La centralità della Sicilia nel rapporto con la lontana Cina

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Mi viene segnalato un articolo del quotidiano La Sicilia del 16/3/2019 in cui il sottosegretario Michele Geraci tra battute (fate trovare pulita Palermo e ora vedo cosa posso fare per far incontrare qualche imprenditore italiano con qualcuno della delegazione cinese) e ragionamenti seri, pone l’accento sulla centralissima (è al centro in tutti sensi da alcuni millenni) isola mediterranea.

Questo marginale e ininfluente blog, da anni, prova (deduco inutilmente) a richiamare l’attenzione sulla Sicilia nella sua funzione bonding, bridging, linking. Così ora che lo scriviamo in inglese speriamo che qualcuno ci metta la testa seriamente.

La funzione (triplice come Tri-nacria) ipotizzata per la super piattaforma di arrivo e partenza di genti e merci è una sola cosa con quanto, 150 anni addietro, è avvenuto con l’apertura del Canale di Suez.

Il bonding è il primo dei tre esempi di “capitale sociale” che si può attribuire alla Sicilia non solo banalmente pulita (ci mancherebbe pure) ma ri-pulita dal gioco criminale che per troppi anni l’ha condizionata e abilmente utilizzata.

Per bonding intendo dire l’insieme delle relazioni fiduciarie che si instaurano tra le persone che appartengono ad un medesimo gruppo sociale caratterizzato da forte omogeneità di valori e di interessi: la famiglia, un’associazione, una comunità politica, economica, cioè culturale. Tranne la mafia, qualcuno ha lavorato in questa direzione?

Bridging, invece, è il capitale sociale che persone, appartenenti a gruppi culturalmente distanti e perfino con interessi tra loro divergenti, riescono ad accumulare in forma stabile. Che so io, decidendo che, tra calabresi e siciliani, si ha interesse comune ad ammazzare il giudice Antonino Scopelliti. E intorno a questo scambio reciprocamente vantaggioso, nasce la fiducia generalizzata – cosa ben diversa dalla fiducia particolaristica che accompagna e caratterizza il bonding di cui sopra – che è il fattore chiave di avanzamento delle tanto decantate economie di mercato: abbassando i costi (e i vantaggi in sicurezza) di transazione, la fiducia generalizzata rende più agevole la stipula dei contratti e più credibile la loro esecutorietà.  Tranne le Mafie siculo- calabresi-pugliesi-campane a voi risulta che qualcuno operi con questa visione complessa (cioè intelligente) delle cose?

Per non parlare, come terzo approccio, del linking in quanto rete di relazioni tra organizzazioni della società civile (associazioni, fondazioni culturali, ong, chiese), soggetti della società commerciale (imprese e le loro associazioni) ed enti della società politica (istituzioni di rappresentanza e amministrative) volte a realizzazione di opere ed iniziative che nessuna delle tre sfere in cui (forse bisogna ricordarlo) si articola la società, da sola, sarebbe in grado di attuare. A tal proposito ormai solo le Mafie, in questo maledetto nostro Paese, sembrano aver studiato. Il principio regolativo che ho provato a delineare, con amarezza e facile ironia, che dovrebbe sostenere tale forma complessa di capitale sociale è quello banalmente di sussidiarietà circolare.

Quando dico che sembra ormai che a studiare siano solo i mafiosi e i loro colletti bianchi dico cosa nota ma che in pochi vogliono ammettere.

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Ad esempio, per arrivare a proporre un ruolo della nostra Italia e della determinante (quanto questo sia vero le colte classi dirigenti cinesi lo sanno) Sicilia nella complessa costruzione/realizzazione  della ormai nota a tutti Via della Seta (tale progetto è stato prima un fatto concettuale messo al centro delle riflessioni dell’UNESCO, decenni addietro, contemporaneamente all’avvio della ricostruzione della Biblioteca di Alessandria d’Egitto!!!!!!!!), gentile sottosegretario, bisognava, per tempo (forse bastava no gli otto mesi da quando anche lei ha avuto l’onore e privilegio di governare un grande Paese come ancora può tornare ad essere l’Italia soprattutto se lo si sa concepire in stretto legame con la nostra Sicilia), studiare cosa manca ai cinesi e cosa abbiamo, viceversa noi, anche tenendo d’occhio cosa loro non riescono a risolvere. Almeno nelle dimensioni di cui necessitano: l’acqua, ad esempio. Ovviamente sapientemente trattata. E non parlo della scoperta dell’acqua calda ma di potabilizzazione e di trattamento intelligente dell’elemento vitale.

