Francia: la parte per il tutto ovvero come l’insorgenza parigina ci tocchi da vicino

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Mi sono permesso di sostenere (era il 12 giugno 2017) che Macron non doveva stare tranquillo perché le percentuali che sbandierava erano calcolate esclusivamente sui francesi che si erano recati al voto. Un povero vecchio di cosa deve vivere se non di “lo avevo detto”? Anzi, diciamolo meglio: lo avevo scritto. A meno che quanto ora potete (anzi, dovete) rileggere non vi appaia scarso a pre-veggenza. Ma allora è un problema vostro.

In un Paese in evidente difficoltà sin da quella data, mi ero permesso di sostenere che i numeri assoluti dell’esercito di chi “non” era andato a votare, se si fossero sommati a quelli che erano contrari al Presidente già in modo dichiarato e “ideologico”, avrebbero svelato una netta maggioranza di “incazzati” che, se avessero trovato modo di mobilitarsi e di esprimersi, avrebbero cappottato il ragazzotto/fungo. Vi prego cortesemente di darmi riscontro di chi, altri da questa marginale e ininfluente redazione, era stata così puntuale nella previsione dell’attuale clima parigino.

QUEL 50% DI ASTENUTI/APATICI IN FRANCIA NON VI DOVREBBE FAR DORMIRE TRANQUILLI

In Francia, l’apatia (ricordate i pensieri affidati artificiosamente da questo blog a Valentina Nappi e la statunitense Tera Patrick?) è la vera vincitrice se, come ho capito, solo il 50% degli aventi diritto è andato a votare. Il 32% del 50% mi sembra che corrisponda in realtà al 16% degli elettori. Vuol dire che un Paese importante come la Francia verrà governata da un Macron che apparirà padrone della piazza politica ma non delle piazze. A mio modestissimo giudizio. Comunque, se continuate a pensare che non esistano i poteri forti, i complotti, la massoneria, datevi all’Ippica come si diceva un tempo. Perché viceversa esistono i poteri forti (e Macron ne è espressione); il mondo è governato da oligarchie che complottano le une contro le altre (e Macron è espressione di una di queste oligarchie l’un contro l’altra armata) e, soprattutto, anche in Francia comanda la massoneria. E Macron potrebbe banalmente risultare affiliato ad una loggia.

Quel 50% di apatici (o incazzati neri?), se fossi in voi, non lo considererei cosa di poco conto. Certi che nelle periferie saranno andati a votare ancora meno del 50% degli aventi diritto. Centro e periferia mi appare la dicotomia strategica che, tra le altre, ha bisogno di una soluzione che consenta la risalita, già di per se disagevole, lungo l’asta del pendolo. Se uno vuole può consolarsi con il fatto che la Le Pen è stata sconfitta. E con lei la Democrazia. Non me la sento di chiamare democratico un Paese che verrà governato, senza quasi opposizione, con il consenso del 16% dei voti e in Stato d’Emergenza prolungato a tutto il 2017. Stato d’Emergenza, avete capito bene?

Oreste Grani/Leo Rugens

Così è stato ed ieri, più degli altri sette sabati precedenti, quanto accaduto a Parigi (ma anche in giro per la Francia), lo conferma. Anche se si fosse pronti a far uscire dalle caserme i parà e i carri, l’esperimento rappresentato dal “masson-banchieretto” è da considerarsi fallito. E questo avviene a pochissimi mesi dalle votazioni europee. Nel Paese dove risuona la Marsigliese, la ruspa di ieri, usata per sfondare il portone del ministero più esposto per finalità istituzionali al rapporto con i cittadini, deve far riflettere tutti quelli che non sanno fare di conto e che confondono le percentuali con i numeri assoluti. Anche in Italia. Anche il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. E con questo ho detto la mia dopo aver ricordato in altro post (“La rivoluzione caterifrangente ” del 18 novembre 2018 ma che riprendeva un altro post addirittura del 23 giugno 2013) che nel “maggio francese” alcuni che sapevano “cosa fare in piazza” erano “agenti addestrati” e non banali prevedibili poliziotti in borghese infiltrati alle dipendenze della Francia stessa. La catastrofe di una Unione Europea senza identità politica e culturale (aggiungo senza un intelligence continentale sul modello Five Eyes e, tantomeno, un esercito esclusivamente europeo) è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliano vedere. E questo mentre i problematici (vi piace l’eufemismo?) abitanti delle periferie parigine si stanno sostanzialmente astenendo! Periferie (non solo quella di Parigi) abitate da una percentuale di musulmani certamente contaminata da “soldati” pronti a lavorare per aumentare il caos e le ipotesi di insorgenza. Una miscela che gli arroganti ambienti della sicurezza francese si meritavano ma che non possiamo in alcun modo sottovalutare per ovvi motivi di vicinanza. Che ormai si possa definire quanto da mesi accade in Francia (a prescindere dalla spinta iniziale anche favorita dalla rete) agitazione sovversiva (non entro nel merito di quello che ho solo accennato e cioè che alcuni francesi si meritano quello che sta accadendo) non c’è dubbio. Che l’agitazione sovversiva venga ormai praticata (fosse anche a rotazione durante i numerosi sabati) da migliaia di cittadini che, sul campo, autoapprendono le tecniche propedeutiche all’insorgenza urbana, è altrettanto un fatto certo. Che veri e propri comportamenti sovversivi (o di legittima ribellione non entro nel merito in questa sede) finalizzati al raggiungimento di fini ideologici, politico-economici, politico-confessionali o legati a singole cause specifiche si stiano diffondendo e rafforzando, eviterei di negarlo.

