In Memoria di Mino Pecorelli

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Chi non voleva che, sul mercato dell’informazione pubblica, continuasse ad operare, un’eretico come Carmine Mino Pecorelli? Cominciamo a chiederci questo. Quando dico uno come Pecorelli, intendo dire un libero pensatore, un po’ guascone, in parte “casinista”, certamente patriota coraggioso, gran signore. Tutto meno che un “ricattatore prezzolato” e volgare. Certamente uno che per non mollare e non rinunciare alla sua visione delle cose, aveva sacrificato gran parte del suo tempo e tutto il suo denaro. Direi anche la sua giovinezza perché muore, in fin dei conti, giovane (51 anni!) e l’Osservatorio Politico Internazionale, nelle varie versioni, gli ostruirà, ininterrottamente 11 anni, gli ultimi della vita. Se ho capito bene, non credo che abbia mai pensato ad altro, giorno e notte. Sempre affiancato da pochissimi collaboratori non avendo, di fatto, mai denaro a sufficienza per rafforzare la struttura. Una “bottega artigianale” e al tempo un atelier, ancora oggi, insuperato.

La storia di Pecorelli va letta intrecciata certamente con quella di alcuni esponenti apicali dei Servizi Segreti di quegli anni. Del SID, quindi. Il servizio infatti era uno e aveva cambiato il nome da SIFAR a SID, appunto. Ma sarebbe un primo grave errore se lo si considerasse la trombetta di un ambiente. Pecorelli non era la trombetta di nessuno! L’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno (semplifico e mi riferisco alla struttura che tutti ricordano nelle disponibilità di Umberto Federico D’Amato) pesa, come avversario ma, paradossalmente, solo per quanto accade “prima” della nascita vera e propria di OP. E mi riferisco a quando cessa (dirò traumaticamente) il settimanale Il Nuovo Mondo d’Oggi e nasce, dopo pochi mesi, l’agenzia di informazioni riservate: la mitica OP.  Il settimanale Nuovo Mondo d’Oggi – come è noto – lasciò questo mondo, quando provò ad annunciare “tutta la verità” sulla Pro Deo di Padre Felix Morlion e la CIA, scoperte in un  irripetibile abbraccio. Così come accadde, va ricordato a solo titolo di cronaca, a Metropoli, il periodico dell’Autonomia Operaia (quello di Scalzone, Piperno, Virno, Castellano, Pace, Zappelloni, Lo Sardo) che, nel suo ultimo numero di vita, alla vigilia della grande retata del 7 aprile del 1979, affronta il tema della Pro Deo e della storia, all’epoca sconosciutissima soprattutto in quegli ambienti eversivi, della fine traumatica (e prezzolata) del settimanale scandalosamente ben informato. Ricordo questo dettaglio minore e fortuito perché, per i cultori della materia, fui io a suggerire di lasciare nell’indice di quello che si sapeva sarebbe stato l’ultimo numero di Metropoli, la traccia di quella storia sofferta ed emblematica e in quel momento certamente ancora segreta. E bene feci tanto che ancora oggi se ne può parlare a buon diritto. 

Torniamo ad OP agenzia, figlia di quell’incasso (D’Amato comprò tutte le copie – 60.000 – in tipografia) e della volontà di Pecorelli di investire la sua parte (divisero in tre dove il secondo fu Leone Cancrini e il terzo, ancora vivo, ha deciso di non rivelare mai la sua partecipazione all’operazione compra-vendita) nel proseguo di una attività informativa.

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La testata OP Osservatorio Politico Internazionale (un’agenzia quotidiana) viaggiava (nel senso che veniva consegnata a mano dal fedele cugino di Pecorelli) in buste chiuse personalizzate. Quelle che andavano fuori Roma le portava, alla Posta, personalmente il minuto, biondino spennacchiotto, un po’ già allora malfermo in salute mitico cugino. Lo accompagnava, con una Fiat Seicento, tale Lamberto R. che anche lui ha sempre preferito non raccontare la sua esperienza professionale. Come Arturo Diaconale, che redigeva le notizie con Pecorelli e Franco Simeoni, primo vero direttore di OP agenzia e uomo di stretta appartenenza al SID pur essendo giornalista e in quanto tale non arruolabile a norma di legge e deontologia professionale. L’agenzia (o dei fogli singoli con anche sola una notizia) la allestivo, spillavo e imbustavo io, per cui non credo proprio di potermi sbagliare su questi particolari. Mi aiutavano il Lamberto a cui ho fatto cenno e una bella giovane segretaria.  A volte.