Questo marginale e ininfluente blog prova l’impresa impossibile (dell’ultimo minuto) con questo suggerimento. Che le vie carsiche del web le portino l’informazione, con l’augurio al tempo che sia lei all’altezza delle dichiarazioni fatte ala stampa.

Perché, viceversa, io sono certo della qualità del mio suggerimento.

Che sostanzio con il nome di una azienda italiana, eccellente nel mondo (intendo in tutto il mondo!) ma che non ritengo ancora introdotta in Cina. Se vuole fare quella che un tempo si chiamava una bella figura, chiami un suo collaboratore (penso che ne abbia) e lo mandi nel web. Gli faccia digitare Protecno/Belbusti/Mondolfo, lo faccia scavare per qualche minuto, e, passo dopo passo, capirà che non mi sarei mai permesso di ingannare quello che ancora considero il governo della mia Repubblica. Nella sua persona poi mai. Se poi vuole fare un figurone ancora “più migliore assai” mi faccia sapere che è interessato a risolvere il contenzioso aperto con la Cina, non ancora comunista, nel 1947 (la Cina vinse la Seconda guerra mondiale e noi la perdemmo) intorno ad un’opera dell’ingegno umano denominata Ben Cao, pezzo “unico al Mondo”, ritengo ancora giacente da quando lo feci riemergere, oltre 20 anni addietro, per fotografarlo  presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (Castro Pretorio). A corredo delle mie bizzarre affermazioni posto alcuni degli scatti che feci eseguire quel giorno (era il lontano, mi sembra, 1998) quando, stupendo la sinologa (ritengo che fosse proprio la dottoressa Agnese Rollo autrice dell’articolo del 2010 che trovate a seguire), che mi si presentò in rappresentanzadell’amministrazione dello Stato, in quanto, pur non essendo “d’ambiente” mi dimostrai informato dei fatti. Chiesi ed ottenni di far trasportare, ben scortato, in superficie, l’intatto “pezzo unico”. Forse è tempo di restituire alla Cina, colta e intelligente, quel patrimonio culturale o scoprire, viceversa, che, qualcuno lo ha già fatto, senza dirci che lo ha fatto. Mi interessa la verifica dello stato dell’arte. Mai espressione fu più adatta.

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Oreste Grani/Leo Rugens che prima di morire vedrebbe, con piacere, attuarsi l’intelligente e strategica restituzione del Ben Cao mostrato all’Imperatore della Cina,  Xiaozong, nel lontano 1505 e forse trafugato (ma non apro la questione che non è di mia competenza) durante la rivolta dei Boxer, nei famosi 55 giorni di combattimenti a Pechino, nell’estate del 1900.  Se gli amici siciliani volevano un suggerimento per dare un senso profondo (e un grande valore aggiunto) alla loro eventuale funzione nel rapporto con la Cina, questa redazione glielo ha dato. Di più non c’è. Facile, raffinato, non costoso e ribadente che l’intelligence del futuro è solo culturale. Se si sa di cosa si parla. E questa ammissione sarebbe la moneta di cui personalmente vorrei essere ripagato.

In più, usando lo spunto scientifico e artistico presente nell’opera (c’è un capitolo dedicato all’elemento acqua) ho aggiunto il business strategico del H2O: i cinesi ci badano a chi sa di Loto, di Acqua e di Fango. Chiamare Belbusti della Protecno, quindi; far uscire dalle catacombe il Ben Cao; firmare il più importante accordo strategico con la Cina per rendere potabili o trattabili le loro acque. Anche non in questo ordine. Tutto questo sforzo diplomatico si può fare anche quando si saranno spenti i riflettori della visita. Io, se fossi al governo, questa mossa la farei. Ma io, notoriamente, non solo non sono al governo ma, se devo trovare un posto a sedere, per assistere ad una conferenza dentro la Biblioteca Nazionale Centrale (dove dovrebbe essere ancora  “custodito”/sepolto” il Ben Cao), ho difficoltà a farlo. Come mi è accaduto venerdì 15 marzo u.s.


