L’ingrata progenie* 2 – Orbán, il figlio di Soros

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Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu, 18 luglio 2018

Il post è dedicato a Csanad Szegedi che un giorno scoprì di essere ebreo…

Ma qui ci interessiamo di Viktor Orbán e del suo mentore e sostenitore politico, George Soros (un palindromo) oltreché di Vladimir Putin il quale dal 31 dicembre 1999 al 7 maggio 2000 svolse le funzioni di capo dello Stato pro tempore, per poi giurare come presidente della Federazione Russa il giorno stesso. Da allora poco o nulla è cambiato lungo le rive della Moscova.

Correva l’anno 2000…

Apre il primo ufficio di superpoliziotti americani all’estero
A Budapest combatteranno la mafia russa insieme ai colleghi del luogo

L’Fbi sbarca in Ungheria
Entusiasti gli Usa, un po’ preoccupati i “partner”

BUDAPEST – Saranno investigatori a tempo pieno con un solo, grande obiettivo: sgominare la mafia russa. L’Fbi apre il suo primo ufficio all’estero e lo fa in Ungheria, una sorta di portale tra l’est europeo e gli Stati Uniti. E’ stato il governo di Budapest a chiedere aiuto agli Usa, visto che i vertici delle organizzazioni criminali hanno base proprio nella capitale ungherese. Così i super poliziotti americani avranno ampia libertà nella loro lotta contro il crimine, più di quanta ne avrebbero ottenuta in qualsiasi altro stato.

Innanzitutto potranno portare armi e, d’accordo con i loro colleghi ungheresi, arrestare i criminali. Saranno i dirigenti dell’Fbi a scegliere i colleghi di Budapest che lavoreranno al loro fianco. Il caso è piuttosto eccezionale, visto che i casi di “esportazione” del corpo scelto di polizia americana è avvenuto saltuariamente in momenti eccezionali. “La mafia russa è un affare multimiliardario”, spiega l’ambasciatore statunitense in Ungheria, Peter Tufo. “La sgomineremo”.

Gli americani sembrano entusiasti del progetto che partirà il mese prossimo: sarà un punto di partenza, un modello che potrà essere esportato in paesi in cui è alta la concentrazione di criminalità come gli stati balcanici, la Nigeria e il Sudafrica. Gli ungheresi invece sono un po’ preoccupati, anche perché di sicuro si porrà la questione dei processi ai criminali arrestati.

(22 febbraio 2000) la Repubblica

Trascorre qualche anno e nel 2004, Federico Varese, il consulente di Le Carré in tema di mafia russa, dice la sua:

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LA MAFIA RUSSA IN ITALIA

20/04/2005
Come alla fine degli anni Novanta alcuni esponenti della Solncevo, famigerato gruppo criminale moscovita, tentarono di impiantarsi in Italia. Obiettivo: riciclare denaro sporco. La frattura fra russi e italiani. Un radicamento modesto.
di Federico VARESE
1. IL PROBLEMA DEL TRAPIANTO DI MAFIE straniere in un determinato paese – ed in particolare il trapianto di mafie dell’Est in Europa occidentale – preoccupa studiosi, politici e forze dell’ordine. Ad esempio, il tenente colonnello Zsolt Bodnár della polizia ungherese, in forza presso l’unità che combatte il crimine organizzato, ha dichiarato nel settembre del 2000: «La mafia russa è già presente in Ungheria in maniera massiccia. Vengono qui ad aprire aziende legittime e poi semplicemente aspettano, poiché sanno bene che l’Ungheria sarà presto parte della Unione Europea e a quel punto le loro opportunità saranno infinite» [neretto della redazione]

Finalmente anche Soros interviene nel merito e ricorda a Orbán chi lo ha finanziato non certo per diventare ciò che l’Europa e i democratici temono:

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George Soros, finanziere miliardario americano di orgini ungheresi, attacca il leader ungherese Viktor Orban. Orban ha usato l’odio anti-Soros diffuso in certe fasce della popolazione per guadagnare consensi e solo pochi mesi fa ha minacciato la chiusura dell’università fondata dal finanziere a Budapest.