Durante l’attività minore di allestimento, mi interessavo perfino di leggere i fogli di carta carbone. Immaginate di che epoca pioneristica stiamo parlando e di come bisognasse saper operare con prudenza, dal momento che l’ufficio di Via Tacito 50, era spesso affollato. Affollato di uomini di grande esperienza. E questo preambolo per capire bene cosa sia successo da quei giorni d’esordio,  fino a quando Pecorelli, sbagliando, trasforma l’agenzia in settimanale che va in edicola, “movente” per cui viene ucciso. Mi emoziona ricordare avvenimenti di oltre mezzo secolo addietro. Ho impresso il momento in cui a via dei Frentani (quando era via dei Frentani), una delle sedi della Federazione del Partito Comunista Italiano, decisi di incontrare Valerio Veltroni a dirgli cosa facevo e come avessi chiara la delicatezza dell’incarico che, giovanissimo, mi era stato dato. Sentivo il bisogno di condividere il peso della responsabilità con lui e con chi, Pecchioli o Boldrini, nel partito, si interessavano di sicurezza. All’epoca non si diceva “intelligence”. Mi fidavo di Valerio che era oggettivamente molto intelligente, certamente più di suo fratello Walter che non conoscevo in quanto più giovane di noi e forse ancora non calato in politica. Ecco perché quando arrivarono gli anni della lotta armata Domenico Spinella, Umberto Improta, Calogero Profeta ritennero che fossi “stato mandato in loro soccorso” da chi di dovere. Torniamo a Pecorelli e alla sua attrazione per la stampa investigativa e al potere che riteneva avesse. Rimuovendo che non eravamo negli USA. Fu questa illusione a perderlo.

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A seguire pubblico materiale di primissima qualità utile per capire alcune cose fondamentali di questa vicenda, ancora in parte oscura e che, come chiede/pretende la sorella di Pecorelli, Rosita, va riaperta e conclusa finalmente con l’individuazione certa dei colpevoli dell’omicidio. Se anche i mandanti/beneficiari fossero tutti morti gli esecutori, forse, potrebbero essere ancora vivi. Ristretti in quanto coatti, ma vivi. E, comunque, al sicuro da nuove condanne.

Il materiale a cui mi riferisco è redatto da Nicola Falde a sua volta personalità complessa, ormai anche lui morto, ma che ha lasciato, ad esempio, un documento che non si può non aver letto se ci si vuole interessare a materia tanto onerosa.

Un ultima annotazione: Falde incorre in errori minori ma errori che confermano che non tutto era chiaro anche a quelli che, in teoria, dovevano sapere tutto. Su queste discrepanze torno un altra volta per non interferire con il racconto che rimane utilissimo.

In particolare ogni riferimento a Paolo Emilio Taviani, alla DC e ad Aldo Moro è utilissimo per capire in che quadro generale matura, qualche anno dopo, la morte del leader pugliese.

Così importanti i riferimenti a Eugenio Cefis e a Camillo Crociani.

Mi interessa inoltre, per i decisori d’oggi, sottolineare che il commercio delle armi è il vero orizzonte/sfondo su cui nasce tutta la vicenda. Altri scandali erano gravi e importanti ma il cuore era l’industria bellica e i budget della Difesa. Ieri come oggi e, temo, anche domani.

Interessante anche, il racconto di Falde, su come si intossicasse la stampa nazionale costruendo informazioni, becchime per i polli, a bassissimo costo.

Lascia detto Falde:

“La prima delle reazioni alle mie prese di posizione all’interno del SID è rappresentata dalla pubblicazione, a partire dal settembre del 1968, su un rotocalco pressoché sconosciuto, “Mondo d’Oggi”, di una serie di articoli riguardanti il commercio delle armi in Italia (allegato D). Rocca era morto da poco più di due mesi, nelle note circostanze “misteriose”, destinate cioè a rimanere segrete, perché, come è noto, in Italia resistono i misteri ma non i segreti. Dalla lettura dei servizi, ben cinque, venni a conoscenza della guerra che tra loro le industrie di Stato ci conducevano, senza esclusione di colpi.

I servizi avevano i seguenti scopi per il committente del SID:

  • insistere nella linea antisocialista che allora Taviani praticava da qualche tempo in posizione antagonista a quella di Moro, in quanto all’epoca il Ministro degli Interni puntava a presiedere un governo di centro-destra;
  • disinnescare la pericolosità esplosiva del caso Rocca col solito ricorso alla formula del dire per non dire, cercando di far fronte a tutti quei servizi giornalistici e a quelle indiscrezioni che uscivano sulla stampa nazionale e in alcuni giornali e riviste minori evidentemente informati e manovrati, fornendo una versione verosimile, con molti elementi di novità eccitanti, tutti di prima mano, un impasto di vero e di falso, allo scopo di spostare la pubblica informazione in una direzione del tutto errata.

