La famiglia Subranni: a proposito di reddito di cittadinanza e di conti al centesimo

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Il Generale dei Carabinieri Antonio Subranni, punto o non punto (la legge ha sentenziato, in un procedimento apposito, che non è “punto” e per cui, per ora, non è mafioso) deve, in teoria e se verranno confermate nel merito la sentenza che lo ha visto essere condannato, come il più alto in grado nella vicenda Stato Mafia (tenete conto che Mario Mori era all’epoca dei fatti solo colonnello), a ben 12 anni di carcere (tranquilli, è vecchietto e non li sconterà), ma soprattutto (e di questo mi interesso) a un milione di euro (1.000.000,00) di ammenda per risarcire lo Stato di quanto fatto inopportunamente.

Tenete conto che sono interessato a Subranni non solo eventualmente come traditore della Repubblica (vedremo come va a finire) ma perché la sua famiglia (lui, il figlio Ennio e la figlia Danila) ci costa, da decenni, cifre iperboliche. In particolare provenendo il sottoscritto dal mondo dove senza risultati, ti caccio a calci in culo (così mi formarono in Rank Xerox) mi chiedo quanto Subranni Antonio con quella bella cazzata di aver considerato Peppino Impastato ucciso non si sa da chi (e quindi dimostrando di essere una sega come investigatore a prescindere se fosse un finto incapace in quanto “punto” o meno) ci è costato. Soldi che mancano in un conto economico minimamente sofisticato.  Diciamo come stanno le cose, il Subranni è stato, nei decenni, un piombo per l’Arma e per lo Stato. E invece di sbatterlo, come si diceva, in Sardegna, saliva sempre più in alto. Misteri misteriosi di questa “innumerevole” (Prima, Seconda o Terza che sia) Repubblica.

Sua figlia, altrettanto, visto come è finito e i danni che ha fatto Angelino Alfano (era lei che pensava per lui) ovunque lo avessero piazzato, è un’altra che ci è costata, un vero patrimonio. Per capire di cosa e di quanto parlo, dovete sommare gli stipendi (circa 150.000 l’anno) con i TFR e quanto vi continuerà a costare quando anche lei andrà in pensione. Se si calcola solo quanto ci è costata la super cazzata del Caso Shalabayeva (costi in essere compreso il processo in corso a Perugia), vi renderete conto che anche la signora (mi scuso per l’accostamento offensivo) è una bella sega. E poi intorno al duo Alfano-Subranni ci sono altri costi che possiamo immaginare (pensate quarto è costato alla Repubblica non aver fatto nulla preventivamente in Libia, Tunisia, Nigeria tanto per scegliere tre paesi) e altri che potrebbero esistere, ma, per ora, inconfessabili. Una signora scaltra e “sughereccia” (sempre a galla) nelle forme professionali che, sommata a papà, solo ad immaginarla ancora a carico dei contribuenti, mi viene il voltastomaco. Questa è gente che passa il tempo a fare i conti sui 780,00 al mese da dare o non dare a chi non riesce a vivere. Questa abbuffina (è un reato dare dell’abbuffina alla signora Danila Subranni?) voleva sistemarsi ancora una volta al servizio dei servizi violando tutte le regole che vieterebbero la presenza nelle agenzie di intelligence di parenti. Se non mi sbaglio (e non mi sbaglio) infatti, il fratello Ennio seleziona personale da assumere, decidendo la potenzialità dei candidati.

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Meritocrazia per quella sega di Antonio il padre che prese la super cantonata di Peppino Impastato. Altrettanta meritocrazia per la signora quando guardava le spalle al ministro Alfano, nel Caso Shalabayeva (dove ovviamente è stata tutta colpa di Giuseppe Procaccini, il capo di gabinetto). Torno a scrivere: quanto ci è costata quest’altra incapace? E veniamo ad Ennio, il figlio maschio. A  dare retta alle voci che parlano di una vera e propria fuga (dopo l’assunzione e la formazione che costa un patrimonio all’Erario) dei civili che sono stati assunti a seguito del cambiamento dei criteri di reclutamento, anche lui non sembra un genio. Vedremo quando va in pensione se scrive un libro sulla grande rivoluzione paradigmatica dell’Intelligence italiana da quando lui è diventato selezionatore di futuri agenti. A che cifra svolge il delicatissimo lavoro, sarebbe interessante sapere. Se sommo i tre, mi incazzo come non mai. Aiutoooooo!

