Ho trovato l’Elemento 115-bis

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Questo semi-post (intendendo non per brevità ma per cose non tutte dette) spero faccia riflettere alcuni che, improvvidamente, hanno pensato di “cucinarci” solo usando l’arma delle difficoltà economica in cui versiamo o “portandoci” in giro sul terreno delle difficoltà logistiche ed organizzative. Era meglio, nei modi civili e opportuni, allearsi. Noi siamo vivi e memori. Mi dispiace per loro ma venivamo, anziani come siamo, da lontano e questa distanza l’abbiamo percorsa con la giberna attrezzata principalmente di umiltà e adattamento permanente alla massima frugalità e abituandoci progressivamente negli anni a richiamare alla mente le nozioni giuste e nel giusto ordine a cui maestri saggi ci avevano addestrato. Mossi da quello che un tempo si sarebbe chiamato interesse superiore della Nazione.

Nella giberna c’è stata ad assisterci una giusta dose di mnemotecniche classiche quando le nozioni da ricordare venivano associate a immagini insolite, collocate in luoghi abituali e facili da rammentare. A volte anche, metaforicamente, da rammendare. Questo è stato il segreto di quanto siamo riuscita a realizzare, a prescindere da sabotatori. ladri di soldi e di verità, nemici ideologici e culturali delle nostre scelte.

Se ricordare e tramandare i ricordi è una necessità (e una scelta di vita) insita negli uomini con gradi diversi di intensità, scelta su cui basare la propria storia e cultura (anche quella personale e per questo il blog è così carico di elementi autobiografici) alcune forme di collezionismo (che possono addirittura apparire folli ad una forma superficiale di osservazione), si concretizzano nell’accumulo, perfino disordinato, di opere, oggetti, libri, giornali sottratti alla loro destinazione originaria e inseriti in una sorte di microcosmo immune dall’usura del tempo, possono divenire “altro” da quello che fino a quando la “collezione” rimane nelle mani e nelle cure del collezionista, appare.

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Questo “altro” – nel caso che comincio a trattare – potrebbe essere destinato a divenire il database che ho sempre sognato poter svolgere funzione enzimatica per sviluppare la capacità in alcuni (ma intendo in realtà molti) di apprendere l’arte del trattare le informazioni.

Il nuovo operatore di intelligence (del processo di reclutamento, selezione e formazione di questo profilo professionale ho l’ambizione di interessarmi), come ho scritto da anni in questo marginale e ininfluente blog, dovrebbe arrivare a presidiare infatti un settore strategico – il trattamento delle informazioni – dove risultano essenziali tanto la sua capacità di lettura, interpretazione di eventi significativi del passato di natura sociale, politica, economica e culturale, quanto le basi etiche del suo agire futuro. Quella che ho chiamato “La macchina del tempo”, mostrando di volta in volta solo alcuni esempi (qualche volta perfino con modalità fuorvianti o scherzose), in realtà esiste è l’attenziono da oltre un decennio. E non parlo di tecnologie ma della materia prima. Del carburante. Carburante che se messo ad alimentare il processi formativi necessari potrebbero stupire il mondo “specialistico” impegnato a cercare nuove strade (senza – ritengo – ad oggi trovarle) per sviluppare metodologie e tecniche di reclutamento e di selezione di questo nuovo tipo di operatore.

Penso di aver trovato l’Elemento 115 e la formula transdisciplinare per utilizzarlo. La peculiare qualità delle prestazioni dei futuri oggetti di questo processo formativo, misurabile nell’efficacia del loro contributo alle politiche nazionali di prevenzione, e la rettitudine dei suoi comportamenti, valutabile nel grado e nella persistenza della sua adesione ai valori di riferimento, costituiscono dunque i connotati distintivi del ruolo professionale alla cui ideazione mi sto da anni dedicando e, perciò stesso, gli obiettivi generali della formazione stessa. I cittadini scelti per vigilare sulle sorti della Repubblica saranno destinati ad operare in differenti ruoli e contesti organizzativi-istituzionali, industriali, di studio e ricerca, civili e/o militari.

