Amos OZ, OVVERO LA SOLITUDINE DI ISRAELE

amos oz

Ci è facile testimoniare il nostro pensiero, ora che Amos Oz ha cessato di vivere, a proposito della sua vita sofferta e dell’opera letteraria superiore: ci basta ripubblicare i post a lui dedicati, più volte e in tempi lontani (per la vita breve di questo luogo telematico). Amos Oz, è l’esempio di un intellettuale ebreo che viene al mondo quando gli ebrei stavano per passare da essere stati circa 17 milioni a 11/12. Vediamo sempre banalmente di non rimuovere il dato. E mi scuso di questa contabilità ma è una delle cose su cui non solo non discuto, ma mi allarmo quando non si tiene nella pesantissima considerazione questa statistica demografica: quelli che mancano al conto sono stati uccisi. Oltre a questo dato di retroterra del grande scrittore, ritengo doveroso  personalmente evocarne un altro: quando si risvegliarono i nazionalismi da cui venne segnato il secolo scorso. Questa forma di semplificazione grezza si portò dietro l’evoluzione dei tanti razzismi da cui, tra l’altro, il tentativo di sterminio degli ebrei. Israele, con tutti suoi guai annessi e connessi, è figlia di questa scoperta e della  certezza  che il mantenimento passivo della propria identità sarebbe sfociato in un vicolo cieco. Bisognava tornare alla fonte, alle parole, al linguaggio, alla “letteratura” se non si voleva sparire. Non a caso l’idea della rinascita di una patria fu preceduta dalla rinascita della lingua. Pochi sanno che ad un certo punto (e mi scuso per la semplificazione nella ricostruzione) l’ebraico cessò di essere riservato solo alle preghiere e ridivenne la lingua viva del popolo. Parlare, ragionare, scrivere fu il vero inizio di una identità attiva che si trascinò dietro l’azione per avere una patria.  Ogni volta che muore un intellettuale della statura (e dei convincimenti) di Amos Oz, lo Stato di Israele è un po’ più solo ma mentre accade il singolo episodio si fa più forte lo scopo per cui è nato: la vita degli ebrei non dovrà mai più essere sottomessa alla buona volontà (o meno) altrui. Gli uomini come OZ hanno il compito di ricordare a tutti, tutto questo e, al tempo, di invitare i propri compatrioti a non degenerare nel ricordo rancoroso e, in quanto tale, iniquo.

Cose difficili da dire se non addirittura da “pensare” se non si ha il necessario dono della parola. Noi siamo certamente inadeguati ma sentivamo il dovere di provare a dirle. Noi certamente inadeguati. Non lui.

Oreste Grani e la redazione tutta.   


AMOS OZ – CHI HA IL CORAGGIO DI CAMBIARE È SEMPRE CONSIDERATO UN TRADITORE

Cimabue

“Chi è pronto al cambiamento, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento, e hanno una paura da morire del cambiamento e non lo capiscono e hanno disgusto di ogni cambiamento”.

Amos Oz, Giuda, Feltrinelli 2014

Ispirati dal filosofo Giulio Giorello attraverso il saggio Il tradimento in politica, in amore e non solo, sostenemmo che per sconfiggere la partitocrazia che s’è mangiata il Paese, il Movimento 5 Stelle avrebbe avuto bisogno dell’aiuto – del tradimento – di quanti hanno per anni sostenuto la anormale macchina dello Stato italiano. Era il 4 febbraio 2013.

Oggi, un altrettanto autorevole intellettuale, lo scrittore israeliano Amos Oz – oscenamente contestato al Salone del libro di Torino dai soliti e trasversali antisemiti – pubblica Giuda.

Il fatto che un ebreo si avventuri nei Vangeli e punti lo sguardo su una figura consustanziale al Cristo, Giuda, gli causerà qualche problema (gli saremo vicini), ma a noi interessa sottolineare una consonanza che ci emoziona oltre a ribadire un punto di vista che ci attira sguardi un po’ straniti: tradire è sacrosanto quando il patto è rotto.