Soros ha sempre investito nell’istruzione e lo stesso Orban quando era un leader d’opposizione nella Ungheria comunista si è giovato di una borsa di studio per Oxford finanziata da Soros. Oggi per la prima volta il finanziere risponde alle accuse del politico in un’intervista al Financial Times in cui accusa il primo ministro ungherese di «bugie e distorsioni».

«Orban è davvero cambiato, una volta guidava la ribellione al regime comunista ora si è trasformato nel leader di uno stato mafioso», dice Soros che ricorda quando «sosteneva» Orban: «a quel tempo quando lo sostenevo, lui era un giovane leader di un gruppo studentesco che frequentava corsi speciali e si era organizzato per opporsi al regime dominante, lo meritavano». Adesso invece Soros osserva: «il partito di Orban, Fidesz alimenta sentimenti anti-misulmani e usa luoghi comuni antisemiti, questa Ungheria ricorda quella degli anni Trenta».

Soros smentisce categoricamente le dichiarazioni del governo Orban secondo cui Soros stesso finanzierebbe un piano per portare un milione di migranti all’anno in Europa, piano che costringerebbe alla ricollocazione gli stati Ue. Questa è la propaganda che Orban ha usato per opporsi al piano di ricollocazione deciso a Bruxelles. Con lui e il suo governo si oppone tutto il gruppo di Visegrad in particolare la Polonia.

Che un problema democrazia esista in Ungheria è confermato da una iniziativa del governo americano. Il ministero degli Esteri statunitense ha stanziato 200 milioni di fiorini (circa 630.000 euro) per sostenere la stampa indipendente in Ungheria. Lo ha annunciato l’incaricato d’affari dell’ambasciata americana a
Budapest, David Kostelancik, sottolineando che in Ungheria i media governativi dominano la scena in modo incontrastato.

Oligarchi vicini al premier Orban hanno infatti comprato quasi la totalità dei giornali di provincia. E un anno fa hanno acquistato e liquidato anche il principale quotidiano del Paese, il Nepszabadsag (liberale). Kostelancik ha definito questo scenario “preoccupante”.

Finanziamenti del genere, da Washington, fino ad oggi, sono stati erogati solo per Paesi in via di sviluppo. E l’iniziativa americana non è piaciuta al governo ungherese: l’incaricato d’affari è stato convocato al ministero degli Esteri e il
ministro Peter Szijjarto ha protestato per l’«ingerenza illegale negli affari interni dell’Ungheria». Fonte Il Sole 24 Ore

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George Soros

Come sappiamo Orbán, ingrato figlio, ha cacciato Soros e la sua università fuori dall’Ungheria, mentre i cittadini ungheresi denunciano apertamente i suoi legami con il capobanda del Cremlino, Vladimir Putin. Stiamo e vedere le evoluzioni future; certo fa sorridere che tanti scoprano oggi che i Russi influenzino la politica dell’Occidente o almeno ci provino.

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Mi permetto una piccola divagazione per osservare che nella monumentale opera di Christopher Andrew, si trovano solo due riferimenti alla mafia, in particolare a quella “georgiana di Berija”. Strano vero? Lapsus o cosa? Eppure ricordo che anni prima del crollo del Muro, i quotidiani nazionali italiani facevano spesso riferimento a una onnipotente “mafia russa” che regolava addirittura il rifornimento di beni primari a Mosca, in particolare degli alimenti. Chissà a Cambridge che giornali arrivavano.

Mi limiterei a menzionare l’inchiesta sull’origine del potere di Putin fatta da D’Avanzo e Bonini nei primissimi anni Novanta dove risulta evidente che l’intelligence italiana e di mezzo mondo “sapeva” benissimo il peso della mafia nella politica sovietica prima, russa poi, che è quasi lo stesso, e riporto un eccezionale articolo del 1984 pubblicato dal fu eccellente quotidiano La Repubblica:

ODOR DI RUSSIA A CONEY ISLAND
“QUANDO i primi treni cominceranno a partire, lascerò per sempre la mia Russia”. Alexandr Esenin-Volpin, poeta e scienziato russo, declama la sua famosa poesia in un ristorante fumoso presso piazza Ungheria in Roma. Gruppi di russi in preda all’ eccitazione hanno occupato il ristorante “AL CEPPO” tutto quel pomeriggio del 1972, poche ore dopo l’ arrivo alla stazione Termini, direttamente da Mosca, dell’ uomo chiamato “il padre del movimento democratico in Russia”. Mezzo cieco, un po’ impazzito per le droghe che gli avevano iniettate, sognava di visitare la Germania come un Werther russo, rileggendo in preparazione il “Viaggio in Italia” di Goethe. Il figlio del grande poeta russo Serghei Esenin realizzava solo parzialmente il suo sogno. Era in Occidente, finalmente libero, ma aveva lasciato per sempre la sua amata Russia. Treni e treni lasciavano Mosca diretti in Occidente. Dissidenti, contestatari, scontenti, intellettuali sovietici giungevano in Europa a ondate, e i loro nomi diventavano familiari in Occidente: Bukovski, Grigorienko, Ginsburg, Gorbanevskaia, Kuznetsov, Siniavski e Aksionov, Aleshkovski, Kopolev, Korzhavin, Maximov, Nekrasov, Voslenski, Voinovich, Zinoviev. Durante gli anni della distensione, dopo il 1970, emigrarono dall’ URSS circa 300.000 ebrei, 70.000 cosiddetti “tedeschi del Volga”, decine di migliaia di armeni, dissidenti, pittori e scrittori. Negli anni Ottanta l’ esodo ha avuto termine. La distensione è finita. Oggi in Occidente arrivano soltanto un pugno di emigrati. Gli ebrei americani tornano a protestare. Gli ebrei sovietici fanno di nuovo lo sciopero della fame, rivendicando il loro “diritto” all’ emigrazione, un diritto garantito da convenzioni internazionali di cui l’ URSS è firmataria. L’ esodo degli anni Settanta ha costituito la terza ondata dell’ emigrazione sovietica verso occidente, dopo il milione di “emigrati bianchi” dopo la Rivoluzione, e i 200.000 profughi dopo la seconda guerra mondiale. Mentre le due prime ondate erano succedute a due dei maggiori rivolgimenti di questo secolo, la “terza emigrazione sovietica” era il risultato di una serie di spinte internazionali: l’ insistenza, guidata dagli americani, per il libero movimento delle persone, gli accordi di Helsinki, le pressioni delle organizzazioni ebraiche mondiali, la preoccupazione della superpotenza sovietica per la propria immagine, l’ esplosivo movimento di dissidenza all’ interno dell’ URSS e l’ offerta di vantaggi commerciali e di nuove tecnologie da parte degli USA in cambio del permesso di emigrare per gli ebrei. Essa è diventata una “emigrazione amministrativa”. C’ è una letteratura sui russi bianchi, ma la letteratura sull’ emigrazione successiva alla Seconda guerra mondiale è ancora da scrivere. La storia è poco nota. La cortina di ferro era stata ermeticamente chiusa e il popolo sovietico era stato isolato per una generazione quando negli anni Sessanta il governo sovietico cominciò a rilasciare visti di uscita ad alcune delle centinaia di migliaia di ebrei che ne avevano avanzato richiesta per riunirsi ai propri parenti in Israle. In un primo momento, quella politica sembrava una questione di carattere razziale: gli ebrei sovietici non erano mai stati assorbiti e tornavano in patria in Israele. Ma presto restò soltanto la finzione di una emigrazione ebraica. I tempi erano cambiati. Il dissenso era diventato un problema serio dopo la morte di Stalin. I campi del Gulag esistevano ancora e le cliniche psichiatriche erano diventate di moda, ma l’ emigrazione era un modo più semplice di sbarazzarsi degli indesiderabili e dei malcontenti. Essi venivano “emigrati” in Occidente, dove sarebbero stati presto dimenticati (quel piano ha funzionato, e la dissidenza è stata spezzata). Ai turbolenti tedeschi sovietici è stato consentito di partire per la Germania occidentale. Gli armeni, la