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Quella a cui assistiamo è un fenomeno evoluto di disobbedienza civile dove non a caso la miscela esplosiva (che poi è facile far esplodere) è data da una certa percentuale di cittadini pronti a forme di resistenza passiva, altri, alla disobbedienza, altri a sacrificarsi per questioni di principio e utopistici. A questi si aggiungono, in senso stretto, “compagni di strada” che a loro volta possono essere sostanziati da tutto e il contrario di tutto. Lo zoccolo duro ormai esiste e si esprime, nella maggior parte dei casi, in atti vandalici e nel danneggiamento o distruzione di beni pubblici o privati. Un certo numero di questi protagonisti in autoaddestramento emulativo potrebbero anche essere pronti a determinare lesioni a persone memori dei dieci francesi che sono morti in queste circostanze. Altri ancora hanno un apparentemente ruolo provocatorio ricorrendo a insulti e minacce che possono far saltare i nervi al personale delle forze dell’ordine. Personale ormai ben protetto da equipaggiamento statico ma forse non all’altezza di logoranti giornate come quelle che si susseguono. Da quel poco che si può dedurre dalle fonti aperte (ma le scene filmate, il sonoro e le foto fisse aiutano) qualcuno potrebbe aver cominciato a sviluppare la tecnica del doppio livello dotandosi a latere di piccole strutture impostate su ordinamenti cellulari (o poco più numerosi) per imprimere alle manifestazioni la svolta verso un tipo di violenza da far apparire “di massa” e diffusa. Durante questi mesi potrebbe essersi sviluppato un modo di riunirsi, semi-clandestino, dove si potrebbero essere create le condizioni per un forma di indottrinamento (ecco i professionisti all’opera) che ieri è sembrato dare i frutti che gli antagonisti si prefiggevano. La rete, per suo conto e natura (e ben usata), sta facendo quanto un tempo veniva effettuato da pubblicazioni, volantinaggio, produzione di documenti ideologici ma, a mio modesto avviso, dietro a questa “efficenza e tenuta nel tempo” ci sono anche numerose riunioni dal vivo. Quello a cui assistiamo infatti è uno strano fenomeno evolutivo di quella che un tempo si studiava essere la fase di pre-insorgenza in quanto l’insorgenza tradizionale era legata al controllo, sia pur parziale, del territorio e dal condizionamento della popolazione residente. Quello che accade in Francia (per ora primariamente nella capitale) è comunque un controllo, sia pur temporale, del territorio. Per alcune ore, da mesi, ogni sabato, gli insorgenti, liberano/occupano porzioni di città e in quelle enclave “liberate” dettano la legge della violenza a sostegno delle loro tesi/rivendicazioni. Siamo in presenza di una forma evoluta di propaganda che utilizza tutti i media per far circolare le proprie posizioni e rivendicazioni che, passo dopo passo, svelano la loro natura politica. O Macron il belloccio li piega (quanto prima e usando forme alte di repressione) o dovrà andare a casa, innescando un effetto domino in tutta Europa le cui conseguenze sono di difficilissima previsione. Sto parlando di geopolitica, anche mediterranea tenendo conto di quanto sta per succedere ulteriormente in Tunisia lasciata da tutti senza un disegno e senza una prospettiva strategica. E questo potrebbe avvenire a ridosso delle elezioni per il Parlamento Europeo previste a Maggio. Parlo della Tunisia stremata (soprattutto nel sud) dalla disoccupazione ma potrei aggiungere che dalla Libia non arriva una sola notizia tranquillizzante. A cui si aggiungono farneticazioni di ritorno di una Giorgia Meloni che parla di blocco navale da organizzare tra le nostre coste e quelle libiche. Tenete conto che mentre la signora  potrebbe essere giustificata per preparazione inadeguata in materia tanto complessa, nel suo mini partito, si contano un ex ministro della Difesa (Ignazio La Russa) e un sottosegretario sempre alla Difesa (Guido Crosetto). Questo per dirvi come è stato governato il Paese e da che razza di farneticatori incompetenti.   Torniamo alla tragedia francese.

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Sembra difficile immaginare (questo è il tanto disdicevole complottismo?) che qualcuno, negli intervalli tra un fine settimana e un’altro, work in progress, abbia elaborato una strategia tanto ambiziosa o sofisticata, ma eviterei di scartare a tavolino l’ipotesi di un piano ben ordito per destabilizzare la Francia. E non solo. Anche perché la trafila tradizionale (agitazione, terrorismo, insorgenza) è stata modificata fortemente e non possiamo sapere a che punto sono le varie fasi che potrebbero assumere forme virulente (terrorismo compreso), ancora una volta, inaspettatamente. In molti, sbagliando, davano calante il fenomeno e la carica antagonista, per oggettiva stanchezza. Mi sembra che sia avvenuto il contrario e questo vuol dire che qualcuno ha saputo lavorare durante il Natale e il Capodanno. Non mi sembra che si sia fatta festa tra le fila degli “insorgenti”. Tenete conto che quando parlo di terrorismo anche in questo caso dobbiamo immaginare forme ibride e fortemente innovative. Quello che è accaduto in Germania (parlo della diffusione dei dati di una intera classe dirigente) se uno pensa che lo sappiano fare solo alcuni hackers “tedeschi” si potrebbe risvegliare in un vero e proprio incubo. Sabotaggio, terrorismo in una situazione come quella francese (paese con fortissima tradizione informatica) se si sommassero alla “piazza” svelerebbero che il Re Macron (Re si era sentito il giovanotto vanesio) non solo è nudo, ma che nessuno lo difenderà quando partirà il metaforico assalto alla Bastiglia.

L’aggregazione politico-sociale pre-in sorgente in Francia potrebbe saper transitare a forme evolute anche in tempi rapidissimi. Nessuno, in questo momento, è in grado, infatti, di dare risposte certe sulla capacità o meno di questa forma magmatica di raggiungere il fine radical-rivoluzionario che potrebbe essersi proposto fin dall’inizio. Quanto accade solo dei servizi di intelligence intelligenti e preveggenti avrebbero potuto prevederlo. Ma non mi sembra che in Francia oltre che ad interessarsi a fare business (anche, se non soprattutto, a discapito dell’Italia) e a mantenere/alimentare scelte neocolonialiste nella loro vecchia Africa, sappiano fare. Noi stiamo inguaiati, ma i cugini stanno malissimo. E questo, alla luce della “ruspa” messa in campo ieri, è fuori di ogni dubbio.

Oreste Grani/Leo Rugens

P.S.

Per il mio piacere abbino a questo post (che ho scritto con intendimento serio) un esempio di un “falso” a tema. Le riflessioni che seguono leggetele con l’informazione tranquillizzante che non appartengono a nessun “verbale” di una qualche attività di studio ipotizzante strategie eversive per l’oggi ed in particolare per la Francia o per l’Italia. Come a breve (forse in uno dei prossimi post) rivelerò, quello svolto è banalmente un gioco che la “macchina del tempo” e il vissuto personale, mi consentono di fare. Ho preso un documento “vero” e l’ho fatto diventare “falso” con la premessa che andava considerato tale. Ho preso in realtà parte di un documento nato per prepararsi a saper affrontare una ipotetica guerra rivoluzionaria in Italia e l’ho messo in rapporto con un post in cui evoco uno scenario complesso (pre-insorgente) in Francia.  Di tutto questo caledoscopio mi preoccuperei sostanzialmente di quanto – da otto settimane – accade nel Paese nostro confinante. Manca soltanto una settimana (e mezzo) se dobbiamo dare retta al titolo di quel indimenticabile film del febbraio del 1986. In realtà di indimenticabili c’erano solo Kimila Ann Basinger e le sue movenze seducenti. La meravigliosa Kim con ascendenza multietnica: un po’ tedesca, francese, inglese, scozzese e irlandese. Niente di italiano. Ma non si può avere la perfezione.

Attenti quindi al tempo che sta scadendo: Nove settimane e mezzo!

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CONCETTI FONDAMENTALI

Come vi è stato detto, la mia relazione esamina le tecniche della guerra rivoluzionaria. Ovviamente, per far ciò in modo organico, devo accennare anche ai concetti fondamentali su cui la guerra rivoluzionaria si basa.

Vorrei anzitutto precisare, per dovere di obiettività, anche qualche limite della guerra rivoluzionaria.

