Consoli onorari di cosa e perché? Ovvero le storie parallele di Ezio Bigotti e Gianfranco Falcioli

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In recessione ci si va, tra l’altro, quando “al comando” si insediano dei grassatori/tosatori di quanto, viceversa, dovrebbe essere destinato allo Stato e quindi per il benessere di tutti i cittadini e non solo di alcuni. Mi dicono che, in Europa, oltre all’Italia, è entrata in difficoltà recessiva anche l’Olanda.

Per capire le cose complesse, vado dietro ad un mio meccanismo mentale da cui raramente sono stato tradito: lo chiamo “prove logiche” che considero tali (cioè logiche) a mio insindacabile giudizio. In questo metodo, che giustamente potete considerare di nessuna scientificità, mi faccio guidare da quello che comunemente viene chiamato “filo rosso”. Rosso o bavoso. Questo filo e questa traccia (la bava) coincidono quasi sempre (anzi, senza il quasi) con i soldi, cioè da dove partono, a dove arrivano. Senza scomodare il povero Falcone, mi sembra elementare Watson.

Alcuni anni addietro ho sentito affermare che il primo paese investitore europeo in Kazakhstan era il Regno d’Olanda (cioè imprenditori e finanza olandese). Diceva il mio interlocutore in quel momento che il dato che lui stresso ci stava fornendo era falsato dal fatto che gran parte di questa cifra cospicua in realtà rappresentava interessi di italiani che preferivano agire sotto il regime fiscale olandese. Mi sembrarono cose troppo difficili per un provincialotto come sono, ma tenni da parte l’informazione bizzarra anche perché, presso un international law a Via Quattro Fontane a Roma, queste cose le disse l’ambasciatore Andrian Yelemessov che parlava un perfetto italiano. Difficile che oggi mi sbagli facendo questa affermazione perché ero presente. Trovai quindi interessante che esistesse un’asse rizomico tra Olanda e Italia che si sostanziava in un Paese (l’immenso Kazakhstan) dove i fattori energetici (il gas e il petrolio) sono determinanti per l’economia. Misi da parte l’informazione che riemerse solo quando (non troppo tempo dopo) cominciarono a circolare le notizie di colossali interessi intorno a quello che si chiama OPL 245, cioè una concessione petrolifera in un Paese (l’immensa Nigeria) dove i fattori energetici (il gas e il petrolio) sono determinanti per l’economia. Le stesse parole mi trovo ad usare. Si capì subito che la vicenda che cominciava ad essere narrata (anche ad opera di valenti giornalisti investigativi come quel Claudio Gatti di cui altre volte vi abbiamo fatto cenno) nelle aule giudiziarie, aveva la caratteristica di un film avvincente per le complessità geopolitiche messe nella trama. Corruzione internazionale, faccendieri spregiudicati, alcune multinazionali del petrolio, il solito dittatore padre/padrone di quel Paese fin che dura la dittatura. Il tutto condito da cifre di denaro che si ha difficoltà a scrivere e a credere che si possano lucrare.

Mi colpì subito che l’ossatura dello scandalo (ma a chi fa scandalo tutto questo?) tenesse in realtà legati l’ENI (Italia) e la SHELL (Olanda). Tutto qui. Questo per raccontarvi come il mio cervello (ma a chi può interessare come funziona il mio cervello?) tratta le informazioni e come, trattandole e facendomi guidare dalla curiosità, lo tenga allenato (prima di morire che altro devo fare?) per rimanere capace di interpretare e anticipare gli eventi significativi di natura sociale, politica, economica  e culturale. E in questa vicenda OPL 245, che mi appassiona sempre di più, ci sono elementi di questa natura variegata. Questa vicenda, lo ripeto, mi appare strano che, con tutto quello che ormai è documentato, non faccia scandalo, soprattutto agli occhi e alle orecchie del Governo. Ma, arrivo a dire in modo irriguardoso, anche della Presidenza della Repubblica. La ritenevo più sensibile. Torniamo al titolo dove si fa riferimento forte nell’investigazioni già attuate e nei dibattiti in aule giudiziarie, alla figura para-diplomatica del “console onorario”. Siamo al cuore del problema: la mia mente registra la presenza nella vicenda con il Kazakhstan di un “console onorario” come Ezio Bigotti. Altrettanto emerge nella vicenda Nigeria/OPL245 un “console onorario” come Gianfranco Falcioni.