Il patto cui pensiamo, meglio dire i patti, riguardano, nel caso della gestione della cosa pubblica, quella obbligata onestà cui devono sottomettersi quanti agiscono a beneficio della collettività e non, come tanto spesso accade, per un personale, o di una cordata, tornaconto. Il nostro pensiero va a quei servitori dello Stato e della cosa pubblica che hanno assistito impotenti o sono stati conniventi di un sistema corrotto. Non è mai troppo tardi per dissociarsi, consegnandosi e consegnando i responsabili del malaffare.

Ne guadagnerà la collettività oltre agli onesti e un po’ semplici cittadini del Movimento.

Dionisia

P.S. Storia di amore e di tenebra è un’autobiografia molto bella e utile per capire tante cose.

Amos Oz, i traditori nella storia? “Persone coraggiose che precorrono i tempi”

“Chi è pronto al cambiamento, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento, e hanno una paura da morire del cambiamento e non lo capiscono e hanno disgusto di ogni cambiamento”. … l’ultimo romanzo di Amos Oz, Giuda (Feltrinelli), che arriva 12 anni dopo Una storia d’amore e di tenebre, la sua straordinaria autobiografia. Un titolo fortemente evocativo, perché di tradimento tratta il romanzo. O meglio: sul tradimento s’interroga l’autore attraverso i suoi personaggi. Fra i quali, sì, c’è anche Giuda Iscariota, e c’è pure Gesù. Ma soprattutto c’è Shemuel Ash, una delle figure più tenere che Oz abbia mai tratteggiato. Arruffato e goffo, impetuoso, perennemente e inutilmente di corsa: “la testa riccia che insegue la barba e il corpo piegato in avanti verso la testa, le gambe che precipitano dietro al tronco, come per timore di perderle”. Un venticinquenne “timido, sensibile, socialista, asmatico, propenso tanto all’entusiasmo quanto alla precoce delusione”. E con un’idea fissa: Gesù è stato un grande uomo, un ebreo morto da ebreo che non si è mai sognato di essere il figlio di Dio. È stato Giuda, in realtà, a crederlo divino e a favorire la sua morte per dimostrane l’immortalità. Altro che traditore, dunque, Giuda. Piuttosto il primo dei seguaci di Gesù.

È la tesi del dottorato di ricerca di Shemuel, che però non riesce a concludere i suoi studi per i problemi finanziari della famiglia. Per lo stesso motivo accetta il lavoro offerto da una strana coppia di suocero e nuora: vitto, alloggio e un piccolo stipendio per far compagnia qualche ora al giorno a Gershom Wald, vecchio e invalido. Ma in quella casa carica di ricordi e di lutti, Shemuel troverà nuovi stimoli per la sua ricerca, altri traditori e tradimenti che non necessariamente furono tali. Primo fra tutti, Shaltiel Abramavel, consuocero di Gershom e padre di Atalia, sua nuora.

Abramavel era stato cacciato nel 1947 dal Comitato esecutivo sionista e dall’Agenzia ebraica per essersi opposto a Ben Gurion e soprattutto all’idea di uno stato ebraico. “Lo chiamavano traditore perché era sempre insieme agli arabi” ricorda Wald. “Mi diceva: perché avere tanta fretta di fondare qui nel sangue e nel fuoco uno staterello lillipuziano, a prezzo di una guerra eterna?”. “Nella storia” fa dire Amos Oz a Shemuel “compaiono di tanto in tanto persone coraggiose che precorrono i tempi e per questo vengono chiamati traditori oppure pazzoidi”. Traditori come Charles De Gaulle quando decise di smantellare con le sue stesse mani il governo francese in Algeria e concedere piena indipendenza alla maggioranza araba. Come Abramo Lincoln quando affrancò gli schiavi. Come gli ufficiali tedeschi che cercarono di uccidere Hitler. Addirittura come lo stesso Ben Gurion quando disse sì alla spartizione di quel pezzo di terra in due stati, uno ebraico e uno arabo.