In tal modo veniva a crearsi la prospettiva di poter garantire sicurezza e tranquillità per l’alto committente del servizio a puntate e per i diretti interessati alla vicenda, o meglio alle vicende trattate in quei servizi giornalistici. I servizi ricorrono alla stampa “minore”, agenzie, piccole riviste, etc., perché è poco letta dal gran pubblico, anzi, è quasi del tutto sconosciuta. Ma essa è una fonte preziosa per la stampa a tiratura nazionale che vi attinge a piene mani, nella convinzione di poter utilizzare facilmente informazioni, indiscrezioni, rivelazioni ritenute di grande interesse, senza sforzi di ricerche, senza spendere un soldo, senza perdere tempo.


In tal modo, e con questa tecnica Henke riusciva a mettere in circuito mistificanti versioni che il tempo avrebbe consolidato fino a trasformarle in verità di valore assoluto e definitivo, con l’obiettivo di:

  • lanciare moniti e minacce alle controparti, all’EFIM di Sette, uomo di Moro in questo caso e favorire la concorrente, cioè la Finmeccanica all’epoca di Magri e Medugno aperti ad intese politiche ed economiche su un diverso fronte;
  • attribuirmi complicità e appartenenze a gruppi politici ai quali io ero del tutto estraneo;
  • procedere ad una incalzante campagna diffamatoria e ridicolizzante nei miei confronti.

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Alla sgradevole accoglienza da me fatta alla lettura di questo settimanale sconosciuto che di lì a poco addirittura cessò le pubblicazioni, ben presto si aggiunse l’amara sorpresa che niente di meno, il committente dei servizi era l’ammiraglio Eugenio Henke, il Capo del Servizio Informazioni, il mio diretto superiore. Tale iniziativa rientrava nella preparazione del solito dossier a mio carico giustificativo del provvedimento di allontana mento dal Servizio. Henke, evidentemente, per i suoi padroni, giuocava pesante. Per la morte di Rocca, si cercò di coinvolgermi persino sul piano penale e poi si tentò di attribuirmi la paternità di un servizio apparso in quella calda estate del I968 su Paese Sera sotto forma di lettera, diretta al Gen. Vedovato (“Lettera al caro Guido”) ritenuta diffamatoria nei confronti del nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa, che poi risultò preparata da Ruggero Zangrandi su notizie e informazioni del Gen. Stefani e del Col. Fiorani, capo del centro di controspionaggio di Roma (dell’ufficio “D”), che chissà per quali presunzioni veniva contrabbandato per socialista, forse perché strettissimo confidente e collaboratore del barone Franco Maria Malfatti di Montetretto col quale Rocca aveva un rapporto di altrettanta strettissima collaborazione e di interessi. Anche per questa lettera “al caro Guido” per poco non rischiai l’incriminazione avendo Henke operato a tal fine. Sono cose incredibili, ma purtroppo, vere!
Ed ora, “Mondo d’Oggi”.
Proprietario era il notissimo – verso la fine degli anni 70 – Mino Pecorelli, direttore, Franco Simeoni, un giornalista-spia al servizio di Henke, per conto del quale aveva svolto missioni all’estero, in particolare all’Est Europeo.

Queste mie scoperte mi chiarirono il fine immediato di Henke verso di me ed ebbi modo di accertarmene poco dopo quando, chiuso “Mondo d’Oggi”, nacque la famosa agenzia O.P. sempre con il giornalista-spia Simeoni quale direttore che pubblicava un foglio che era un vero bollettino-notiziario militare pieno di sigle che costituivano un autentico rompicapo per l’intelligenza e la valutazione delle notizie che venivano diffuse. Non solo mi accertai che l’agenzia viveva esclusivamente nell’ambito del Servizio, ma lo contestai personalmente a Henke pochi giorni prima di lasciare il Servizio. Insomma, per Henke, il nemico per la sicurezza dello Stato, non era l’agente di uno stato X, ma ero nientedimeno io.
Per sopramercato, intercettazioni, pedinamenti a tappeto, intrighi, infiltrazioni, campagna di calunnie, perdita totale della privacy, insidie di ogni tipo, spioni dappertutto: una condizione di vita allucinante, incredibile. Da allora ho giudicato come nemico non solo Henke – che è poi solo un servo ben retribuito dai padroni che ha servito – ma anche il sistema politico che vive e prospera a proprio profitto e che a tali sistemi di operatività ricorre nei confronti dei suoi stessi dipendenti che di null’altro peccano se non di fedeltà. Ma ritorniamo al mio caso personale che è l’oggetto dell’esposto-ricorso a codesta Onorevole Commissione parlamentare.