È mio personale convincimento, ad esempio, che Mao-Tse-tung in particolare, e i comunisti nel loro complesso più in generale, non abbiano teorizzato né codificato compiutamente la guerra rivoluzionaria. Essi ne hanno compreso lo spirito e adattato qualcosa che già esisteva ad uno schema loro, alla loro rivoluzione e alla loro concezione dialettica della storia. Questo qualcosa che già esisteva, Mao-Tse-tung lo ha appreso, più che da Sun Zu, da testi occidentali, e precisamente da Clausewitz, da von Mohke e – perché no? – forse anche da Machiavelli.

In effetti, Mao-Tsetung ha imparato da questi testi principalmente a ragionare con fredda logica sulla guerra «tout-court », prima ancora che sulla guerra rivoluzionaria; alla quale ha poi applicato gli stessi metodi.

Vediamo appunto cosa dice Clausewitz e cosa dice Mao-Tsetung sulla guerra, e come da tali concetti si arriva alla guerra rivoluzionaria. Clausewitz afferma: «La guerra è un atto di forza che ha per scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà ». La definizione di Mao-Tse-tung è più particolare di quella di Clausewitz; se vogliamo più dettagliata, ma anche meno limitata; essa consente cioè di adattarsi anche a conflitti di tipo non ortodosso, come è appunto il caso della guerra rivoluzionaria. Scrive Mao-Tse-tung: «L’obiettivo della guerra è senza altro quello di conservare le proprie forze e annientare quelle del nemico. Annientare il nemico significa disarmarlo o comunque privarlo dei suoi mezzi di resistenza) e non distruggerlo in senso fisico… » – ecco qui un concetto sulla guerra in generale, che si attaglia benissimo alla guerra rivoluzionaria – « Va sottolineato che l’annientamento del nemico è l’obiettivo principale della guerra, mentre la conservazione delle proprie forze è solo l’obiettivo secondario… ». La frase finale è soltanto una forma cinese per esprimere il concetto ben più lapidario di von Moltke: «La miglior difesa è l’attacco ». In verità, come abbiamo detto, prima ancora di leggere Sun Zu, Mao-Tse-tung ha studiato a fondo Clausewitz e von Moltke. Gli occidentali, al contrario, li hanno del tutto dimenticati. Tanto è vero che continuano, nella generalità dei casi, a restare sulla difensiva.

Lasciamo ora la guerra in generale e veniamo alla guerra rivoluzionaria, e precisamente agli scopi che essa persegue. La guerra rivoluzionaria, come è stato più volte detto, si prefigge principalmente la conquista delle popolazioni. Cerca cioè la decisione fuori del campo di battaglia, nel cuore del paese nemico, per paralizzarne dal di dentro la volontà e la capacità di resistenza. Potremmo qui citare una frase di von der Goltz, che sembrerebbe quasi formulata di proposito per il caso nostro: «Si tratta non tanto di annientare i combattenti nemici, quanto di annientare il loro coraggio ».

Attraverso la conquista delle popolazioni, la guerra rivoluzionaria trasforma l’uomo stesso in arma, sia che l’interessato ne abbia coscienza, o meno. Nel secondo caso, l’uomo-arma diviene palesemente un « robot »; ma anche nel primo, finisce spesso per divenirlo; perché, se conserva la coscienza del proprio stato, rinuncia tuttavia a una volontà propria, e quindi rinuncia ad essere libero.

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Veniamo ora a un altro concetto della guerra rivoluzionaria, quello che potremmo definire «delle tre strategie ».

Così come esiste una strategia generale della guerra, esiste anche una strategia generale della guerra rivoluzionaria, nonché una strategia particolare di quella determinata guerra rivoluzionaria che a noi interessa. Insomma, la guerra rivoluzionaria deve studiarsi come «un tutto unico» e non frazionarsi nelle sue singole operazioni; per cui va diretta e coordinata al vertice, non affidata esclusivamente all’iniziativa di un capo locale. Mao-Tsetung, pedante come al solito, ma chiaro, scrive in proposito:

« Noi dobbiamo studiare le leggi generali della guerra, dobbiamo studiare le leggi generali della guerra rivoluzionaria in Cina… L’idea secondo la quale la vittoria strategica si raggiunge solo attraverso singole vittorie tattiche è errata… ». Qui può trovarsi la spiegazione degli insuccessi occidentali di fronte alla guerra rivoluzionaria comunista: l’aver dato di volta in volta singole risposte tattiche locali, senza impostare una contro guerra rivoluzionaria totale per combattere (anche con criteri offensivi) l’intero mondo comunista.

Ancora un concetto fondamentale della guerra rivoluzionaria, valido peraltro non solo per questa, ma per qualsiasi tipo di guerra. Le basi del pensiero militare classico dell’occidente si ritrovano ancora una volta nella guerra rivoluzionaria condotta dall’oriente, ripetute in cinese e applicate da Mao-Tse-tung: mantenere l’iniziativa, evitare una difesa passiva, concentrare le forze sullo Schwerpunkt. Fra le ripetizioni di Clausewitz dovute al dittatore cinocomunista, non va dimenticata questa, pregevole nella sua icasticità: «La nostra strategia consiste nell’opporre uno contro dieci, la nostra tattica nel battersi in dieci contro uno ».

Resta ora da considerare il metodo della guerra rivoluzionaria, metodo che lo stesso Mao-Tse-tung può indicarci: «Qual’è questo metodo? Esso consiste nello studiare fino in fondo sotto tutti gli aspetti sia la situazione del nemico che la propria, nell’individuare le leggi che regolano l’azione del nemico e tener conto di queste leggi quando si decidono le proprie azioni ». Si tratta, come è evidente, di concetti molto elementari, ma che spesso in occidente si trascurano. Perciò, è bene ribadirlo.

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  TECNICHE DELLA GUERRA RIVOLUZIONARIA

Fin qui ho sistematicamente richiamato alcuni concetti fondamentali della guerra rivoluzionaria. Vengo ora al merito di questa relazione, alla sua fonte essenziale, cioè alle sue tecniche.

La guerra rivoluzionaria, nella sua formula più classica, può considerarsi sostanzialmente strutturata su quattro fasi:

1) preparazione: studio degli ambienti e delle situazioni su cui si vuole intervenire, stesura dei piani, predisposizione degli organismi e dei mezzi necessari;

II) propaganda: le sue manifestazioni devono tener conto il più possibile dell’efficacia dei metodi scientifici della moderna psicologia e giovarsi delle esperienze in materia;

III) propaganda e infiltrazione: alla fase di pressione psicologica, che continua, se ne aggiunge una seconda, basata sull’in:filtrazione e sul controllo di determinati ambIenti; propaganda e infiltrazione, in questa fase, devono essere strettamente coordinate;

IV) propaganda infiltrazione azione: alle due manifestazioni precedenti se ne sovrappone una terza (sempre sottoposta ad un coordinamento centralizzato); questa può consistere a seconda dei casi nell’azione violenta o nella conquista «legale» del potere.

Ma attenzione! Sarebbe naturalmente errato irrigidirsi «a priori » su tale schema, che costituisce soltanto l’esempio classico, non sempre rigorosamente rispettato in concreto. Talvolta alcune fasi si saltano, talvolta ne muta l’ordine di progressione. Il nostro schema è stato comunque seguito dai comunisti quasi dovunque: nel Vietnam, come in Algeria, come nell’America latina. Lo stesso schema-tipo è in corso di applicazione anche in Italia e in Francia.