Amos Oz scrive una storia ambientata ieri (la fine degli anni Cinquanta) che affonda le sue radici nella nascita del cristianesimo e si trascina ben oltre la fine del romanzo, arriva fino ad oggi, alla drammatica situazione di quel lembo di terra senza pace. Amos Oz è uno scrittore, racconta storie, disegna personaggi. Affonda la lama nel cuore dei problemi, non offre soluzioni. Lancia tanti stimoli e allarga lo sguardo da diversi punti di vista. Ma che storie le sue storie, e con quale superba scrittura le sa raccontare.

ilfattoquotidiano.it

 

IL TRADITORE NECESSARIO

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AMOS OZ, ELOGIO DEI TRADITORI: “SPESSO VENGONO CHIAMATI COSÌ GLI UOMINI CHE SONO CAPACI DI CAMBIARE”

«E direte loro: così dice il Signore, ecco che riempio di ubriachezza tutti gli abitanti di questa terra e i re che siedono sul trono di Davide e i sacerdoti e i profeti e tutti coloro che dimorano a Gerusalemme» (Geremia 13, 13). Nella cultura d’Israele c’è una costante profonda, anche affascinante, di indignazione spietata, metodica e talora pure violenta nei confronti del potere, dei sovrani. In questo contesto si innestano il profeta Samuele che accusa gravemente re Saul, Nathan che dice a re Davide delle cose molto pesanti, e naturalmente Geremia, ma di fatto a questo proposito non c’è soluzione di continuità: si arriva sino a scrittori ebrei contemporanei quali Bialik, Brenner e Yizhar e da loro all’attualità del nostro presente.

Geremia profetizza distruzione e catastrofi vuoi perché la gente ha costruito case «nell’ingiustizia» e «senza diritto» vuoi anche perché è atterrito alla vista di quella insanità mentale che lui definisce «ubriachezza»: lo spaventa vedere un popolo pacifico e un regno pacifico correre così a sbattere la testa con il muro di Babilonia.  «Attenti!» dice il profeta alla sua gente, ai suoi contemporanei. Un popolo piccolo non deve neanche provarci, a comportarsi come se fosse una grande potenza: quando si è a cavallo di una motoretta sull’autostrada della storia, dice Geremia, bisogna evitare di guidare come se si fosse al volante di un Tir. Fate attenzione ad accusare i vostri capi in Babilonia, a far conto sull’Egitto, ad andare contro tutto il mondo.

Ai contemporanei di Geremia non piaceva affatto ascoltare queste cose: si imbufalivano moltissimo con lui, i gangli del potere ribollivano di rabbia, gli irriducibili sempre pronti a rinfacciare imprecavano contro quel traditore di Geremia, i prefetti finirono col rinchiuderlo nel cortile della prigione, così che stesse zitto una buona volta, che la piantasse di abbattere l’umore nazionale, di fare il gioco del nemico, quinta colonna che non era altro.  Non di rado coloro che hanno qualcosa da rimproverare al re, ai principi, ai profeti e al popolo vengono definiti «traditori» dalla maggioranza della propria gente e da chi la governa. Data una rapida occhiata a quella categoria lì, di quelli che sono sempre pronti a puntare il dito, nella Gerusalemme di duemila anni fa e più, di coloro che ce l’avevano con il profeta Geremia, mi sono sentito proprio a casa…