Lascio dunque il SID ai primi dell’aprile del 69 e per avventura, avversa avventura, ho occasione di incontrare Pecorelli che si recava a visitare una sua collaboratrice che abitava nel mio stesso condominio. Siamo alla fine del 1971 e precisamente nel mese di ottobre. In quell’occasione Pecorelli, che vedevo per la prima volta, mi espresse tutto il suo rammarico perché il settimanale prima e poi l’agenzia di cui era proprietario, mi avevano aggredito.

Mi precisò che la responsabilità era esclusivamente del giornalista-spia Simeoni che agiva per iniziativa e per istruzioni dell’Amm. Henke, dal quale era pagato, e che lui aveva cacciato e denunciato, assumendo in prima persona anche la direzione dell’agenzia di sua proprietà. Una denuncia sporta da Pecorelli per reati di truffa continuata e aggravata, di falso continuato e aggravato, sin dai primi del 1970, n. 3104/70 A, e che nonostante le insistenze del querelante si estinse nel 1979 perché nel frattempo venne assassinato.

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Pecorelli attribuiva l’insabbiamento a Henke in particolare, oltre che al SID, e per anni ha protestato nelle sedi competenti e sul suo foglio, per quel “misterioso” e resistente insabbiamento. L’avocazione dell’inchiesta Rocca al P.G. è solo un ricordo immediato: rientra nel metodo di lavoro del SID. Nel corso di quell’incontro, alle dichiarazioni di buona volontà di Pecorelli, gli risposi dettandogli a braccio una nota riguardante Crociani che indicavo come il vero Ministro della Difesa ombra: mettevo alla prova la sua buona fede ed era un’anticipazione che poteva riuscire interessante per le reazioni che avrebbe potuto provocare. Si trattava di un’accusa precisa e grave che provocò alla Difesa una grossa impressione: Crociani veniva indicato come il Ministro-ombra della Difesa, il vero padrone del Ministero, etc….
E fu l’inizio di una campagna di denuncia contro Crociani e poi contro i Crociani, perchè i Crociani, come i Gelli pullulano in Italia in quanto il nostro sistema politico ne è il vivaio floridissimo. Per poco più di due anni, a partire da quel tempo, dettavo a Pecorelli e qualche volta al suo collaboratore, le mie note che spesso venivano riprodotte con qualche grave oltraggio alla grammatica e alla sintassi e che talvolta facevano rumore perchè ciò che è vero tale è e tale resta. In tal modo O.P. decollò e con O.P. decollò anche Pecorelli che ne fece ahimè! un foglio pazzo, terribilmente accusatorio, provocatorio.
Da qui le accuse di ricattatore, mentre gli attacchi rivolti a Cefis e ai suoi manutengoli anche all’interno del Servizio, privarono Pecorelli anche di questa fonte di finanziamento che gli perveniva attraverso Gioacchino Albanese. Era un po’ la denuncia certamente donchisciottesca al Sistema.
In breve si inaridirono tutte le fonti di sovvenzioni a O.P. e nel biennio 1972-73 Pecorelli fu attanagliato da una crisi finanziaria che portarono il foglio quasi alla chiusura. Ma fu salvato insperatamente da quei famosi trenta milioni di donatore ignoto e che oggi Cosentino attribuisce al defunto Crociani ma che all’epoca appariva come uno dei partecipanti all’offerta.
Se non avesse contratto un prestito bancario ad una banca popolare, non ricordo se a quella di Amatrice o quella dell’alto Lazio per circa 30 milioni, Pecorelli avrebbe dovuto chiudere l’agenzia. Ricordo che quelle note erano talvolta autentiche raffiche di mitraglietta: “l’O.P. 38”.