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PRIMA FASE: PREPARAZIONE

 La strategia della guerra rivoluzionaria – come accennato in precedenza – stabilisce il piano generale della guerra, studiando, conducendo e coordinando le differenti operazioni sui singoli fronti, adeguandole e dosandole per le diverse situazioni, alternando le une alle altre in periodi « caldi » o « freddi », a seconda dell’andamento della situazione strategica generale. Per fare un esempio, cerchiamo di delineare una di queste ipotetiche operazioni, che sia il più possibile di tipo classico, cioè completa di tutte le sue fasi e le sue forme, insomma, una operazione-tipo.

Anzitutto si studia l’ambiente da attaccare: in genere, uno Stato. Mao-Tse-tung dice « metodo », Clausewitz dice «Schwer-punkt»: si tratta dunque di scoprirne i punti deboli, di più facile attacco. Individuati i punti deboli, si studia la struttura generale del piano di attacco, struttura che dev’essere ovviamente la più opportuna per ottenere il successo nella situazione considerata. Delineata la struttura generale, occorre poi preparare gli uomini, gli organismi, i mezzi e le formule particolari. Di solito, per la preparazione di questi elementi, si prendono in considerazione due diversi dominii, relativi alle fasi della guerra rivoluzionaria da noi definite II e III: la propaganda e l’infiltrazione. L’altro dominio, l’azione (fase IV), interviene di solito in un tempo successivo, e difficilmente può stabilirsi in anticipo, perché legato agli sviluppi e al grado di riuscita dei precedenti (ci riferiamo sempre a un caso « classico» di guerra rivoluzionaria, senza salti o anomalie).

Per quanto in particolare riguarda la preparazione della propaganda, va detto che anzitutto si sceglie il gruppo (o i gruppi) da attaccare. Può essere, in linea di larga massima: politico, culturale, religioso, etnico, di classe. Possono essere presi in esame anche gruppi di tipo diverso come ad esempio: gruppi di lavoro (burocrazia, scienziati, militari, magistrati, etc.), gruppi di generazione (giovani), gruppi economici, ambienti particolari legati fra loro da interessi familiari, di frequentazione, perfino di svago, e via di questo passo.

La scelta del gruppo va operata soppesando accuratamente le caratteristiche dei diversi gruppi in presenza, il tempo di cui si dispone, gli scopi particolari che si intendono raggiungere, le possibilità di chi deve operare. Vanno individuati uno o più gruppi recettori principali e i gruppi recettori ausiliari; i primi per una azione a fondo, che ne assicuri il completo controllo; i secondi per scopi limitati, essendo sufficiente indurli a fare qualcosa che influisca sui recettori principali.

Individuati i gruppi su cui si intende operare, vanno delineati gli scopi. Mentre nella propaganda commerciale lo scopo si limita all’acquisto (da parte della «vittima») di un dentifricio o di una canna da pesca, nel caso della guerra rivoluzionaria lo scopo non può essere invece che la conquista del gruppo stesso. Conquista totale o parziale, conscia (per il recettore) o inconscia, secondo la situazione, il tempo, gli scopi stessi e le possibilità.

Ad ottenere gli scopi prefissi, occorre servirsi (con la dovuta accortezza) dei metodi scientifici appositamente studiati dai tecnici della propaganda e della psicologia sociale. Fra questi, è oggi particolarmente affermata la tecnica dei riflessi condiziona-ti, di Ivan Pavlov, alla quale si rifanno, più o meno, quasi tutti i teorici (e i pratici) contemporanei della materia.

Riguardo, invece, alla preparazione del piano di infiltrazione, può dirsi che l’inizio sia di solito costituito dall’indottrinamento di elementi fuorusciti, o comunque attirati all’estero – in quello che definiremo il paese attaccante, cioè il paese che intende provocare la guerra rivoluzionaria in territorio altrui – con diversi pretesti, da quello dell’istruzione culturale o tecnica degli elementi stessi, al semplice turismo, al generico interesse politico-ideologico (in questo caso si tratterebbe ovviamente di persone già simpatizzanti).

Gli elementi opportunamente indottrinati e istruiti rientrano nel paese di origine per svolgervi i compiti loro affidati. Può trattarsi in genere di: costituzione di un partito o sua trasformazione, creazione di organismi « camuffati» di fiancheggiamento del suddetto, infiltrazione diretta negli organi dello Stato, infiltrazione in ambienti in ogni modo influenti sulla vita del paese da attaccare.

La propaganda, ovviamente, non è un’invenzione della guerra rivoluzionaria. È sempre stata impiegata in guerra, nella lotta politica, in campo economico. Cercheremo dunque di trattare soltanto gli aspetti della propaganda più inerenti alla guerra rivoluzionaria.

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Ci si consenta un breve cenno ad alcuni concetti preliminari.

Dovrebbe dirsi anzitutto a questo punto dei mezzi della propaganda: auditivi, visivi e audio-visivi. Ma si tratta di cose note. Vorrei solo ricordare la crescente importanza dei mezzi audiovisivi, e la tecnica indiretta di propaganda usata soprattutto in Europa (e in Italia): la riunione «culturale» invece del comizio politico, il giornale « indipendente» in luogo del foglio di partito,

la notizia « obiettiva» presentata in un certo modo invece che la frase propagandistica scoperta.

Altro concetto cui va accennato è questo: la propaganda non va più lasciata all’improvvisazione, ma affidata a tecniche scientificamente sperimentate. I comunisti hanno soprattutto studiato le tecniche dei riflessi condizionati di Pavlov, basate sulla ripetizione costante di un certo stimolo, fino ad ottenere nel soggetto recettore la reazione voluta, che a lungo andare diviene abituale e « spontanea », quasi una seconda natura.

Ancora, il concetto dell’irrazionalità. La propaganda, cioè non deve basarsi sul ragionamento, ma colpire attraverso elementi irrazionali, inconsci. Da qui la necessità di preferire al ragionamento, lo slogan, il simbolo, qualcosa che evochi concetti ed esigenze elementari strettamente connesse alla natura dell’uomo o del gruppo interessato. Secondo i più noti teorici della materia, la propaganda può essere di due tipi: persuasiva (se riferita alle « élites ») o emotiva (se riferita alle masse). Ma anche la propaganda per le «élites» basata sulla persuasione non risulta generalmente sufficiente – è raro convincere qualcuno con il solo ragionamento – per cui si richiede sempre un intervento che faccia leva su elementi irrazionali, inconsci.