«Chi è il traditore?» è una domanda che mi turba sin da quando ero bambino. Sono stato chiamato «traditore» tante di quelle volte, in vita mia. La prima è successo quando avevo appena otto anni, l’ultima spero che debba ancora venire. «Chi è il traditore?» mi domando. Non sto parlando del traditore banale, come quello che lavora in una fabbrica e in cambio di denaro vende segreti di produzione a una ditta concorrente. Non sto neanche parlando del traditore adultero, colui o colei che fa le corna alla persona che ama.  Sto parlando del terzo tipo di traditore. Perché talvolta, agli occhi di coloro che non cambiano e non sopportano il cambiamento, che non capiscono il cambiamento, che hanno una paura tremenda del cambiamento, che odiano coloro che cambiano, il traditore è semplicemente la persona che cambia, che è capace di cambiare. Pensate alla storia del popolo ebraico nell’epoca moderna. Benjamin Theodor Herzl, che fu pronto a soppesare la possibilità di fondare lo Stato ebraico in Uganda invece che in Terra d’Israele, almeno temporaneamente, perché la Terra d’Israele gli sembrava irraggiungibile mentre la questione ebraica la considerava improrogabile: allora non pochi convinti sionisti consideravano Herzl un traditore. E David Ben Gurion, quando nell’autunno del 1947 diede parere favorevole alla spartizione della nostra patria in due patrie separate, una per gli ebrei e una per i palestinesi: in molti lo chiamarono traditore. Anche Menachem Begin, quando andò incontro a Sadat e si dichiarò disposto a restituire all’Egitto tutto il Sinai, in cambio dell’accordo di pace. E Itzhak Rabin e Shimon Peres con gli accordi di Oslo: Rabin pagò addirittura con la vita, per il proprio coraggio.

Allora a volte mi domando: quale club è più rispettabile? Quello i cui soci sono coloro che talvolta vengono definiti «traditori» dai propri contemporanei, o quello di coloro che nessuno ha mai chiamato «traditori»? Quello di Geremia o quello dei cosiddetti «profeti menzogneri»? Quello dei populisti che cantano sempre qualcosa che li possa portare in testa al corteo pubblico della politica? Amore e rabbia, amore e riprovazione, amore e profezia funesta, non sono degli opposti. Ogni tanto, solo ogni tanto, il traditore è colui che ama veramente. «Fedeli sono le ferite di chi vuol bene» (Proverbi 27, 6).

Amos Oz, La Stampa 21 giugno 2018

Dal 4 febbraio 2013, quanta acqua sotto i ponti, quanti affogati nel Mediterraneo e quante lacrime sono state versate; a quella data scrissi un post dedicato a Giulio Giorello e al suo saggio sul tradimento, mi perdonerete l’auto citazione:

Giulio Giorello: “Il tradimento – in politica in amore e non solo”, Longanesi 2012:
Tradire non è un’azione qualunque. Tradire richiede che il soggetto sia consapevole di operare contro un patto, una norma o una promessa, con il fine di interrompere lo svolgimento di una impresa, di una storia in atto. “È l’aspetto bifronte della libertà dischiusa dal tradimento: chiunque ne sia coinvolto – per passione politica, per trasporto amoroso o magari per il semplice gusto di farlo – valuta i vantaggi che procura un dato corso di azioni contro gli svantaggi che arrecherà la punizione, se la macchinazione viene alla luce: la sua mente non pare più una singola entità individuale, ma una più o meno inquieta assemblea che deve deliberare la propria linea generale”. Per decidere una azione rischiosa ci vuole dunque coraggio “Si tratta di un gioco mortale. Come dice lo Hegel della Fenomenologia dello Spirito, «è soltanto rischiando la vita che si mette a prova la libertà». Solo così si dimostra che l’individuo è qualcosa di più del suo «rimanere sommerso nell’espandersi della vita». Non basta essere una persona; il traditore deve essere anche un coraggioso: per quanto siano subdole le sue azioni, infami i suoi scopi, deve almeno avere l’audacia di tradire – tutti e tutto, comprese le sue più radicate convinzioni: solo a questo prezzo diventa davvero l’angelo (cioè il messaggero) della libertà del soggetto” (Il tradimento, pagg. 199-201).

Chi, dopo avere giurato alla Repubblica, viola la Costituzione e i codici, più che un traditore è un delinquente e come tale va trattato; se il delinquente si pente e tradisce i suoi, ben venga; troveremo un meccanismo per proteggerlo e consegnarlo all’oblio.

Anche chi tradisce il voto dei propri elettori, mancando agli impegni o immaginandosi al di sopra di tutti e di tutto, merita il proprio tradimento.

Dionisia

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