Spacchiamo in due il capello nel caso in un nucleo familiare di anziani ci sia uno dei due coniugi titolare di una pensione meritata in Germania (emigranti a farsi il culo e a subire umiliazioni) di 150/300 euro e vediamo di non non non attribuirgli al coniuge, ad esempio, il reddito di cittadinanza perché passano insieme la soglia di legge per l’intero anno cioè quanto ognuno dei Subranni prende al mese. Questi soggetti (con miglia di altri), intendo i Subranni e non i Soprano, hanno indebitato il Paese con le loro retribuzioni, le loro liquidazioni, le loro note spese. Invece (non dico esclusivamente ma quasi) di vivere il privilegio di appartenere a corpi d’élite, questa gentarella (è un reato dare della gentarella a della gentarella?) ha viaggiato, per anni, ad un “reddito di cittadinanza” al giorno. Per Dio, questo vi sono costati questi incapaci! Se sono stati solo degli incapaci. Aspettiamo per tanto la sentenza definitiva per Subranni padre e vediamo di non far finire in cavalleria il milione di euro che vi deve. Cifra che andrebbe parzialmente a compensare quanto il resto della famiglia ha percepito da quando il signor generale è stato sospettato di essere un mascalzone/un incapace. O entrambe le cose, per essere coerente con il target dei Subranni. E con questo post mi potete considerare quasi morto.

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Ho scritto questo post dopo quelli del 17/12/2018 (IL GENERALE DEI CC NICOLÒ GEBBIA RICHIAMA L’ATTENZIONE SULLA FAMIGLIA SUBRANNI – BIS-IL GENERALE DEI CC NICOLÒ GEBBIA RICHIAMA L’ATTENZIONE SULLA FAMIGLIA SUBRANNI) perché, se ho capito bene,  Danila Subranni non è entrata (o era entrata e si è sfilata?) a far parte dei servizi (segreti) e ha ripiegato scegliendo di offrire le sue abilità professionali a Maria Grazia Germini, quella. Qualcuno potrebbe dire, con modalità semi-offensive: se non è zuppa, è pan bagnato! Ma noi che non vogliamo offendere nessuno diciamo solo che l’oscenità di vedere attuato un tale ingaggio con il denaro pubblico (i servizi) almeno è stato evitato. Complimenti al gen. Nicolò Gebbia e una sfumatura di compiacimento anche per quanto abbiamo fatto noi. Ora vediamo di usare le solite preziose fonti aperte per inquadrare il post oggi, lo ammetto, particolarmente velenoso.

Massimo Malpica (parente del prefetto già direttore del SISDE?????) Mar, 29/03/2016 – 08:20 così si esprimeva:

Una poltrona al Viminale, due stipendi a fine mese. È la rabbia dei sindacati di polizia a far scoppiare il caso della portavoce di Angelino Alfano, Danila Subranni.

 