Esposti brevemente questi concetti preliminari, passiamo ora a qualcosa che interessa più a fondo la propaganda della guerra rivoluzionaria. La scelta dei temi dipende principalmente dal gruppo che si vuole attaccare e dalla situazione ad esso connessa. In Europa, per lungo tempo, la propaganda comunista si è battuta quasi esclusivamente sul tema classista, mentre negli Stati Uniti essa agita invece quello razziale, sobillando le associazioni degli uomini di colore. In Algeria, poi, i comunisti hanno puntato, nella loro guerra rivoluzionaria, soprattutto sui temi nazionale (gruppi etnici autoctoni) e religioso (musulmani). Lo stesso è avvenuto per l’area indocinese, tanto nella fase francese (1946-1954), quanto soprattutto nella attuale fase americana; e la connivenza tra i « bonzi » buddisti e i comunisti Vietcong lo hanno ampiamente dimostrato. In Angola, invece, la valenza etnica, più che altro, è stata un po’ la chiave di volta della guerra rivoluzionaria comunista cioè lo scatenamento dei Bakongo abitanti il nord est del territorio (nonché buona parte del Congo ex-belga) contro i Bailundos che costituiscono la maggior parte della popolazione angolana e collaborano con i portoghesi. Idem a Zanzibar: i negri contro gli arabi. Anche durante la seconda guerra mondiale la carta etnica è stata giocata, seppure male, ad esempio dai tedeschi: croati contro serbi, ucraini contro russi.

L’uso dei temi nazionali, religioso, etnico, razziale, classista, è però oggi da considerarsi un po’ troppo semplicistico per la moderna propaganda di guerra rivoluzionaria; va cioè ancora bene in situazioni semi-coloniali o comunque semplificate, diremo quasi elementari dove vivono popolazioni extra-europee. In Europa, e in parte anche negli Stati Uniti, la propaganda della guerra rivoluzionaria si appoggia su basi «più evolute». In Europa il comunismo non insiste più tanto sul classismo proletario e neppure su un certo «nazionalismo» anti-americano, almeno come grandi temi per una propaganda di massa. Al posto di questi sono subentrati, ad esempio, fatti di politica estera, come Cuba, l’Algeria, il Guatemala, il Congo, la Spagna, il Portogallo, il Vietnam, e via di seguito. Fino a qualche anno fa, poi, il comunismo italiano (sia il partito, sia le sue organizzazioni parallele) si batteva per «l’attuazione della costituzione», tema a nostro avviso molto fiacco, incompreso nella sua astrusità – un errore gravissimo per un buon propagandista – dalla massa della popolazione. Si rivela invece ancora molto utile ai comunisti, come propaganda di fondo, l’insistenza sul tema delle « atrocità» tedesche, e per tre ordini di motivi: da un lato, funge da freno per il riarmo della Germania occidentale; da un altro, polarizza l’attenzione delle masse su un falso scopo, distogliendole dalla guerra rivoluzionaria di oggi; da un altro ancora conferisce un volto ben preciso a quello che i teorici di psicologia sociale chiamano l’avversario, che le masse devono odiare, avversario che è poi non troppo difficilmente assimilabile al «marine» americano e al «para» francese o belga (sul tema psicologico dell’avversario parleremo meglio più avanti).

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Ma oggi, forse, i temi propagandistici più efficaci usati dalla guerra rivoluzionaria comunista in ambiente europeo, anzi proprio in Italia, sono quelli limitati ai singoli gruppi, attaccati uno per volta, con pretesti differenti l’uno dall’altro: ad esempio, la cosiddetta libertà della cultura, la propaganda contro il militarismo, i singoli problemi universitari, il «colloquio» con i cattolici, ed altri ancora, tutti a compartimenti stagni, a carattere ristretto per ambienti singoli, non a carattere generale. In questo caso, dunque, la propaganda si interseca con l’infiltrazione, basandosi su quella che molti chiamano tecnica delle «organizzazioni parallele ». Altri, parlano semplicemente di «utili idioti» (i due termini però possono anche non significare necessariamente la stessa cosa).

Perfino in paesi retti da dittature di destra, come la Spagna e il Portogallo, la guerra rivoluzionaria comunista ha rinunciato ad agire apertamente su temi generali e perfino sul piano classista. Non si è neppure insistito sulla libertà in generale, libertà di tipo politico. Al contrario, hanno funzionato gli « utili idioti »: i gruppi intellettuali, gli universitari, i gruppi cattolici; in nome della libertà di cultura o di altre singole libertà. Anche quando sono stati chiamati in causa i lavoratori, si è trattato di operazioni limitate: ad esempio, le rivendicazioni sindacali dei minatori delle Asturie.

Gli accorgimenti di cui si avvale la propaganda della guerra rivoluzionaria sono innumerevoli. Anzitutto va ricordato quello che i teorici chiamano il tema dell’avversario. Si dice spesso che non va bene insistere soprattutto su miti distruttivi, ma ci vuole anche qualcosa di costruttivo. In un certo senso è forse vero. Ma è anche valido il concetto inverso, tanto valido, appunto, che la propaganda vi indulge cos1 spesso. Come infatti sostengono i maggiori teorici di propaganda e di psicologia sociale, non basta affatto presentare tesi positive, ma è necessario dare in pasto alle masse dei feticci da abbattere. L’avversario va identificato e segnato a dito; se poi non ha un volto ben preciso, tale volto gli va senz’altro attribuito, che sia naturalmente brutto, stupido, ridicolo, mostruoso. La gente deve imparare ad odiarlo. Deve essere tale che non può non odiarlo. È quanto fanno i comunisti con le loro mascherate in cui presentano i fantocci del capitalista, del militarista, dell’americano. Qui ci si avvale di una tecnica fondamentale della propaganda: l’uso del simbolo o dello slogan, in luogo del ragionamento. È insomma una mascherata apparentemente stupida, ma che non sempre si rivela priva di effetto, perché la massa manca di intelligenza ed è comunque influenzabile. L’inferiorità propagandistica degli occidentali risulta anche dal fatto che spesso l’avversario – cioè il comunista – non solo non viene attaccato, ma talvolta non può neppure essere identificato e indicato chiaramente.

Esiste una «semantica» comunista, cioè una scienza, una metodologia del linguaggio, se vogliamo, una terminologia che ha importanza notevolissima per la propaganda, soprattutto nella guerra rivoluzionaria. Una terminologia davvero efficace deve imporsi anche agli avversari; in tal caso, porta fatalmente con sé un determinato punto di vista, un certo modo di ragionare, facendo così diventare gli stessi avversari agenti e portatori inconsci di quella propaganda. Qualcosa del genere si verifica appunto ai giorni nostri, e proprio in Italia. Cioè, accanto a una terminologia comunista troppo scoperta e quindi rimasta confinata nell’area politica di sinistra, ne esiste anche un’altra, più sottile, divenuta di dominio comune perfino in campo anticomunista, con tutte le conseguenze psicologiche che ne derivano. Fra la terminologia meno efficace del primo tipo, possiamo ad esempio citare i soliti epiteti attribuiti dalle sinistre a chiunque non sia comunista: fascista, clerico-fascista – un po’ in disuso, con i tempi che corrono… – i nazi-fascista, monarco-fascista, eccetera.

