Più che di stadi sentiamo bisogno di discutere di come si entra realmente “in” politica

vita activa

Virginia Raggi ha chiamato lavoro (e ci siamo) l’indotto che lo Stadio della Roma porterà alla Città Eterna. Che si dovesse, per portare benessere alla Capitale, costruire l’ennesimo tempio alla pelota e alla sua edonistica e corruttiva religione, penso che sia, viceversa, altra cosa.

Amo Roma e la sua millenaria storia ma detesto il calcio con tutto quello che in questa fase di plateale degenerazione in pochi anni si è portato dietro. Lavoro certo e quindi denaro che verrà distribuito (speriamo) nella legalità (così scrivevo ipocritamente ndr) ed equamente. Ora che la sindaca risalirà nelle quotazioni per le elezioni future, fermiamoci, anche il tempo di un post, a riflettere su quella calciocrazia mafiosa di cui ho cominciato a parlarvi. Certamente nell’edilizia, polmone e asfissia al tempo di questa città, qualcosa potrebbe accadere se a questo volano oggettivo si dovessero aggiungere mille e mille altre situazioni di lavoro intelligentemente deciso a vantaggio di settori produttivi (sempre storicamente trainati dalle costruzioni). 

Fin qui il post incompiuto.

Riprendo il ragionamento oggi, obbligato dagli avvenimenti (l’arresto del presidente dell’Assemblea capitolina De Vito M5S), ancora più incazzato del solito e ormai tragicamente convinto che il patrimonio di speranza affidato ad “alcuni” (ma chi cazzo li aveva reclutati, selezionati, formati questi campioni dissipatori del patrimonio di speranza collettivo?) da oltre 11 milioni di cittadini elettori, stia per evaporare.

Settori produttivi, dicevo, ma non intendendo solo l’edilizia carceraria. Non a caso che il mio eroe (ho età sufficiente e gusti consolidati per non essere frainteso) Paolo Ielo (e gli altri del manipolo), li ha beccati pronti alle solite colate di cemento, alberghi in centro storico (Trastevere) ed altro. Ma come si vedrà il tutto con modalità ed arroganze (ma veramente non sapete che esistono metodologie investigative e tecnologie per sapere tutto di voi e di come vi state attivando per rendere vano ogni tentativo di “grande cambiamento”) restaurative e tradizionali.

paolo ielo

Paolo Ielo

Torno all’incipit di uno dei tanti post che comincio e non finisco, per mille e mille ragioni (compreso, a volte, per rispetto dei magistrati inquirenti che immagino oberati di lavoro e che non è opportuno si pongano il problema di cosa scrivano blogger visionari) e che giaceva nel mio computer ormai da alcune settimane. In realtà è li da quando la Sindaca aveva dato l’annuncio del via libera alla grande opera strategica (spero che non debba dire che vi sto sfottendo) per ridare identità alla Capitale. Ora, dopo l’arresto, i sondaggi, già disastrosi, tenderanno ulteriormente “a zero” (come da mesi sostengo). Ma noi, intemerati, come ormai diciamo in modo opportuno quasi in ogni post Hic Manebimus Optime. Anzi, venendo da esperienze politiche (i repubblicani sono arrivarti ad essere, pur rimanendo la coscienza critica del Paese, il 2/3%) dove i numeri assoluti venivano ampiamente compensati dalla qualità del ragionamento e dalla pre-veggenza, non ci spaventiamo per così poco. Anzi, alzeremo la voce nei confronti di questi mascalzoncelli che, grazie alla corrente ascensionale generata dallo tzunami grillino (e dalla traversata coraggiosa dello Stretto di Messina a nuoto), si erano piazzati pensando che la conquista del potere e la gestione della cosa pubblica, sarebbero stati un pranzo di gala. A cui abbuffarsi.

Ora ripartiamo a dire la nostra e a provare, ancora una volta, in spirito di servizio, a dare il nostro contributo senza nulla chiedere per noi, ma fermi sul principio che il denaro che viene riconosciuto ai parlamentari è pubblico e che tale rimane anche quando sembra divenire (a tempo determinato) del MoVimento Pentastellato.

A tal proposito apro una prima (ma non ultima) riflessione sul tema. Il M5S ritenevo che avrebbe suscitato un grande dibattito su cosa si debba intendere essere pubblico e cosa privato. Così, in fase di avvicinamento alle istituzioni repubblicane, avevo inteso fossero pronti a ragionare. Anche su questo tema sofisticato la confusione, invece, regna sovrana. Esaminando dichiarazioni pubbliche e da indizi minori, preoccupato, ritengo che sia mio dovere, sia pure nella mia marginalità e acclarata ininfluenza, dire, con chiarezza, cosa penso.