maggior parte dei quali non parlano quasi per niente il russo, si sono uniti alle loro famiglie in USA. Complessivamente, per quasi dieci anni c’ è stato un esodo di massa verso l’ Occidente. Mentre alcuni dissidenti venivano semplicemente messi su un aereo o su un treno con un biglietto di sola andata verso l’ Occidente, le procedure normali per gli “ebrei” erano più complesse. Chi aspira a diventare un emigrato ebreo sovietico ha bisogno dell’ invito di un parente che viva in Israele. Il governo sovietico tavolta consente che quella lettera d’ invito arrivi. Con l’ invito in mano, egli può quindi chiedere il visto di uscita, e a questo punto diventa un traditore e probabilmente perde il lavoro e i diritti civili. Dopo mesi e anni di procedure burocratiche, moduli, assicurazioni e nulla osta, e se riceve il visto, parte per Vienna, e di lì per Israele. Così è in teoria. A Vienna, tuttavia, molti decidono che preferirebbero recarsi negli USA, o in Francia o in Australia. Questi “rinunciatari” vengono mandati a Roma, una specie di scalo di smistamento che mette al vaglio gli immigrati diretti verso terzi paesi. Essi vengono scelti, controllati e indagati da una miriade di organizzazioni: il Consiglio mondiale delle chiese e la organizzazione ebraica americana HIAS, l’ Ufficio dell’ ONU per i profughi, la Commissione internazionale per l’ emigrazione e l’ immigrazione (ICEM) e i reparti immigrazione delle varie ambasciate. Moduli, domande, rinunce, assicurazioni. Una vera emigrazione per via burocratica. Una certa Roma russa è nata negli anni Settanta, anche se Roma ha esercitato sempre una particolare attrazione sugli intellettuali russi. Decine di migliaia di nuovi “russi” vivevano in pensioni e stanze di affitto attorno alla stazione Termini e in via Merulana, da Monte Sacro a via delle Medaglie d’ oro, in appartamenti che venivano passati da una famiglia di immigrati ad un’ altra. Gli odori della cucina russa aleggiavano dalle finestre nella zona di piazza Fiume. Masse di russi si stabilivano ad Ostia perchè erano disponibili degli appartamenti. La zona cominciò ad essere chiamata Ostiagrad. Facevano la spesa a piazza Vittorio, commerciavano vetture usate con targhe olandesi in piazza di Spagna, s’ impegnavano nell’ economia sommersa, vendevano “matrioske” a Porta Portese. La biblioteca Gogol a piazza San Pantaleo, organizzata da intellettuali russi all’ inizio del secolo, forniva libri che erano stati proibiti in patria. La chiesa ortodossa di via Palestro provvedeva a soddisfare i bisogni spirituali e alle celebrazioni religiose dei matrimoni nell’elaborato stile ortodosso. Bambini russi nascevano al Policlinico; i radicali provvedevano agli aborti. La “mafia” russa commerciava in icone e oggetti d’arte, alcuni rubati, altri confiscati con la forza ai nuovi arrivati dalla Russia [evidenziato dalla redazione]. I dissidenti tenevano conferenze stampa, i pittori non conformisti organizzavano mostre. Uno hippy ex moscovita morì per overdose. Il russo era diventato una lingua basilare sulla linea di Ostia del Metro. Si sentiva il russo nelle strade, nei musei vaticani, nelle ambasciate, nella importantissima “organizzazione” dei profughi, di fronte all’ HIAS di viale Regina Margherita, dove una volta hanno fatto una dimostrazione per ottenere più visti d’ ingresso dagli USA. La vita continuava a fare il suo corso: matrimonio, nascita, aborto, morte. Roma è tuttavia solo una fermata amministrativa dell’ itinerario dell’ emigrazione. Anche se molti russi vorrebbero rimanere, l’ Italia non è un paese di immigrazione, e accetta pochi in via permanente. Gli USA assorbono la maggior parte di coloro che lasciano Roma. Il Canada è il secondo paese di immigrazione, seguito dall’ Australia e dalla Nuova Zelanda. Alcuni sono andati nel Sud Africa, in Venezuela e in Argentina. In Europa, si sono stabiliti in Inghilterra, in