Pecorelli era affetto da incontinentia pubblicandi e i toni usati erano i più pesanti. L’attacco alla Presidenza della Repubblica era oramai tra i suoi più graditi obiettivi e la pesantezza di alcuni contenuti, spesso era smodata. In redazione poi, c’era un prete che aveva fatto servizio per lunghi anni al Vicariato e al Tribunale della Sacra Rota. Che cosa fu scritto in quel tempo a favore del divorzio e contro la corruzione del Tribunale Ecclesiastico!
Ma intanto la posizione di Pecorelli diventava insostenibile anche a ragione delle sue condizioni di salute a motivo di gravissimi disturbi alla testa. Un male mai diagnosticato con precisione.
Ed ecco come è venuta fuori quella mia direzione dell’agenzia che poi, per mia decisione, è durata solo tre mesi. (I.XII. 1973 – 28.2.1974) e che ha preceduto di un paio di mesi, il mio totale distacco dall’agenzia (aprile 1974).

L’agenzia in quel tempo, e cioè nel 1972 e 1973, attaccava come ho già detto, Cefis in piena espansione politica con la sua proposta di democrazia tecnocratica, l’illusione di quegli anni, soprattutto da quando il personaggio si era esibito in un suo show personale all’Accademia Militare di Modena, con un suo discorso agli allievi di non facile lettura interpretativa. Per Cefis, si trattava di cambiare la Patria del tempo passato con quella delle multinazionali di cui lui era in Italia il Pontefice Massimo.

Cefis stava diventando il più potente manager in Italia, contendeva il primato al principe italiano, cioè a Gianni Agnelli, aveva un suo organo di stampa a Milano, Il Giorno, ed uno anche a Roma, Il Messaggero. Sembrava che avesse oramai soggiogato l’intera D.C. e in quel tempo l’agenzia attaccava non solo i suoi pretoriani con a capo Maletti, capo dell’ufficio “D” che egli riforniva persino di danaro mensilmente ma anche quelli che per mancanza di reazione potevano essere ritenuti consenzienti all’operazione e cioè appunto Miceli e il suo Nume protettore Piccoli ed i suoi collaboratori. Degli attacchi al potere di Cefis e della sua pericolosità, ho riportato negli allegati, due note comparse sull’agenzia nel 1972.
Si tratta di due note, tra le tante scritte, che io ho trovato tra le mie carte (allegato C); esse, però appaiono altamente significative, poiché rappresentano la prima, puntuale denuncia delle mire golpistiche di Cefis, ripresa nel corso del 1974 da organi di stampa a più diffusione, quali l’Espresso e Panorama (allegato C). Denuncia che, oltre ad apparire estremamente coraggiosa per il momento in cui fu diffusa, quando cioè Cefis era all’apice della sua carriera, doveva senza dubbio avere il pregio di aver colpito nel segno, se è vero che, dopo di essa, il fenomeno Cefis e le sue mire di golpismo tecnocratico, si andarono lentamente sgonfiando.
Desidero ricordare ancora quanto ebbe a scrivere quel terribile foglio a cavallo tra il 1971 e il 1972, nei confronti di Cazzaniga. Per primo, in Italia, e a distanza di anni, fu data notizia di quel tremendo scandalo e cioè dell’ammanco di oltre 90 miliardi di lire nelle casse della ESSO, quale risultante di una scrupolosa indagine amministrativa alla quale fu sottoposta la gestione Cazzaniga nei suoi ultimi dieci anni. Cazzaniga si giustificò affermando che aveva distribuito quella ingentissima – per l’epoca – massa di danaro, ai partiti politici per consolidare la democrazia nel nostro paese. L’agenzia pubblicò particolari e notizie oltremodo precise. Va ricordato che all’epoca Cazzaniga ci riporta ancora e sempre a Cefis, il vero pericolo dell’Italia in quel tempo. Cazzaniga era il braccio di Cefis nell’industria privata, in un ferreo sodalizio di complicità, e d’interessi. Ma Cefis soccorre Cazzaniga attraverso i “suoi” organi di potere, cioè l’ufficio “D” di Maletti in questo caso. Una gestione del SID del tutto incredibile.

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La politicizzazione del Servizio è uno dei peggiori mali che colpisce lo Stato democratico, al servizio di bande e di fazioni al potere. Ma le reazioni violente vennero nel 1974 proprio da Maletti che accusò l’agenzia di essere legata a Miceli e da lui finanziata mentre era vero che l’agenzia procurava noie a non finire proprio a Miceli non solo per gli attacchi personali ma anche per le pressioni di coloro che venivano attaccati dall’agenzia svolgevano sul Capo del SID perché cessassero quegli attacchi. Motivati o no questi attacchi?
Sì: ma purtroppo lo stile e l’orientamento dell’agenzia era tutto di Pecorelli e quel suo foglio che colpiva nel mucchio, indiscriminatamente, se esprimeva bene la personalità di Pecorelli, esponevano a mille vendette e a mille insidie non solo lui, ma soprattutto me stesso, attribuendomi colpe e responsabilità.