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LA SICILIA AL CENTRO DEL MEDITERRANEO

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Se ieri il M5S avesse deciso di soccorrere, numericamente e amministrativamente, Nello Musumeci (il fascista onesto ma, in realtà, una cosa sola, per i voti determinanti ricevuti, con i peggiori ambienti politici corrotti e utili alla mafia!), personaggio ambiguo che, ingiustamente e inopportunamente guida la Sicilia, avrebbe abdicato ad un ruolo che, dopo il risultato elettorale del 4 marzo u.s., avendo decine di “portavoce” di origine siciliana nelle istituzioni Parlamentari a Roma, gli compete (ruolo che, con la dovuta pazienza e lungimiranza, non potrà non assumere) cioè quello di punto di riferimento, politico e culturale, dell’intero bacino mediterraneo, contribuendo, in questa eventuale posizione, alla implicita rinascita italiana, accompagnando l’Isola a divenire laboratorio di pensiero evoluto quale terra di accoglienza, protezione, sviluppo di pensiero complesso e, in quanto tale, transdisciplinare.

Si avvicinano due date importanti per lavorare in questa prospettiva e sostenuti da questa visione di vasto orizzonte: l’appuntamento della primavera 2019 di cui leggerete a seguire e, aggiungiamo noi, laicamente, il 150° dell’inaugurazione del Canale di Suez. Su questo tema non ci siamo fatti parlare dietro e abbiamo pubblicato un intero volume (con la prassi delle puntate) di ricostruzione storica di quello straordinario avvenimento ingegneristico, politico, culturale. Il canale di Suez, ai suoi tempi considerata impresa impossibile se non scientificamente non proponibile, non possiamo non dire che non abbia cambiato il destino del Mediterraneo e delle sue genti. Perché queste condizioni (la presenza nel Parlamento Italiano di tanti cittadini a cinque stelle), la Macchina del Tempo che ci obbligherà a ragionare del 150° dell’apertura (17 novembre 1869 – 2019) alla navigazione del Canale e, cosa non ultima, la grande iniziativa annunciata dalla Chiesa di Roma, voluta fortemente da papa Francesco e prevista per la primavera 2019.

Su tutti incombe la necessità che scoppi la pace a Gerusalemme e in Siria, obiettivo (tra i tanti) implicito nel super raduno dei vescovi di questi giorni tenutosi in Libano.

Vi riporto le finalità dell’incontro tra i vescovi mediterranei con l’articolo dell’Avvenire che trovate in calce a questo post e cominciamo a familiarizzarci con tali ambiziosi (ma possibili) obiettivi. Sempre fonte Avvenire, riporto l’articolo di Gianfranco Marcelli uscito, sempre sullo stesso autorevole quotidiano, fin dal  5 settembre 2017.

Per la sede (cosa non minore dovendo dare un segno forte) direi di cominciare a ragionare sugli spunti che circolano (Sicilia e Puglia) ricordando che la terza ipotesi (quella di Firenze) ha le radici in Giorgio La Pirache ne fu sindaco ma che, come tutti sanno, era siciliano e giurista. E questa della pace è una questione di diritto e di diritti. Direi di non perdere l’occasione di dare alla Sicilia l’onere e l’onore di una tale intelligente raduno, intelligente ma necessitante di un calendario dedicato a pensieri (e iniziative) forti che lo precedano e che lo seguano organizzati in campo laico e istituzionale. Direi che questa “santa alleanza” tra le chiese che saranno chiamate alla massima partecipazione all’evento, necessita di visione ma, al tempo, di rapide decisioni, politiche e culturali da parte di chi, fresco di nomina, deve mostrare di aver capito la portata dell’occasione storica.