Francia, in Germania e in Svezia. L’ afflusso odierna a Roma da Vienna e dall’URSS è divenuto soltanto uno stillicidio. Centomila russi sono invece dilagati rumorosamente a New York negli anni 1970, e hanno cambiato ancora una volta la mappa etnica della città. Alcuni si sono insediati in un vecchio sobborgo russo presso Yorkville, sulla riva orientale superiore di Manhattan. Alcuni vecchi caseggiati sono diventati interamente russi, con costernazione dei vecchi fattorini negri degli ascensori. Davanti a tutte le porte di queste case ogni mattina viene depositato il quotidiano in lingua russa di New York, “Novoie Russkoie Slovo”. Altri si sono trasferiti nel vecchio quartiere ucraino della città bassa, presso Greenwich Village e Little Italy, con le sue chiese ortodosse, le drogherie, i negozi e i ristoranti russi. La maggiore concentrazione è a Brooklyn, a Brighton Beach e a Coney Island, che guardano sull’ Oceano Atlantico. Sembra Ostia. Sembra, ancora di più Odessa. Si dice che metà degli ebrei di Odessa siano emigrati a Brooklyn. Brighton Beach è ora una “città sovietica”, in continuo sviluppo. Stare a Brighton Beach la domenica mattina è come stare a Odessa. I negozi sulla Main Street sono russi, le insegne sono russe. Per la strada si parla il russo. I chioschi sbandierano pubblicazioni in lingua russa. Allo Snack-bar si cuociono i pelmeni, e i piroshkì sono caldi. L’ odore delle aringhe aleggia per la strada del lungomare. Un manifesto annuncia l’ esibizione di un nuovo cantante pop russo al “Bakù”. C’ è nell’ aria odore di Russia. Un ebreo odessita troneggia nel suo sfarzoso gastronòm, così come faceva nel suo emporio di Odessa. I suoi prodotti russi vengono forniti da immigrati sovietici a New York. Il pane nero russo viene cotto nella vicina Jersey City da un fornaio di Odessa, che non ha fatto altro che trasferire la sua attività a Brooklyn. La New York russa esplode di vitalità. I nuovi russi hanno sopraffatto i vecchi russi bianchi.Nuove attività proliferano come i funghi: consulenti fiscali, assicurazioni automobilistiche, officine di riparazioni, servizi di taxi, negozi di antiquariato e galleria d’ arte, società di navigazione e di trasporti, negozi, ristoranti, clubs, giornali, programmi radio e tv. I russi riempiono ogni possibile spazio creato dal loro stesso mercato. Essi hanno portato con sè la Russia a Vienna, a Roma, poi a New York. Amano New York. La maggior parte di essi ama l’ America. Il loro nuovo giornale, opportunamente, si chiama “Il Nuovo Americano”, naturalmente in russo. I russi bianchi da tempo naturalizzati non approvano questi nuovi arrivati “impertinenti e ambiziosi”. Li chiamano “quei tipi sovietici”. Fra di essi vi sono emissari di vari rackets, gangsters, truffatori che imbrogliano le assicurazioni, organizzano finti divorzi per ricevere dal comune un doppio sussidio di disoccupazione. “Quel che è peggio”, bisbiglia un vecchio russo bianco, “è che la metà di loro sono agenti del KGB”. La chiesa ortodossa della East 97th Street è stranamente ancora sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca. I “nuovi arrivati” se ne tengono al largo perchè “puzza troppo di sovietico”, e perchè, secondo le voci che girano, chi ci va non riceverà mai il passaporto americano. E questo è il sogno di ogni nuovo immigrato: un passaporto americano per poter rivisitare la Russia. Un vecchio sogno russo. I danzatori classici formatisi in URSS – alcuni emigrati, altri transfughi – hanno rivoluzionato il balletto americano. Il re e la regina sono Mikhaìl Barishnikov e Natalia Makarova. Il Teatro Kirov di Leningrado è chiamato “la scuola dello American Ballet Theater”, tanti sono i suoi ballerini trasferitisi in quel teatro newyorkese. E Carnegie Hall ha regolarmente sul cartellone nomi di artisti russi. I nuovi cabarets e ristoranti russi sono più popolari del tradizionale vecchio “Russian Tea