Su cosa ad esempio sia per me l’accrescimento che ipotizzavo del capitale sociale che speravo il M5S avrebbe determinato facendo irruzione nelle istituzioni.

La categoria di capitale sociale apre al discorso sul bene comune. Comune e non di alcuni come si potrebbe, in filigrana, cominciare ad intravedere, anche dalle parti della nomenclatura grillina. Come e noto (almeno a chi ha semplici conoscenze in materia) il bene comune non va confuso né con la somma dei beni privati, né con il bene pubblico. Nel bene comune, infatti, il vantaggio che ciascuno trae per il fatto di far parte di una comunità non può essere scisso dal vantaggio che altri pure ne traggono. Come a dire che l’interesse di ognuno si realizza insieme a quello degli altri, non già mai contro (come potrebbe accadere con il bene privato) né a prescindere (lo sa anche il Principe de Curtis in arte Totò) dall’interesse degli altri, come succede con il bene pubblico. In tal senso”comune” si oppone a “proprio”, così come “pubblico” si oppone a “privato”. È comune pertanto ciò che non è solo proprio, né ciò che è di tutti indistintamente. Quando si affrontano (e si dovevano affrontare preventivamente in una scuola apposita) tali argomenti si apre la possibilità di innovare. Viceversa si perpetua saccentemente il malaffare e il privilegio di alcuni su altri. La democrazia non è quindi un fatto telematico, più o meno paraculo o efficiente, ma di diritto interiorizzato. Direi studiato e discusso. Bisognava (ormai è questa la consecutio temporum) andare prudenti e non, con l’uso scaltro, della dialettica, come si dice a Roma, “ammischiare” e mandare tutto “in caciara.

Hannah Arendt-vita activa

Nessuno, tra i pensatori contemporanei, ha visto meglio di Hannah Arendt (lei, anche se vi può sembrare sorprendente e impropria questa evocazione) tali sottili ma necessarie distinzioni. Se vi trovate di fronte a politici che non si vogliono soffermare a chiarire il loro pensiero su questi temi, siatene certi che siete di fronte ad un sola/aspirante tale che si prepara a farsi i cazzi propri e a tradire il mandato ricevuto. Nel suo Vita Activa, la Arendt scrive che pubblico indica “ciò che sta alla luce, ciò che si vede, di cui si può parlare e discutere. Ci cominciamo a capire quando deve scattare l’allarme su “cosa” non viene volutamente considerato “pubblico” quando, viceversa, lo è massimamente?

Ogni cosa, prosegue Arendt, che è destinata ad apparire in pubblico e a riguardate tutti può essere vista e udita da tutti. La stagione dello streaming, non a caso, è durato un battito di ciglia.

Privato, al contrario, è ciò che viene sottratto alla vista. Il Comune, d’altro canto, è il mondo stesso in quanto è comune a tutti e distinto dallo spazio che ognuno di noi (quando lo ha) occupa privatamente.

Proprio perché tale, il Comune è il luogo di ciò che non è proprio, e cioè il luogo delle relazioni interpersonali.

Anche uno stadio per quella rottura di palle (e luogo di affari mafiosi) che è ormai il calcio. Ma se qualcuno ritiene, diversamente, che sai “cosa propria”, allora bisogna non solo evocare le manette (altro che fare le fighette infastidite quando qualcuno lo ricorda opportunamente) ma azzerare la classe politica inadeguata che ha consentito tale degenerazione.

Nell’epoca in cui tutti sanno tutto di tutti (anche se uno scopa o non scopa con quello o con quell’altro), oltre che ai comportamenti criminali, è insopportabile dover assistere alle facce stupite di chi casca dalle nuvole. Se uno è un cherubino all’oscuro di tutto, passasse la mano che è tempo di ghigliottine (metaforiche) da erigere a Piazza del Popolo. Quel popolo che è ora che indossi il gilet (il colore è ininfluente) e si faccia sentire dopo che per troppi anni è stato scientemente pompierato e reso innocuo da alcuni degli stessi che ora vorrebbero scampare alla Giustizia giusta.

Come avevo mandato a dire ad alcuni, più volte e con gli unici modi che sappiamo usare quando diciamo cose gravi e al tempo facilmente prevedibili, siamo arrivati a Filippi, dove era previsto che ci saremmo ri-visti.

Ora preparatevi a ridarci ciò che, con arroganza, pensavate di poterci togliere. E intendo dire il bene supremo che, nella nostra semplicità, riteniamo essere la Speranza. Amica della Libertà.

E per la Libertà, provate a non dimenticarlo, gli uomini (e le donne) hanno dato la vita.

Oreste Grani/Leo Rugens