Se vi devo dire la verità, quando ho fatto sapere a chi di dovere al Cairo che nel 2019 si sarebbe celebrato il 150° dell’Inaugurazione del Canale di Suez, la prima cosa che ho notato che i miei interlocutori (istituzionali) non sapevano di quella data o, per lo meno, non la ricordavano. Vorrei evitare che anche in questo caso si capisse poco di cosa stiamo dicendo – per primi – partendo da questo marginale e ininfluente blog e cosa stiamo implicitamente suggerendo perché la Sicilia e i siciliani, onesti e intelligenti, assumano il ruolo di promotori di un laboratorio permanente per il pensiero mediterraneo che si metta in scia di questi due grandi momenti ma che al tempo stesso, nato a quelle date, come Centro Transdisciplinare, indichi la via, politica e culturale, per far scoppiare la pace nel Grande Lago di Tiberiade (così è chiaro da chi – Giorgio La Pira – ho mutuato il mio riferimento ad un lago piuttosto che ad un “banale” e poco impegnativo mare), oggi specchio d’acqua ma di sofferenza e di ingiustizia. Saprei anche a chi (donna, studiosa della complessità, siciliana, conosciuta e stimata presso le autorità ecclesiali italiane) far dirigere il Centro studi che propongo e faccio questa proposta, da cittadino a cittadini, da cittadino ai neo-parlamentari del M5S. Se leggete l’articolo dell’Avvenire, resoconto degli incontri  appena avvenuti che, al tempo, delinea il futuro prossimo, spero vi appaia, abbinato alle nostre semplici riflessioni, una opportunità per delineare una politica estera siciliana (la Sicilia “deve” avere una politica estera), italiana (che non ne ha una sua), europea del sud, senza la quale politica mediterranea l’Europa sarà solo la struttura giuridica dei Banchieri e dell’asse Parigi-Berlino, fin che dura.

Vasti orizzonti, sogni utopici, amore per il servizio senza i quali però era inutile vincere le elezioni.

Oreste Grani/Leo Rugens


VERSO IL 150° ANNIVERSARIO DEL CANALE DI SUEZ

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Oggi compare, sul quotidiano più autorevole d’Italia e organo ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana, L’Avvenire, a firma di Gianfranco Marcelli, un articolo di stimolo e riflessione dedicato ad un tema geopolitico, che ci sta a cuore come pochi altri, soprattutto in queste ore in cui qualunque scemo e ipocrita (è un reato dare dello scemo e dell’ipocrita?) è autorizzato a parlare di Egitto e di rapporti ineludibili: il Canale di Suez.  Da tempo, in questo marginale e ininfluente blog, dedichiamo, grazie al lavoro intelligente dello storico Pompeo De Angelis, nostro affezionato collaboratore, la massima attenzione a quella grande opera dell’ingegno umano che, quasi 150 anni addietro, consentì di collegare il Mediterraneo con l’Oceano Indiano, e che, nel farlo, agevolò l’andare e il venire delle merci e delle genti, tra l’Occidente e l’Oriente. Il libro di De Angelis (che uscirà appena sarà possibile e che è mio desiderio farlo comparire coraggiosamente al Salone del Libro del Cairo) e l’articolo di Marcelli, aprono una stagione, da oggi al 150° anniversario della inaugurazione del Canale, che spero divenga tempo sufficiente per non rendere vano e solo usato in moto cinico o strumentale, il sacrificio del nostro compatriota Giulio Regeni. Perché, signor (e un reato dare del “signor” ad Angelino Alfano?) ministro, Giulio Regeni, pur friulano e non siciliano, è un compatriota italiano. E questo (ed altro) non consentiremo a nessuno di dimenticarlo. Tantomeno ai giornalisti lecca orecchie dell’ineludibile al-Sisi. Ineludibile come lo erano Faruk, Nasser, Sadat, Mubarak, Morsi, ed ora al-Sisi. Fin che dura fa verdura, presumo dicessero le mie nonne che non ho conosciuto. E business, aggiungo io. Fin che dura.

Oreste Grani/Leo Rugens


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