Vanno a giudizio i minacciatori del Senatore Mario Michele Giarrusso

Giarrusso

Il nostro Paese, dalle Alpi a Capo Miseno, è anche rappresentato da quanto ci permettiamo – “a nostro sommesso avviso” come si diceva un tempo – di segnalare.

Spero che nessuno consideri questo post che affido fiducioso all’amica Rete, cosa minore o dettata esclusivamente dalla stima che porto al senatore Mario Michele Giarrusso del M5S.

In questo nostro Paese tormentato e impegnato (forse troppo se non esclusivamente) a preoccuparsi di respingere le piccole o grandi “Exodus” (accostamento che non deve far sobbalzare nessuno e che comunque sento di dover fare), due cittadini catanesi (non entro nel merito se siano pregiudicati o meno e, in quanto tali, eventualmente, ulteriormente pericolosi, perché questa è materia esclusiva dei magistrati) nei prossimi giorni (il 15 gennaio 2019) vanno a giudizio in quanto imputati del delitto

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Di questo è chiamato a rispondere, con tutte le garanzie di legge, tale Giuseppe Ruscica che comunque è accertato essere il reggente (sarebbe il capo) del Clan dei Cursoti.

Il cittadino Mario Sicali, a sua volta, sarà  giudicato in quanto imputato del delitto

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Sottolineo, oltre che il linguaggio forbito, la creatività dei due che corredavano le loro minacce con scelte grafiche raffiguranti pistole, bombe e coltelli.

Il WEB è anche questo.

Come il WEB è anche il luogo dove è possibile recuperare la foto di uno dei due minacciatori, ritratto seduto su di un trono (tutti i gusti sono gusti) abbigliato, per altro, rigorosamente in tuta.

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Giuseppe Ruscica

Eviterei di attribuire questo dettaglio (la tuta) quasi mi assumessi un qualche ruolo di arbiter elegantiarum. La sottolineatura (la tuta) è per gli addetti ai lavori, sperando che ancora ne esistano in questa Italia in difficoltà, paese distratto come è a fare sempre altro che il contrasto (costante e permanente si dovrebbe definire e, in questo spirito, attuarlo) indirizzato a sconfiggere la criminalità grande o piccola che sia. La “tuta”, sentite a me, è la “divisa” di chi è sempre pronto a farsi arrestare, nulla temendo. E non nello spirito, legittimo, del “male non fare, paura non avere”, ma perché, in carcere, “in tuta”, si sta più comodi. L’amico è in “tuta” perché lancia segnali a chi di dovere. Amici e nemici. E abbigliato in modo frugale, povero, non in quanto persona “minore”.

Al contrario. La “tuta”, di tutti i segni che si devono saper interpretare ai fini preventivi e di massima prudenza in questa gravissima vicenda (leggete e rileggete le espressioni minacciose indirizzate per scritto in modo plateale e indelebile) e tra i più gravi. Segni quindi che non circoscriverei al giudizio, che andrà come andrà, sperando ovviamente che i magistrati pesino opportunamente l’offesa alle istituzioni repubblicane implicita nelle minacce, essendo il senatore Giarrusso, sia all’epoca dei fatti che oggi, membro autorevole della Commissione Parlamentare antimafia e persona che, notoriamente, si è esposta, da anni, sul fronte della lotta alla criminalità organizzata. Giarrusso, tengo a ricordarlo a chi, preso dalla propria quotidianità potrebbe distrarsi, è nei pensieri – non benevoli – anche dei fratelli Graviano. Il “combinato disposto” di tanta acredine (la somma delle minacce e delle maledizioni dei due cittadini catanesi Rustica e Sicali lascia allibiti) e quanto è certo essere stato l’intendimento dei Graviano, mi sembra, senza che il senatore si allarmi, questione non minore che andrebbe valutata prima (ho scritto prima) che si spargano le solite lacrime di coccodrillo.
Cosa ultima ma non ultima le minacce sono particolarmente gravi perché, come ritengo si dica a termine di legge, sono indirizzate con “metodo mafiososo”.  E questa è certamente un’altra aggravante. La prima e la più odiosa che vengano indirizzate verso un senatore dela Repubblica noto per il suo imegno, da anni, nella lotta alle mafie.

Oreste Grani/Leo Rugens