Anziché esprimere giudizi per sentito dire e accettare verità confezionate da coloro che hanno un loro preciso interesse ad accreditarle, bene si farebbe a rileggere, sia pure velocemente, ciò che su quel foglio è stato scritto nel biennio 72-73 e giudicare sul concreto e non recepire luoghi comuni che oramai risultano consolidati ma che è pur doveroso rivedere. Sta di fatto che la verità e le denunce scritte su quel foglio, non trovano nessun altro riscontro e accusa più completa e più documentata non esiste alla gestione del potere. La contradittorietà di Pecorelli, che politicamente si confermava per la stessa parte che attaccava, non consentirono che io continuassi a scrivere su quel foglio e così, con l’aprile del 74 cessò ogni mio collegamento con l’agenzia che pur lasciò un segno notevole perchè ciò che venne scritto e venne letto non fu mai smentito perchè negare la verità è difficile, sopprimerla o perlomeno soffocarla invece è facile per chi ha il potere.

Le accuse che avevo puntualmente rivolto a Maletti attraverso O.P., vennero furbescamente utilizzate da questi. Egli, infatti invece di controbattere ad esse, coi come avrebbe dovuto fare se se ne fosse sentito ingiustamente colpito, subdolamente ne distorse i moventi, facendomi passare con Pecorelli come persona legata a Miceli e al servizio di questi. Ed il falso fu purtroppo recepito con superficialità dalla stampa, con ingenuità in taluni settori politici, in particolare di sinistra, presso i quali questo ambizioso e pericoloso personaggio volle accreditare freneticamente una sua credibilità democratica del tutto incredibile perché insostenibile. L’agenzia accusava Maletti non solo di essere al servizio personale e remunerato di Cefis, ma di proteggere e organizzare gli espatri dei fascisti coinvolti nell’eversione nera e i riferimenti erano ben precisi (allegato F). Lo si accusava inoltre dei suoi stretti contatti con i servizi greci all’epoca della dittatura fascista dei colonnelli. Ce n’era quanto bastava per chi aveva responsabilità di compiti e di competenze per eliminare l’infido generale. Purtroppo Maletti riuscì a polarizzare sospetti su di me, uno dei suoi accusatori minori. Sono cose che succedono da noi, dove la leggerezza si sposa all’ignoranza e alla superficialità.
Inserendosi nelle lotte interne alla D.C. riuscì, a quattro anni dai fatti reali o presunti dell’eversione Borghese, a far restringere in carcere Miceli, ma non riuscì a succedergli. La partita era persa, non gli rimaneva che difendersi per non farsi distruggere. Gli riuscì bene. Per quanto mi riguarda, seppe conquistare alle sue tesi il giudice Tamburino, che ordinò una perquisizione domiciliare che venne effettuata il 6 dicembre del 1974, a circa otto mesi dal mio totale e definitivo distacco dall’agenzia mentre per il magistrato il rapporto veniva ritenuto ancora ben vivo.

Significativa appare in proposito la testimonianza resa al G.I. da Maletti e la motivazione del provvedimento da questi adottato; da esse si ricava infatti inequivocabilmente (allegato L) che la perquisizione fu ispirata proprio dallo stesso Maletti e mirava a coinvolgermi in vicende di eversione ed a dipingermi come persona al servizio di Miceli. La controffensiva di Maletti prosegue con la stesura del dossier noto sotto la denominazione M.Fo.Biali in cui vengono inserite calunnie e diffamazioni addirittura plateali. Ottiene udienza dall’On. Mancini che con i suoi ristrettissimi collaboratori, tra i quali il signor Raffaele Jannuzzi, in arte Lino, restano affascinati da quello che definiscono il Von Gehlen italiano. Ottiene credito da illustri e rispettati parlamentari comunisti quale gli On.li Boldrini e Pecchioli. E viene così ad  accreditare una immagine della mia persona del tutto falsa e tendenziosa, riassumibile in una posizione di totale asservimento al SID di Miceli, ed in una collocazione politica di destra, nonostante che risulti in maniera inequivocabile (allegato G) una mia netta presa di posizione contro la candidatura di questi nelle liste del M.S.I.

