / leviamola di mezzo / leviamola di mezzo”. Lei si vendica come può. Quando le portano le cento cartelle dello scema di riforma delle elementari, elaborato da sessanta esperti,  prende la matita rosso e blu e comincia a tagliare, a correggere: l’aggettivo “mutevole” diventa “progredente”, i mass media vengono italianizzati in “strumenti della comunicazione”, e scompare l’intero paragrafo sui problemi demografici, forse perché parla di sesso. Ma, soprattutto, in tutto il testo il termine “bambino” viene sostituito dall’ottocentesco “fanciullo”. La modernizzazione della scuola comincia dal lessico. E lì si ferma.

Un risultato, però, la signora Falcucci può dire di averlo raggiunto: è riuscita a farci rimpiangere Mario Pedini. Lui quanto meno, per i pochi mesi (tra il marzo ’78 e il gennaio ’79; intanto nelle scuole e nelle università, le Brigate Rosse ed altre formazioni terroristiche, reclutavano decine di giovani ndr) in cui era stato ministro, ci aveva tenuto allegri. Aveva portato, nell’aria mefitica delle nostre scuole, una ventata di genuina comicità. Veniva da Montichiari, in provincia di Brescia, dove aveva insegnato storia nel locale liceo.

Oltre a due lauree (Filisofia e Giurisprudenza) vantava un talento da pianista, degno del conterraneo Arturo Benedetti Michelangeli. Quale miglior curriculum per aspirare alla Pubblica Istruzione, dopo una rapida puntata ai Beni Culturali? Ma la vera vocazione di Pedini era un’altra , che lui stesso ignorava: quella dello showman televisivo.

Una sera va alla trasmissione “Acquario” di Maurizio Costanzo (tessera P2 Roma 626, servo 1°) e si esibisce alla tastiera. Interrogato sulle sue passioni, si definisce “un giramondo” e “un ballerino provetto”, specializzato nei “ritmi africani”. In quel stesso  periodo maturava la tragedia della morte di Aldo Moro! (ndr). Poi, più serio, aggiunge: “La riforma della scuola è un treno, e io ne sono il locomotore, benché non sia ferroviere“. E Mario Marenco, nel suo umorismo surreale, lo chiama “menisco”. Persino Giulio Andreotti, sentendolo sproloquiare in TV, dichiara che i ministri non devono più andare agli show (ndr). Pedini ha anche scritto diversi libri, frutto in buona parte delle esperienze di viaggio fatte negli anni in cui era sottosegretario agli Esteri. Tra  le sue mete preferite, il continente nero, nel quale assicurava di aver lasciato una traccia indelebile presso le popolazioni indigene.

Lo si desume dal memorabile saggio Africa, anni dieci, pubblicato  da una casa editrice bresciana, con prefazione di Emilio Fede (servo 2° ndr) – sì, proprio lui, all’epoca inviato della Rai – il quale testimonia: “Pedini è diventato così popolare presso gli africani che che questi lo chiamano ‘Buana Mario’, che in lingua swaili significa ‘signore’“.Alla sua Africa il ministro è sentimentalmente così legato che non può fare a meno di citarla a ogni piè sospinto. A un lettore del Corriere che gli chiede conto dell’impreparazione dei docenti, risponde: “Ho trovato nella scuola italiana più tribù, ognuna che parla un dialetto diverso, di quante ne ho viste in Africa“. Un giorno va al liceo “Plauto” di Spinaceto, il quartiere-satellite alle porte di Roma, e conforta gli studenti paragonando la loro situazione al Terzo Mondo. Forse per avvalorare questa similitudine, Pedini lascia in eredità un decreto che proroga assegni e contratti ai “precari” (c’erano già? ndr) e stabilizza (che preveggenza? ndr)  i professori incaricati con tre anni di anzianità. Un decisivo contributo alla riqualificazione dei nostro sistema formativo. Si scoprirà più tardi che il suo nome era nella lista della loggia P2 (Brescia tessera 570 ndr): ogni tanto anche il “venerabile” (venditore di materassi ndr) Licio Gelli prendeva qualche abbaglio. A meno che tra i piani della Loggia segreta non rientrasse lo smantellamento della scuola e delle università. Missione – conclude Chiaberge – peraltro, troppo seria per affidarla al professor Pedini da Montichiari. E qui che si sbaglia l’autore del libro: la P2, quello voleva fare (distruggere la Scuola e l’Università) e quello, è riuscita a fare. A prescindere dai frizzi e dai lazzi di Maurizio Costanzo, di Emilio Fede, e dei troppi Pedini. Con la “complicità” di tutti quelli che glielo hanno lasciato fare. Ora, non ci rimane che vedere cosa succede al ritiro dei 150 euro e sperare di assistere alla scena degli esponenti del Governo Letta che, come suggerisce quel geniale internetnauta, “sputano in faccia” ai professori. Soprattutto, quelli precari.

Oreste Grani


Annunci