Ma la terminologia di sinistra veramente efficace è un’altra, meno politicizzata e quindi accettata da tutti. Per esempio: l’aggettivo «oscurantista» riferito aprioristicamente al Medio Evo, l’aggettivo «deprecabile» che accompagna sempre il sostantivo  «guerra» (anche quando questa è indispensabile a difendere la libertà), il colonialismo che viene senz’altro considerato una cosa ignobile (sebbene abbia portato anche la civiltà in Africa), l’aggressione che è sempre un’infamia (seppure talvolta sia soltanto un modo per prevenire l’aggressione comunista). Un caso clamoroso, ora: proprio in questi tempi, capita spesso di leggere perfino in giornali anticomunisti, corrispondenze dal Congo dove si parla di «mercenari» bianchi, con l’uso cioè di questo termine spregiativo in luogo dell’altro di «volontari» (i quali, ovviamente, vengono pagati come tutti i volontari, anzi come tutti i soldati del mondo); così, noi insultiamo inconsciamente ma stupidamente i combattenti occidentali, mentre i comunisti parlano dei terroristi e dei cannibali ai loro ordini come di «patrioti». Tutto questo non è soltanto stupido, ma indica anche un senso di inferiorità psicologica dell’Occidente, che va assolutamente abbandonato se si vuole vincere.

Riassumendo, va ricordato che lo slogan, il simbolo, la terminologia devono essere intelligenti. Cioè evocare un mito, un’ideaforza. Non è necessario che il mito sia giusto, bello, morale, o vero: basta che colpisca, che sia convincente, che sia verosimile. Convincente, come abbiamo già detto, non sul piano razionale, ma su quello emotivo, inconscio. Deve colpire, e colpire forte, magari allo stomaco. Colpire per la sua incisività. E quando questa venga a mancare, colpire per qualche particolare trovata a effetto.

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TERZA FASE: PROPAGANDA-INFILTRAZIONE

 Come abbiamo accennato all’inizio, nella terza fase della guerra rivoluzionaria, alla propaganda, che prosegue, si sovrappone l’infiltrazione.

L’infiltrazione può effettuarsi su ambienti diversi: da associazioni più o meno scopertamente politiche, a gruppi culturali (o di altro genere), ad ambienti strettamente inseriti nella vita del paese, fino ad organi ufficiali dello Stato (tecnici, parlamentari, governativi). L’infiltrazione, e la sua particolare attuazione, dipendono ovviamente dalla situazione generale.

In caso di forte tensione politica – a maggior ragione se puntualizzata da atti di sabotaggio e di terrorismo, o addirittura da vere e proprie operazioni di guerriglia – l’opera di infiltrazione risulta limitata. In Algeria fino al 1962 e nel Vietnam del Sud oggi, ad esempio, i comunisti non possono agevolmente infiltrarsi negli organi statali ufficiali, né creare scopertamente organizzazioni parallele, ma devono limitarsi ad assumere il controllo gli ambienti recettori più lontani, come ad esempio quello dei « bonzi» buddhisti, o di altri «utili idioti », di solito appartenenti all’ambiente universitario e culturale.

Al contrario, in caso di distensione o, come si dice oggi, di colloquio – vedi situazione italiana – l’infiltrazione può operare in profondità, direttamente, giungendo fino ai gangli vitali della nazione. Perché in caso di distensione, di colloquio, o addirittura di apertura a sinistra, o se vogliamo, di allargamento dell’area democratica, non soltanto l’opinione pubblica non avverte chiaramente la presenza della guerra rivoluzionaria, ma non è neppure sensibilizzata relativamente allo svolgersi delle sue operazioni; anzi, non conosce neppure il nemico, che si evita di denunciare per timore di interrompere appunto distensione e colloquio. Così, con le masse opportunamente cloroformizzate, la guerra rivoluzionaria può proseguire impunemente la sua penetrazione fino al cuore dello Stato attaccato; e si guarderà bene dall’arrischiare operazioni troppo brutali, per non svegliare le masse dal loro pesante sonno. È esattamente quanto sta accadendo in Italia.

Qual’è la tecnica iniziale dell’infiltrazione? All’inizio, è il partito, che svolge un’azione diretta e spesso scopertamente rivoluzionaria. Può però anche verificarsi il caso in cui il partito ufficiale viene alla luce dopo altri organismi più camuffati, oppure può non nascere affatto. In ultima analisi, oggi, il partito inteso nel senso classico del termine può non essere necessario alla guerra rivoluzionaria.

Per affrontare operazioni di larga efficacia, il partito politico deve creare al più presto, sotto il proprio tacito controllo, organizzazioni parallele di tipo diverso. Tali organizzazioni devono essere in grado di affrontare con probabilità di successo singole battaglie su temi apparentemente apolitici, combattute caso per caso, quasi a compartimenti stagni (il coordinamento, indispensabile, va tenuto al vertice e dietro le quinte). Si tratta, ad esempio, di associazioni «per la pace », «per l’amicizia con l’URSS» o « con la Cina », «per la libertà algerina », per i diritti di qualcuno, contro l’oppressione o le prepotenze di qualcun altro. Ora, poi, non ha nessuna importanza il fatto che il partito cos1 ferocemente «pacifista» disponga (lui in proprio, o i suoi padroni) di formidabili armamenti, cos1 come non importa affatto che l’ottenimento della libertà per un lontano popolo consista in pratica soltanto nell’imporre a questo una spaventosa oppressione; non importa che i diritti richiesti per qualcuno siano eccessivi o ingiustificati; non importa che il governo cosiddetto «oppressore» (di solito, straniero e molto lontano) contro cui si tuona, in realtà non opprima nessuno. Al limite, non importerebbe neppure se il lontano popolo «oppresso» non esisterebbe per niente: sarebbe sufficiente che la gente potesse credere ciecamente alla sua esistenza, senza il rischio di clamorose e controproducenti smentite.

In verità, per la creazione di efficaci organizzazioni parallele interessa una cosa sola: radunare degli «utili idioti » che si agitino, creando situazioni e stati d’animo senz’altro artificiosi, ma favorevoli alla guerra rivoluzionaria. Stati d’animo che poi, persistendo e divenendo abitudinari, cessano di essere artificiosi e vengono accettati come una seconda natura, appunto per quel processo dei riflessi condizionati reso celebre da Pavlov. Non importa neppure che gli « utili idioti» credano nelle idee a cui giovano, per esempio nel comunismo, come è il caso della guerra rivoluzionaria di oggi. Possono svolgere la loro funzione per fede, oppure per una qualche convenienza, specificatamente per danaro, o per idiozia pura e semplice. In quest’ultimo caso rientrano anche coloro che sono « utili idioti » senza saperlo, divenuti cioè uominiarma inconsci al servizio della guerra rivoluzionaria comunista. Ad essi non si richiede neppure una stretta ortodossia sul piano della propaganda; anzi, al contrario, qualche eresia messa Il come una ciliegina sul gelato dà !’impressione che si tratti di uomini liberi. In effetti, a chi muove i fili della guerra rivoluzionaria basta che costoro si agitino secondo il piano generale (che nella massima parte dei casi non conoscono) e che si battano per affermare determinati miti, con l’ausilio di pochi slogan efficaci. Tutte le altre elucubrazioni più o meno intellettualistiche non hanno importanza, perché la massa le dimentica ancora prima di averle apprese, come tutte le cose troppo logiche o troppo difficili. E, lo si tenga ben presente, la propaganda va rivolta soprattutto alle masse perché esse hanno ormai assunto nella società di oggi una importanza che sarebbe errato trascurare.