Room”. Il “Bakù” e l’ “Odessa” di Brighton Beach sono freschi di Russia sovietica. Gli addobbi, la musica, i tavoli apparecchiati con l’ aringa, il caviale e la vodka, gli odori e la lingua, sono russi. Il sabato sera all’ “Odessa” è come andare a visitare la Russia. La New York russa è uno spaccato della società sovietica. Un newyorkese curioso può vedere come è una città sovietica a Coney Island. Gli ebrei sovietici di Odessa, aiutati dai russi che sono con loro, fanno della loro New York una città russa sovietica. A Parigi è tutt’ altra cosa. Oleg Tselkov, un pittore surrealista di Mosca, dice: “Parigi è sempre stata il mio sogno”. Egli proclama di non sentire per niente la mancanza della Russia. “Ho lasciato tutto dietro di me. Non ricordo nemmeno l’ arte che ho lasciato là, dove non sapevo neanche quanto fossi “non libero””. Il fascino esercitato da Parigi sui russi è antico. Secondo quanto si dice, il “bistro” francese viene dalla parola russa “bystro”, che vuol dire “presto”. Nel 1825, a Parigi i cosacchi chiedevano da bere dicendo sempre “bystro, bystro!”. Gli esiliati del XIX secolo si dirigevano direttamente verso Parigi, culla del liberalismo. Parigi è stata una delle fucine della Rivoluzione. I russi bianchi degli anni Venti vi si stabilirono, e crearono un mito. Gli intellettuali della “terza emigrazione” hanno sentito quell’ attrattiva. Pur non essendo un paese di immigrazione, la Francia offre ancora un rifugio agli emigrati politici. Gli intellettuali dissidenti russi si considerano esiliati politici, non emigrati. Molti di loro si sono affermati a Parigi, ed hanno restituito alla Ville Lumière un po’ del fascino dell’ epoca della Russia bianca. Parigi è il centro degli intellettuali della “terza emigrazione”. Una dozzina di nuove pubblicazioni in lingua russa sono nate a Parigi negli anni Settanta. La più famosa è “Kontinent”, diretta dallo scrittore Vladimir Maximov. Varie personalità di prestigio della letteratura russa vi si sono insediate, fra cui Viktor Nekrasov e Andrei Siniavskji. Ora Maximov, Eduard Kuznetsov e Vladimir Bukovskji hanno fondato “L’ Internationale de la Resistence”, con sede centrale sugli Champs Elisèes. La YMCA Press è la maggiore casa editrice in lingua russa. A Parigi c’ è un giornale russo, “Russkaja Mysl”, c’ è la Biblioteca Turgheniev e il Conservatorio russo. La chiesa russa di Rue Daru, presso l’ Etoile, è un centro di vita sociale russa. Nuovi ristoranti russi sono spuntati come i funghi; “Les Deux Guitares” e “L’ Etoile de Moscou” presso l’ Arco di trionfo, e il “Rasputin”, il “Praga”, lo “Tsarevich”, la “Douchka”, il “Samovar”. Rudolf Nurejev è diventato il direttore del Balletto dell’ Opera di Parigi, ed è assistito da Evghenji Poljakov, giunto dal Comunale di Firenze assieme a Bogianckino. Oleg Tselkov così esprime il pensiero degli intellettuali in esilio sul perchè sono oggi a Parigi: “Io sono un artista, ma nell’ Unione Sovietica mi sentivo un eroe. Qui sono semplicemente un membro della comunità dell’ arte. Lì stavo sempre a gridare: “Ascoltatemi!”. Ora grido di meno: mi limito a parlare al pubblico”. Così come altri “esiliati” sovietici, egli non aveva molte altre scelte, oltre quella di partire. Tselkov così descrive una parte della procedura del suo caso: “Quando dissi all’ ufficio del personale dell’ Unione degli artisti che volevo emigrare, l’ impiegato mi prese la tessera dell’ associazione, la mise in un cassetto, e mi disse: ” Lei è espulso dall’ Unione”. La mia carriera artistica era finita, nel giro di un secondo”.

di GAITHER STEWART

31 luglio 1984 sez.

Alla fine ho come l’impressione che ci troviamo di fronte a doppi, tripli e quadruplici giochi davvero interessanti.

Alberto Massari

Nota*

Il titolo è un omaggio a “Grande guerra, Massoneria e origini del Fascismo (1914-1923)” di Gerardo Padulo

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