Tra dicembre 1974 e gennaio 1975 Giorni-Vie Nuove pubblicava ben quattro servizi infarciti di falsi e calunnie che avevano come punto centrale di questa nuova, massiccia aggressione, una incredibile ed inqualificabile interrogazione a risposta scritta n. 4-I1954 del 18.XII.1974 a firma Jacazzi, Raucci, Flamigni e D’Auria che riporto integralmente e sulla quale chiedo che venga aperta la più severa inchiesta parlamentare e giudiziaria. Il punto centrale dell’interrogazione, recita:

se è vero che l’anomala ed illegale procedura con la quale si consentirono l’apertura di due depositi di esplosivi, nel gennaio 1962 a Cava dei Tirreni (Salerno) e nel giugno 1962 a San Clemente (Caserta), venne fatta adottare ai succubi prefetti dell’epoca per forti pressioni politiche ed in particolare per intervento del colonnello Nicola Falde, non solo capo della segreteria di un Ministro allora in carica, ma anche agente del SIFAR, poi capo dell’ufficio REI, dopo che il colonnello Rocca venne fatto suicidare”.

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Questa interrogazione, come i servizi apparsi sul settimanale del PCI, sono il frutto dell’intesa stabilita in quell’epoca tra Maletti, che riesce ad accreditare una sua affidabilità democratica a sinistra e gli On.li.Boldrini e Pecchioli, gli esperti nei rispettivi settori di competenza del PCI, ai quali ripetutamente mi sono rivolto con specifiche lettere di protesta e di chiarimento e dai quali, purtroppo, ho finora ricevuto come unica risposta il più assoluto silenzio (allegato I). Pertanto, in data 18 gennaio, 18 marzo e 18 aprile 1982, scrivo ai predetti onorevoli e li invito ad esaminare la vicenda che mi riguarda, in un quadro rigorosamente legale. Le lettere inviate sono state da me direttamente recapitate alla Direzione Centrale del P.C.I. Boldrini e Pecchioli hanno ritenuto di non rispondere. È un caso che io ho aperto il 18 gennaio c.a. e che intendo perseguire fino alla conclusione con tutte le implicazioni che comporta, dichiarandomi disponibile a tutto quanto la legge prescrive perchè luce sia fatta e con la luce, si stabilisca una buona volta, la verità e quindi la giustizia.

Per aver accusato Maletti, quando era al servizio effettivo di Cefis e non dello Stato, per aver sfidato, inerme, chi aveva i mezzi e gli strumenti repressivi del potere, per sua triste sorte, sono costretto a subire tutte le più inimmaginabili vendette del potere. Ricordo che a quell’epoca l’Espresso pubblicò servizi molto accurati sulla collusione del SID con Cefis per effetto del quale venni ascoltato da un magistrato a P. Clodio per una connessione tra quanto pubblicato da O.P. e i servizi dell’Espresso (n. 31 del 4.VIII.81 – allegato C).
Quanto poi al mio preteso asservimento al SID di Miceli preciso che uscito dal Servizio, ho cessato del tutto anche dal servizio attivo proprio per effetto della detestabile esperienza al SID. Non ho atteso l’occasione favorevole per la denuncia dei misfatti perpetrati ai danni dello Stato democratico e della sua sicurezza: ho pagato così duramente per il poco invidiabile primato di aver tutti preceduto – e di anni – a scrivere e a parlare con estrema chiarezza su quanto avveniva all’interno del cosiddetto Palazzo per la parte che mi era data di conoscere.

Io non ho scritto solo su O.P.: ho cercato – e ci sono riuscito solo in minima parte e con risultati del tutto trascurabili – a far scrivere su quanto avveniva, anche sulla stampa democratica e a larga diffusione. Anche ora non c’è spirito di animosità da parte mia: c’è solo la concretezza di una intollerabile situazione marcia e degradata che sta davanti agli occhi e alla coscienza del paese. Affermare poi che ho scritto e diretto per tre mesi l’agenzia per conto del SID e di Miceli è un altro vergognoso falso di comodo.

In quel momento di crisi personale di Pecorelli e del suo foglio, c’era poco da scegliere: i due collaboratori di Pecorelli in quel tempo erano don Annibale Ilari, un sacerdote ribelle – per me giustamente – un testimone prezioso dell’operato del Tribunale matrimoniale ecclesiastico del Vicariato perchè magistrato di quello stesso organismo, e il signor Cardellini che si interessava quasi esclusivamente dell’amministrazione e dei servizi (rifornimento della carta, etc. etc.). Pecorelli superò la crisi dell’agenzia solo perchè affluirono i trenta milioni che uomini corrotti del potere gli fecero pervenire. Il problema di O.P. non si risolse con quei tre mesi di direzione.