Naturalmente, più gli « utili idioti » sono intelligenti – ci si scusi il bisticcio – più risulta efficace la loro azione sulle masse. In Italia, grazie a Dio, questo caso non è molto frequente, per cui gli « utili idioti » giovano alla causa della guerra rivoluzionaria principalmente con l’apporto del loro nome, più o meno meritatamente celebre. Altrove, invece, si ha il caso di intellettuali o di artisti «impegnati» che impostano coscientemente le loro opere secondo ben precisi criteri di influenzabilità psicologica, con metodi che se non sono rigorosamente scientifici, lo sono almeno più dì quelli impiegati nella propaganda dei partiti politici; quindi, a nostro avviso più efficaci.

La guerra rivoluzionaria deve estendersi a macchia d’olio, portando la propria penetrazione in ambienti più consistenti e più influenti sulla vita reale del paese. In taluni casi, sono le stesse leggi democratiche a fornire alla guerra rivoluzionaria i mezzi e le vie di penetrazione: ad esempio, attraverso le amministrazioni locali e, in particolare, proprio in Italia. In vaste zone del paese i comunisti e i loro alleati di sinistra hanno stabilito aree di monopolio politico e organizzativo, che naturalmente si trasformano il loro volta in leve di potere. Facendosi forti del controllo di tali .zone, i comunisti possono ricattare gli organi politici centrali, costringendoli a sempre nuove concessioni, stabilendo inoltre sul piano locale tutto un rigido sistema di clientele, che comprenderà fatalmente gruppi finanziari ed economici, fonti di lavoro, enti culturali; quindi, tutto, ad eccezione degli organismi militari e di polizia. Ma non è neppure escluso che, avendo avvinta a sé la popolazione delle zone « democraticamente» controllate, questa stessa popolazione, manovrata in un intelligente assedio psicologico, finisca per sommergere con la sua massa anche le ultime isole di resistenza, o almeno per eroderle, conquistando individualmente e giorno per giorno le persone singole. La difesa contro una simile minaccia è tanto più difficile, poiché anzitutto non ci si può rinchiudere in campi trincerati evitando ogni contatto con la popolazione, e poi soprattutto perché è vietato individuare chiaramente il nemico, additarlo, combatterlo decisamente. In Italia si dice che non è possibile, dato che il partito comunista è riconosciuto legalmente e inserito in tutti i gangli della vita nazionale. Che poi questo partito si valga proprio della legalità per scopi illegali, questo sembra non interessare nessuno.

Comunque, allargandosi ancora, l’infiltrazione della guerra rivoluzionaria si impadronisce di organi a carattere nazionale. Di solito si inizia con la stampa: non è difficile collezionare « intellettuali» a tendenza radicale, affidare loro un giornale o una rivista – mantenendone il controllo diretto o indiretto – finanziarIo, diffonderlo, affermarlo. La stampa di questo tipo, cioè non apertamente politica, ma a carattere « culturale impegnato », funge ottimamente da carta moschicida per attirare anche intellettuali non dediti abitualmente al giornalismo: scrittori, poeti, artisti, studiosi, professori, giovani con velleità intellettuali più o meno fondate. Si tratta del resto di un fenomeno inevitabile: chi scrive un libro o una poesia, chi dipinge dei quadri, o recita, o compone melodrammi oppure canzoni, ha bisogno del consenso della critica, e non gli interessa affatto che tale consenso venga da fogli culturali legati dietro le quinte a gruppi di sinistra o di destra. Basta che questi fogli non si scoprano troppo (la misura della decenza dello scoprirsi è data dalla situazione del momento, esattamente come per la moda femminile), e soprattutto che controllino una vasta massa di opinione pubblica, cioè che inducano un congruo numero di persone a comprare il libro, il disco, o il quadro. Ora se poi – per tornare sull’esempio attuale e concreto della guerra rivoluzionaria in Italia – gli ambienti anticomunisti non cercano di organizzare seriamente e metodicamente una campagna culturale «impegnata» nel senso loro, è evidente che gli intellettuali continueranno ad affluire a sinistra. Sul fenomeno incide anche un altro fattore, sebbene in misura secondaria, a nostro avviso: la predisposizione insita nell’intellettuale di essere sempre tendenzialmente a sinistra, per affermare le proprie tesi più o meno nuove contro la cultura e la scienza ufficiali. Ma questo, ripetiamo, incide poco, specialmente poi oggi in Italia, dato che la cultura ufficiale è ormai tutta a sinistra. E a questo proposito, se gli anticomunisti avessero maggiore sensibilità politica, approfitterebbero della situazione per sfruttare in senso anticomunista la naturale tendenza alla ribellione delle nuove generazioni culturali contro il conformismo delle dottrine ufficiali.

Ma andiamo avanti, radunati, in congruo numero, intellettuali di una certa fama, si mettono in opera organizzazioni e comitati culturali, si indicono premi, concorsi, borse di studio. Così, gli «utili idioti» si trasformano in posizioni di forza, cui anche gli intellettuali fino a quel momento non «impegnati» sono costretti a far capo. Ecco il formarsi di un organismo ufficiale «de facto» cui tutti devono ricorrere, un organismo che non è più al servizio del paese, ma a quello del partito che conduce la guerra rivoluzionaria contro il paese stesso. Naturalmente, la cultura rimbalza sulla stampa e sull’opinione pubblica, queste a loro volta ancora sulla cultura, per una sorta di moto perpetuo in progressivo aumento.

Va poi osservato che gli intellettuali non sono tutti liberi professionisti: in parte sono inseriti, come è del resto naturale che avvenga, in organi vitali del paese, come scuole, università, istituti vari, centri scientifici o culturali, tutti a carattere generalmente ufficiale. Così, l’infiltrazione si allarga a questi stessi organi, fagocitandoli gradualmente, uno per uno. Nelle scuole e nelle università, poi, la presenza sempre più numerosa di insegnanti « impegnati» agli ordini diretti o indiretti della guerra rivoluzionaria, influisce non poco sull’educazione, sul carattere, sulle idee dei giovani. Ciò risulta forse meno sensibile nelle scuole medie, dove gli allievi si considerano in stato di perenne ostilità nei riguardi del corpo insegnante, e quindi tendono ad accettarne meno facilmente gli orientamenti politici o ideologici. All’università accade invece il contrario, perché qui gli studenti si apprestano, con la laurea, a divenire « colleghi» dei professori; molti, poi, cercando di trovare lavoro proprio nelle scuole o addirittura negli -ambienti universitari, preferiscono camminare secondo la corrente dominante.

A spingere a sinistra la futura classe dirigente di domani, gli studenti universitari, concorrono anche altri motivi: da un certo «spirito goliardico» inteso in senso anarcoide, fino alla inevitabile infatuazione che coglie molti giovani sprovveduti, venuti per la prima volta a contatto con nozioni superiori. Costoro sono facile preda dell’accorta azione psicologica della guerra rivoluzionaria comunista.