Che allo stipendio da 120mila euro l’anno somma una seconda busta paga da 30mila euro come capo segreteria del ministro dell’Interno. Intascando in un anno «150mila euro, cioè quanto prendono in un anno 5 poliziotti», mette nero su bianco Giorgio Innocenzi, segretario nazionale del Consap. Che si chiede «perché, quando ci sono da fare sacrifici, tagli, rinunce, a dare il buon esempio sono sempre i più poveri e i più tartassati?». La denuncia dei sindacati viene amplificata anche dal leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo, che pubblica la nota del Consap sul suo blog attaccando il ministro per il «doppio stipendio alla portavoce» e per lo «stipendio da fame per i poliziotti». Danila Subranni è una fedelissima del ministro dell’Interno. Ha lavorato per lui come portavoce tra 2011 e inizio 2014, quando Alfano era segretario del Pdl, e anche in via Arenula, quando Angelino era ministro della Giustizia, la Subranni era lì, come capo ufficio stampa e portavoce. Ancora prima, a metà anni duemila, s’era fatta le ossa lavorando per Forza Italia in Sicilia, come capo ufficio stampa e portavoce – sempre in doppio incarico – del coordinatore siciliano del partito, incarico in quegli anni ricoperto anche dal solito Alfano (che succedette a Micciché nel 2005). Il connubio tra il ministro e la portavoce – figlia del generale dei carabinieri Antonio Subranni, tra gli imputati nel processo palermitano per la presunta trattativa Stato-Mafia – risale dunque a oltre dieci anni fa. Quanto al doppio incasso con soldi pubblici, l’anomalia è confermata anche dai documenti del Viminale, che tra gli incarichi dello staff riserva alla Subranni due caselle distinte, la prima per l’incarico di portavoce del ministro, la seconda per quello di «capo segreteria del Ministro», entrambi con scadenza a «termine mandato governativo». Va detto che almeno il secondo stipendio, quello da capo segreteria, con i suoi «soli» 30mila euro è di importo inferiore a quello (86mila euro) del capo della segreteria particolare di Alfano, Roberto Rametta, anche lui collaboratore di lunga data di Angelino. Il siluro al ministro del sindacato di polizia, come spiega la stessa nota del Consap, segue di pochi giorni l’incontro tra le organizzazioni degli agenti e lo stesso Alfano, con i poliziotti che, insieme alle altre forze dell’ordine, lamentavano tra l’altro il blocco da sei anni dei contratti.In quel faccia a faccia (che si è «svolto in un clima sereno e disteso», scriveva in una nota il Viminale) secondo il Consap alle richieste di una «ristrutturazione» del corpo e di «maggiori investimenti sulla sicurezza» sarebbe stato risposto «che la situazione economica attuale rende difficile esborsi da parte dello Stato». Così il Consap, di fronte alla richiesta di prepararsi ad altri tempi di ristrettezze e sacrifici, ha spulciato i compensi dei collaboratori del ministro Alfano. Puntando il dito sul doppio stipendio della sua portavoce ma anche sul costo complessivo del suo «staff super specializzato», che ammonta a «quasi un milione e mezzo di euro all’anno per lo staff ristretto», e che tocca quota «tre milioni se consideriamo i collaboratori scelti direttamente dal ministro».

Dal 23 ottobre 2015 in rete si trova anche un pezzo di questo tenore a firma di Salvatore Petrotto e Salvo Vitale. Capisco che si può dire che è tutta invidia e maldicenza ma potrebbe anche viceversa non essere così. Soprattutto per quanto riguarda Calogero Mannino che ho incontrato il 16 gennaio u.s. ben ospitato (e omaggiato) in prima fila alla presentazione del libro di Aldo Giannuli – Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo.

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Politici e mafia: da Calogero Mannino a Subranni

Dettagli Pubblicato: 23 Ottobre 2015 di Salvatore Petrotto e Salvo Vitale


Calogero Mannino, uno dei politici democristiani siciliani più in vista, assieme a Salvo Lima, partecipò il 10 ottobre del 1977 nella chiesa del SS Crocifisso di Siculiana, Agrigento, al matrimonio di Gerlando Caruana e Silvana Parisi, come compare di nozze. Gerlando è figlio di Leonardo, esponente di una potente famiglia mafiosa con diramazioni internazionali, dal Canadà al Venezuela, definito dai carabinieri, in un’informativa del 1974, “manovratore di killer” e sospettato di essere “interessato a un programmato e non attuato omicidio in persona del giudice istruttore del tribunale di Palermo, Rocco Chinnici”.
Oltre al fatto che  il Mannino fosse testimone di nozze della figlia di un noto  mafioso, secondo i giudici palermitani su Mannino sono poi calate altre ben  più terribili e fitte ombre, al punto tale che gli hanno pure fatto scontare oltre tre anni di carcere per mafia: alla fine come in molte storie italiane, è stato assolto ma gli è stato negato il risarcimento come vittima della (mala) giustizia.
Non così per Salvo Lima, collega di partito, ucciso a Mondello nel marzo ’92, da un commando mafioso: la figlia è riuscita, infatti, ad ottenere invece, il più cospicuo risarcimento mai accordato ai familiari delle vittime della mafia, quasi due milioni di euro malgrado suo padre, sin dagli anni Settanta, in atti investigativi e giudiziari, fosse stato riconosciuto come il referente politico in Sicilia non solo di Giulio Andreotti ma anche di Cosa Nostra, Tale circostanza è stata peraltro confermata nel corso del processo sulla trattativa Stato-Mafia, in corso attualmente a Palermo, dalla stessa Susanna Lima, figlia dell’eurodeputato, che al momento della sua uccisione risultava incensurato. Per l’esattezza un milione e 815 mila euro, incassato grazie al Fondo di rotazione creato ai sensi della legge 512 del ‘99 a favore dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo.
Incredibile ma vero: dal punto di vista esclusivamente formale tale risarcimento economico ha posto Lima sullo stesso piano di Falcone, Borsellino e di tutti gli altri servitori dello Stato caduti per mano mafiosa!