Il caso Pecorelli invece, si ingigantì col tempo. I risultati ottenuti non solo non furono riconosciuti, ma vennero negati anche quando gli effetti erano evidenti ed inconfutabili. Ho pagato un prezzo altissimo ed il conto, a mio danno, resta ancora tuttora aperto. Si è tanto scritto su O.P. agenzia del SID adducendo a prova la mia presenza all’agenzia.

Si è parlato addirittura di una mia missione per conto ed incarico del SID presso l’agenzia. Il mio rapporto con quell’agenzia va dall’ottobre 1971 all’aprile 1974: durante questo tempo, mai ho messo piede nei locali di quel foglio, tranne per quei tre mesi durante i quali l’ho firmata (I.XII.1973 – 28.2.1974). Le mie note apparse su O.P. le dettavo a braccio a Pecorelli o al suo collaboratore Cardellini. Con quel foglio io non ho avuto alcun interesse personale nè – sia detto con estrema chiarezza – c’è stata remunerazione alcuna perché il mio intento lo escludeva. Io, non rappresentavo il SID, caso mai l’anti SID. È questa la verità. Ma alla verità si preferisce la mistificazione o la verità di comodo, cioè il falso contrabbandato per vero.
Dire che su O.P. scriveva un “colonnello o generale del SID, successore di Rocca suicidato”, diciamolo pure, fa molto effetto e colpisce meglio. L’immaginazione del lettore al quale finalmente si offre il nome di un responsabile del disastro nazionale che è sotto i nostri occhi, da quello morale innanzitutto, a quello economico-sociale e politico, in modo preminente. Con qualche altro trapassato del mio livello in tristissima compagnia, possiamo essere additati all’opinione pubblica come i rei di Stato. Così facendo, la stampa soprattutto, si macchia del grave delitto della disinformazione. Salva il potere corrotto, imbelle, il responsabile vero di un degrado inarrestabile, ma si assume in proprio la responsabilità di salvare i rei e di accusare – almeno nel mio caso – chi questo degrado ha denunciato documentalmente, in solitaria sfida, esposto a pericoli ed insidie.

Pericoli e insidie che non sono certo cessati, per me, con la morte di Pecorelli e con la fine della mia collaborazione ad O.P.. Creata l’immagine di un Falde ex colonnello del SID, successore di Rocca morto in circostanze misteriose, al servizio di Miceli è stato facile indurre anche di recente gli stessi organi giudiziari titolari del cosiddetto processo ai giornalisti-spia, al con­vincimento, rafforzato da testimonianze false e di parte, che la mia attività giornalistica si sia espletata all’ombra e con il finanziamento e la protezione di una fazione del SID. Ed è stato altresì facile diffondere ed ingigantire tale immagine attraverso la stampa, che ha ampiamente ripreso brani della sentenza del Tribunale di Monza che fanno riferimento alla mia persona. A questo ennesimo, subdolo attacco non ho potuto reagire in altro modo che chiedendo, caparbiamente, l’ennesima rettifica ai giornali ed indirizzando al Tribunale di Monza una lettera di dettagliata e puntuale denunzia delle falsità che erano state pronunciate a mio carico. Lettera che, per le sue strette connessioni con gli argomenti qui trattati integralmente allego e considero par te integrante del testo (allegato H).

Atti commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 Doc. XXIII n. 2-quater/6/XVII

pecorelli7

Fin qui Nicola Falde, come tanti altri, anche lui deceduto.

Carte descrittive di un’ambiente (questa è la mia prima preoccupazione) che potrebbe essere quello di allora, forse quello di oggi e, se non si interviene (ma chi sa intervenire in materia tanto complessa?),  quello di domani.

Reclutamento, selezione e formazione del personale cambiando i paradigmi culturali nel profondo o il clima che si respira leggendo queste dichiarazioni (vere, false o autentiche che siano) permarrà e indebolirà la Repubblica. Per agire con risolutezza si deve conoscere la storia del servizio/servizi e quando dico la storia non mi riferisco solo al lavoro degli storici.

Comunque, come vedete, mettere mano all’omicidio Pecorelli è come dire riformare dalle viscere la Repubblica e provare, bella senz’anima, a rianimarla, prima che esali l’ultimo respiro. A meno che siate tra quelli che ritengono che siano storie d’altri tempi e allora lasciamo perdere e l’ultimo che esce, cortesemente, spenga la luce.

Se avete gradito mandatemi, che so, dieci/venti euro.  Ne ho bisogno.

Oreste Grani/Leo Rugens