Tra l’altro, i giovani che escono dalle università si introducono in organismi di tutti i generi. Sommando la loro infiltrazione a quella effettuata dagli intellettuali,. e all’altra ancora dovuta ai centri di potere locali, le organizzazioni parallele del partito comunista assumono una diffusione e una, influenza tali da costituire uno Stato nello Stato; uno Stato abusivo che sii avvia sempre più a sostituire quello legittimo, finendo di succhiarne come un parassita le ultime gocce di sangue. Quando il fenomeno giunge al termine, le organizzazioni parallele non hanno altro da fare che prendere il posto di quelle ufficiali, ormai prive di effettivo potere e di autorità.

Come abbiamo già accennato, la propaganda prosegue anche durante la fase della infiltrazione. Anzi, si accentua.

Si accentua, e risulta anche più facile ed efficace. Più efficace perché condotta da posizioni di forza. Chi è debole, può promettere mari e monti, ma la gente non lo degnerà della ben che minima attenzione, perché sa bene che da un debole o da un isolato non otterrà mai nulla. Chi invece è forte, in atto o in potenza, chi dimostra di sapere conquistare il potere, può anche promettere poco: tutti andranno con lui, perché sanno che almeno quel poco potranno ottenerlo.

Chi promette, insomma, deve almeno apparire in condizioni di poter mantenere la promessa, prima o poi. Per questo, la propaganda della guerra rivoluzionaria diviene molto più efficace quando l’opera di infiltrazione condotta con successo ha imposto, al paese la presenza sempre più affermata e riconosciuta delle organizzazioni parallele comuniste. A questo punto, la gente si aggrega sempre più numerosa al carrozzone favorito dalla fortuna, a colpo sicuro.

La propaganda, in tale fase, ricorre talvolta a colpi bassi particolarmente efficaci per certi strati della popolazione. Un esempio solo, italiano, è sufficiente: dopo l’insurrezione dei portuali genovesi del luglio 1960, che rovesciava il governo Tambroni iniziando l’apertura a sinistra, il governo sovietico affidava ai cantieri di Genova la commessa per la costruzione di alcune petroliere di grosso tonnellaggio (sei, se ben ricordiamo). In questo modo, i lavoratori del locale porto vedevano crescere le loro possibilità di lavoro e quindi di guadagno: era il premio concesso agli uomini-arma consci o inconsci della guerra rivoluzionaria_ Il premio concesso apertamente da una Potenza straniera a operai italiani che avevano rovesciato un governo italiano. Beneficiati non erano poi soltanto i portuali, ma tutta la popolazione, che traeva vantaggio dall’aumento di lavoro nei propri cantieri; e perfino le grosse industrie navali, cioè gli odiati capitalisti, favoriti in questo modo dalla « patria di tutti i lavoratori ».

Nei riguardi dell’alta industria si rivelano molto efficaci iniziative analoghe, come appunto l’apertura dei mercati russi o cinesi, o di quelli afro-asiatici. Gli industriali che stabiliscono giri di affari con l’oriente sono in parte conquistati, e talvolta materialmente costretti a finanziare gruppi di sinistra. Così, anche in campo economico si stabiliscono degli organismi paralleli, che si aggiungono a quelli già esistenti nello stesso campo, a carattere sindacale. E quando la guerra rivoluzionaria si impadronisce delle leve economiche del paese, può provocare crisi, disastri e agitazioni a suo piacimento, ricattando continuamente il potere legittimo. A questo punto le organizzazioni parallele del partito comunista premendo da tutti i lati, appoggiate dagli organi più scoperti del campo politico, ottengono sempre nuove concessioni, inseriscono un numero sempre maggiore di uomini-arma della guerra rivoluzionaria nelle istituzioni ufficiali dello Stato. Una volta inseriti, questi uomini impongono allo Stato stesso una certa politica, che può essere di resa aperta all’attacco della guerra rivoluzionaria, oppure una politica di discredito; ad esempio, una politica economica che metta in crisi le industrie, crisi che finirà per generare dei disoccupati, i quali – sapientemente guidati – scenderanno in piazza e daranno l’assalto ai poteri costituiti.

9-settimane-

QUARTA FASE: PROPAGANDA”INFILTRAZIONE-AZIONE”

 Riassumendo, abbiamo fin qui sommariamente descritto tre fasi della guerra rivoluzionaria: preparazione, propaganda, infiltrazione. Si tratta di fasi che – ripetiamo – non sempre nelle attuazioni concrete mantengono rigorosamente quest’ordine. Ora viene la « spallata finale », cioè la quarta fase: l’azione. L’azione può essere di due tipi: la conquista «legale» del potere in paesi europei come l’Italia, o l’azione violenta (attentati, atti di sabotaggio, guerriglia) più comune in paesi extra europei. Nel primo caso, l’azione non è altro che il coronamento del successo già conseguito nel corso della terza fase della guerra rivoluzionaria; il caso « violento », poi, interessa meno da vicino l’Italia o i paesi europei, almeno nella attuale situazione.

La nostra trattazione potrebbe dunque qui terminare. Ma per far si che non appaia manchevole, è opportuno parlare egualmente per esteso della quarta fase, l’azione. Per far ciò ci pare più organico e più efficace cedere la parola a quei relatori, che potranno illustrare nei dettagli e con esempi concreti efficacissimi le due diverse manifestazioni della fase azione.

Sono manifestazioni che il mondo occidentale sta vivendo proprio ai giorni nostri: da una parte in Italia (caso, diciamo così, «legale»), dall’altra nel Vietnam (caso «violento»). In entrambi i paesi, rischia di decidersi la sorte di due continenti, già occupati nella loro parte maggiore da Potenze comuniste.

La decisione, dunque, dipende molto da noi. Proprio da noi italiani, che viviamo (talvolta senza rilevarlo pienamente) questa insidiosa battaglia. Se sapremo finalmente aprire gli occhi, aprire gli occhi sulla guerra rivoluzionaria, se sapremo reagire in misura adeguata, allora, e soltanto allora, potremo riprenderci e vincere. Ma attenzione: è tardi. Molto tardi. «Il est moins cinq», dice in un suo recente libro Suzanne Labin.

Siamo arrivati agli ultimi cinque minuti.

Fin qui il testo provocatorio.

Torniamo ad oggi.

Questi ragionamenti sono ovviamente datati ma provate a non dimenticare mai mai mai che non solo sono stati fatti, ma descrivevano una situazione che in parte era rispondente ai frutti della guerra fredda/calda che si combatteva. Togliete il termine “comunista” e sostituitelo con ciò che oggi riterrete opportuno e vedrete che “fare politica”, sa pure nell’era della rete o in un eventuale dopo, non è per dilettanti.

Questo volevo evocare come problematica e, nel farlo, non dare certamente o meno sostegno ai contenuti del testo.

Temo solo le conseguenze di un eventuale avvicinarsi alla guerra (che è in essere) con eccessive ingenuità che potrebbero far ricadere chi scegliesse di farsi ingenuo nella categoria più volte citata nel testo dell’utile idiota.

Rifirmo visto l’argomento ultra delicato.

Oreste Grani

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