Mannino invece ha dovuto contentarsi di aver salvato la pelle, ma a caro prezzo, inchinandosi  ai voleri di Cosa Nostra. Infatti dopo Lima le prossime vittime sacrificali avrebbero dovuto essere  state lui e Giulio Andreotti cioè i garanti di Cosa Nostra, coloro i quali  avevano assicurato, per decenni, l’impunità dei boss mafiosi, facendoli sistematicamente assolvere presso la Suprema Corte di Cassazione. Questo teorema trova una plausibile giustificazione, visto che l’allora ministro Calogero Mannino ed altri suoi colleghi di governo, attraverso i vertici delle Forze dell’Ordine, cercarono dei contatti con esponenti mafiosi, dopo l’uccisione di Salvo Lima.
Mannino fu intercettato mentre parlava con altri soggetti dei suoi interessamenti, per così dire politici, per fermare le stragi mafiose. Riina e Provenzano spostarono il tiro ed anziché proseguire con la mattanza dei politici, collusi od organici a Cosa Nostra, uccisero i giudici Falcone e Borsellino, ritenuti, a quel punto, i loro veri nemici. Il processo con al centro questi elementi di accusa a carico di Mannino è ancora in corso e  si attende, a questo punto, per il quattro novembre prossimo, la sentenza relativa allo stralcio che lo riguarda celebrato, per sua scelta, con il rito abbreviato. Il pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia, con Nino Di Matteo, alla fine delle requisitoria hanno chiesto nove anni di carcere per Mannino. Mannino è accusato del reato di minaccia a corpo politico dello Stato.
Secondo i pm, “non vi sono dubbi sulla comprovata responsabilità dell’imputato”: Mannino sarebbe “istigatore e ispiratore principale del contatto tra Mori, De Donno, e Cosa nostra perché si riuscisse a evitare in qualche modo che la mafia lo ammazzasse”. Ma evitare l’omicidio di Mannino, che temeva di essere ammazzato come Salvo Lima per non aver tenuto fede all’impegno di garantire i boss nel maxiprocesso, “non è l’unico fine della trattativa, sarebbe riduttivo, ma è certamente l’unico fine di Mannino”, ha sostenuto il Pm, secondo cui l’ex ministro “rafforza con questo la determinazione di Mori, De Donno e Subranni a parlare con Riina”.
Come si nota, tra gli esponenti dei vertici dell’Arma dei Carabinieri, ai quali si sarebbero rivolti alcuni ministri del Governo Nazionale in carica nel 1992, sotto inchiesta per mafia, ce ne è uno, Antonio Subranni, già capo dei ROS (Reparto Operativo Speciale) dei Carabinieri, l’elite della ‘Benemerita’ che, indirettamente, ha ancora le mani in pasta presso il Ministero dell’Interno.
Antonio Subranni, è sotto processo da Parte della Procura di Palermo per la trattativa stato-mafia in concorso con altri 11 imputati. La Procura ha anche riaperto il depistaggio delle indagini per la morte di Peppino Impastato (1978), il militante di Lotta Continua che sacrificò la propria vita nella denuncia, attraverso l’emittente radiofonica Radio Aut degli interessi e delle malefatte della cosca di Cinisi, il cui capo, Gaetano Badalamenti, è stato, anche lui, un grande amico di Andreotti.
Come tutti i bravi papà di un certo ruolo, Subranni ha sistemato bene i sui due figli: Danila Subranni è portavoce dell’agrigentino Angelino Alfano, da quando è ministro, prima della Giustizia ed ora dell’Interno. Veramente ammaliante è il profilo che traccia di lei il giornalista Mariano Maugeri, il 6 luglio 2011, sul giornale di Confindustria “Il sole 24 ore”.