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Questo post rende pubblico e notorio (è l’unica forma ormai di garanzia quando si lavora sull’opera dell’ingegno e gli sparvieri sono in agguato) l’avvio di un percorso attuativo che, a partire dalle linee programmatiche qui solo accennate, dovrà produrre contenuti e indicazioni metodologiche di dettaglio per le attività di questo Centro Studi/Fondazione a cui stiamo (ecco l’alleanza e l’amicizia con Alberto Massari e Ariela Parracciani e nuovamente tanti altri) per dare vita.

Per questo fine superiore (così ho fierezza di definirlo) mi sono “umiliato” fino a chiedervi piccoli gesti di aiuto finanziario. Ed ora è tempo di rendere pubblica la trama sotto intesa e di rivendicare il metodo.

Confidiamo che a questo nostro ulteriore e imprescindibile impegno vogliano concorrere anche altri soggetti interessati a tale impresa, convinti dai nostri pensieri a lavorare in questo modo per il Paese e a diventare così, a loro volta, soggetti promotori di tale straordinario cambiamento paradigmatico.

Ci prepariamo a dare forma e sostanza ad un luogo, fisico e mentale, dove fecondare l’idea di una cultura della complessità che, speculare alla complessità del mondo attuale, si prospetti come solo efficace chiave di comprensione del reale ma che, nutrita e orientata dal paradigma della transdisciplinarità – il metodo di pensiero della complessità – potrà dotare i cittadini (e tra loro i nuovi operatori di intelligence) delle qualità intellettuali e professionali in grado di porli all’altezza dei loro compiti. Diceva Mazzini: dei loro doveri, prima che dei loro diritti. E il mondo che si delinea è un mondo dove bisognerà trovare sempre di più l’equilibrio tra doveri e diritti. Abbiamo bisogno di cittadini sempre più consapevoli del loro ruolo strategico di sentinelle della convivenza civile, soldati di un grande esercito culturalmente rivoluzionario rispetto all’autolesionistico modello che ci viene proposto. Un mondo per imbecilli muscolari organizzati nella loro specializzazione di violenti bruti sopraffattori.

Le nuove tecnologie permettono di conservare tutto e l’immensità di questo magazzino immateriale è la vera spia/misura della potenza della memoria contemporanea ma al tempo dei nuovi problemi che essa ha di fronte: l’accesso ai dati e un’adeguata indicizzazione di una complessità inimmaginabile per qualsiasi collezionista del passato.

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Non sarà che invece, nell’universo totale e totalizzante di Internet, si avverte il bisogno di nuovi criteri per capire un mondo che, se appare ormai del tutto svelato nei suoi dettagli, ha però bisogno di nuovi occhi per rivelarsi nei suoi significati e solo a questa condizione può riacquistare senso? Occhi che sappiano scorgere un ordine nel caos e cogliere il senso del tutto – l’intelligenza delle cose – scrutando frammenti senza senso apparente?

In una parola: non c’è forse bisogno di una nuova capacità culturale, tanto più protettiva dei destini di una società quanto più allenata ad anticipare il futuro leggendo i segni del presente e del passato?

E siamo pervenuti al cuore del post, al suo centro e al tempo alla sua necessità peri-ferica.

Mi trovo in questi mesi a trattare (mi sto attivando perché il patrimonio non vada disperso) il frutto di una intera vita di un collezionista (che conosco e stimo da oltre mezzo secolo) che, passo dopo passo, acquisto dopo acquisto, onere finanziario dopo onere finanziario, lo ha portato ad essere, a mio giudizio, il più grande collezionista vivente di quanto attiene (parlo di libri, opuscoli, fotografie e giornali) il periodo della Seconda Guerra Mondiale fino alla nascita della Repubblica Italiana. Parlo di oltre 110.000/120.000 pezzi originali e spesso unici.

Questo immenso archivio, frutto dell’amore e della determinazione eroica di un grande italiano, principalmente a carattere emerografico, a fortissima vocazione internazionale, potrebbe, opportunamente salvato e messo in protezione”, principalmente da parte dello Stato ma – ovviamente – non solo,  divenire la pietra angolare da cui far risorgere una Repubblica senza identità perché ha perso sostanzialmente la memoria.

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Oreste Grani/Leo Rugens ancora più attento del solito