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Che minchia c’entrano, mi sono cominciato a chiedere questi consoli onorari intorno a queste vicende complesse? Quella nigeriana è un macro business ma anche i traffici con Astana (compreso il rapimento e l’espulsione illecita della signora Alma Shalabayeva) muovevano cifre iperboliche. Si diceva che Mukthar Ablyazov avesse zottato al suo padre-padrone Nazarbayev, 8 miliardi di dollari. E, se mi consentite (vera o non vera, precisa al decimale o meno la cifra) sempre di montagne di soldi si trattava. Mi colpivano queste cifre e mi colpisce la figura di uno che chiamato “console onorario” può rapportarsi con questi volumi d’affari. Mi riconcentro su Gianfranco Falcioli (Nigeria OPL 245 Petro Service) perché la fine che Ezio Bigotti doveva fare l’ha già fatta: non era certo un personaggi da “onorare” con nessuna carica diplomatica. A tal proposito sarebbe interessante che qualcuno che ha autorità per fare domande alla Farnesina chiedesse a qualcuno che viene pagato in quel ministero nodale come abbia fatto a diventare “console onorario” un ceffo come Ezio Bigotti. Ci sarà pure una procedura? Ci sarà pure qualcuno che metteva qualche firma? Ci sarà stato pure qualcuno che chiedeva una forma di nulla osta di sicurezza per il candidato? Queste domande le farei per non lasciare nulla di intentato in quella ancora oscura vicenda, soprattutto alla luce di quanto successivamente è emerso nella disavventura giudiziaria che vede imputato il re dei pulitori di cessi (Bigotti) con l’avvocato Pietro Amara, a sua volta persona che con le sue chiamate di correità, oltre a far arrestare non pochi magistrati ha fatto individuare Francesco Sarcina, che quando è avvenuta la perquisizione e l’arresto ai primi di agosto u.s., era a tutti gli effetti funzionario dell’AISI e detentore presso il suo domicilio di documenti riservati prelevati negli archivi dell’Agenzia. O detenuti in copia. Oltre che allo scandalosamente falso passaporto intestato a Rodrigo Martinez ma in realtà recante la foto di Aurelio Voarino che del console onorario Ezio Bigotti era a tutti gli effetti il collaboratore più stretto e nella cui veste formale, incautamente, ha ritenuto di potermi denunciare alla autorità giudiziaria per chiedere la rimozione dei post a lui dedicati in questo marginale e ininfluente blog. Post che oggi, come si vede, non solo erano veritieri ma preveggenti.

Port Harcourt

 

Torniamo al console onorario italiano a Port Harcourt in Nigeria. Che sarebbe come dire Torino-Pinerolo in Piemonte-Italia. Un gentiluomo come Bigotti a Pinerolo; un gentleman come questo Gianfranco Falcioni in Nigeria? Ho deciso di non distrarmi su questo Falcioni come ho fatto bene a non mollare Bigotti e Voarino

A questo Falcioni e ai suoi comportamenti vengono dedicate tre pagine del libro di Claudio Gatti “ENIGATE” altre volte citato. Il volume va letto e riletto, e ancora riletto, per cominciare a capire di cosa ci si deve interessare dopo Banca d’Italia, CONSOB. Di ENI e senza timori reverenziali.

Torino

Nel leggere le pagine che riproduco fermatevi – anche solo un momento – sulle cifre e sui sistematici coinvolgimenti dei nostri servizi in queste vicende. E non commettete l’errore di scambiare queste presenze per “difesa degli interessi superiori della Nazione”. Niente di più lontano. Tanto è vero che siamo in “recessione” e non per colpa di Luigi Di Maio o dei troppo per bene altri esponenti del M5S. Il Paese è spolpato da decenni da questi malfattori e i vertici del Movimento viceversa hanno la sola responsabilità di aver voluto assumere l’onere della guida della Repubblica senza prima pretendere l’epurazione di tutta questa teppaglia. Tra smemorati che sarebbero dovuti “saltare sulla sedia” (quante volte Claudio Descalzi arriva a scusarsi con questa metafora ridicola per negare il proprio coinvolgimento mentre l’altro lo incalza nei ricordi circostanziati) e finti servitori dello Stato, ora far capire ai cittadini elettori chi ha svuotato le casse e chi, per troppa voglia di fare subito (a volte, se non sempre, la fretta fa fare alla gatta-madre i cuccioli ciechi o deboli), non ha altra colpa se non un eccesso di ambizione e, al tempo, di sottovalutazione dei danni per decenni arrecati dalla partitocrazia onnivora, sarà durissimo. Anzi, temo, impossibile. Se avesse ragione il vecchio Leo, ricominciare a far sperare, sarà una chimera. E questo non non non doveva succedere come, temo, si vedrà da stasera in poi.

Leggete.

Oreste Grani/lLeo Rugens

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