“L’angelina di Angelino, così come prescrive il manuale del perfetto portavoce, vive appiccicata al neo segretario politico del Popolo della libertà, nonché Guardasigilli. Di pedinamenti Danila Subranni se ne intende. Non c’è immagine televisiva degli ultimi tre anni che alle spalle del ministro non ritragga un segugio con i capelli biondi perennemente arruffati e lo sguardo severo di quei siciliani (è di Licata, in provincia di Agrigento) che sembrano avercela con il mondo intero. Una simbiosi scandita anche dai passi ormai perfettamente sincronizzati: Angelino Alfano avanti, sempre sorridente, mentre lei, imperturbabile, lo tallona. Sono cose che non s’imparano, che devi avere nel sangue. La fedeltà, il silenzio, persino l’andatura marziale di questa quarantenne, sono tutti tratti ereditari. Danila è figlia del generale dei carabinieri Antonio Subranni, capo dei Ros dal 1990 al 1993, un investigatore della benemerita che per quelle strane coincidenze del destino ha incrociato tre fatti cruciali della storia della mafia in Sicilia: nel ’78, allora giovane maggiore a Palermo, svolge le indagini per l’omicidio di Peppino Impastato, il militante di estrema sinistra di Cinisi che si ribellò allo straporte mafioso di Tano Badalamenti. Fu Subranni, insieme con tutto lo staff investigativo, a propendere per la tesi, che poi rivelatasi totalmente infondata, secondo la quale Impastato fosse stato vittima di un attentato terroristico ordito da lui stesso. Nel ’93, secondo i giudici della Corte d’assise di Firenze, Subranni, nella qualità di comandante dei Ros, fu informato dal colonnello Mario Mori, suo sottoposto, della trattativa instaurata con l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra per il tramite di Vito Ciancimino; infine, colleziona un’indagine di favoreggiamento alla latitanza del boss Bernardo Provenzano, da cui è stato in parte scagionato (il Pm ha chiesto l’archiviazione). Danila, a differenza del padre, non è affatto allergica alla politica e ai politici. Confessa il generale nel corso di un’audizione della Commissione antimafia: «Vedo tanti nomi: Mancino, Rognoni, Martelli. Non li ho mai conosciuti. Sia chiaro: sono difettoso, sono deficiente per quanto riguarda le relazioni con gli uomini politici».
Danila, invece, non è difettosa. Vuole fare la giornalista, ma bazzicando la redazione dei giornali palermitani intuisce che la politica, come la Sicilia per Goethe, è la chiave di tutto. I Ros, dopotutto, sono una nave scuola di trame, intrighi e trattative inconfessabili. Quasi come un partito della Seconda repubblica. Gli amici da quelle parti non mancano: l’assessore siciliano di Forza Italia Dore Misuraca, una volta fedelissimo di Alfano e ora transfuga con Micciché, la recluta come addetta stampa. È lì che Angelino scopre la sua angelina custode e guardaspalle. Un’attitudine che a via dell’Umiltà di sicuro tornerà comoda”.
Una particolare menzione merita anche Ennio Subranni I’altro figlio  del generale, membro del R.O.C. (Reparto Operativo Centrale) che si occupa del reclutamento degli Agenti presso i Servizi Segreti. Tanto per essere in linea, per usare e non disperdere il patrimonio di conoscenze accumulato dal padre nei tanti anni alla guida del ROS.

Vi basta?

Oreste Grani/Leo Rugens pronto a prendere soldi, pochi maledetti e subito, perfino dai tra Subranni o da loro parenti stretti. Cifre che non passino i 20/25 euro così non si potrà dire che mi faccio corrompere e attenui i miei attacchi perché comprato.

Per le piccole cifre abbiamo deciso di prendere soldi da chiunque con le ormai semplici modalità del versamento sul circuito PayPal usando il nostro indirizzo e-mail:  leorugens2013@gmail.com

oppure un bonifico a Oreste Grani – IBAN  IT98Q0760103200001043168739